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Tragedie greche

  • Scritto da  Riccardo Pariboni
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Il multimilionario statunitense Warren Buffet, in un impeto di onestà intellettuale, ha sinteticamente espresso una verità inoppugnabile, quando in un suo recente scritto afferma che "C'è una lotta di classe, è vero, ma è la mia classe, la classe ricca, che sta facendo la guerra, e stiamo vincendo". Involontariamente, offre anche uno spaccato estremamente efficace di quanto, più o meno nel silenzio generalizzato dell'opinione pubblica europea, stiamo osservando in Grecia.

Come è purtroppo noto, il paese ellenico ormai da un anno sta sperimentando una nuovo forma di democrazia, dai tratti curiosi e, perlomeno in occidente, ancora inediti, secondo la quale degli organismi internazionali (la famosa e famigerata Troika, formata da Banca centrale europea, Fondo Monetario Internazionale e Commissione europea) decidono cosa un paese teoricamente sovrano deve fare e glielo impongono dietro minacce neanche troppo velate.

Oggi probabilmente si va a scrivere un'altra pagina di questa storia, con il governo greco che approverà definitivamente un pacchetto di pseudo-riforme durissimo, i cui numeri parlano da soli, senza necessità di commento alcuno: taglio orizzontale di circa un quarto del loro ammontare ai salari minimi dei dipendenti pubblici e privati ed alle pensioni, licenziamento di 15.000 dipendenti pubblici, taglio di un terzo della spesa sanitaria e medica, blocco di fatto di ogni investimento pubblico. A fianco alle crude cifre, si accompagnano ulteriori misure non meno drammatiche, anche se a prima vista più neutre, come una riforma del mercato del lavoro che di fatto bandisca la contrattazione collettiva, un piano generale di privatizzazioni ed una riforma del sistema fiscale che, leggendo il protocollo di intesa firmato dal governo greco, parla fumosamente di semplificazione e di riduzione di alcuni "selected tax rates" che non può non far temere una riduzione delle aliquote sui redditi più alti, secondo quanto la dottrina prescrive.

Di fatto, questo è semplicemente l'ultimo passo di una vera e propria dichiarazione di guerra, iniziata nel maggio 2010 con la prima tranche di licenziamenti di 30.000 dipendenti pubblici, che con il passare dei mesi si è anche tolta quella patina di ipocrisia e di dichiarate buone intenzioni, del tipo "c'è da salvare l'Europa e l'Euro", "sono sacrifici necessari per il futuro di tutti" ed amenità del genere. Oggi, e paradossalmente potremmo dire per fortuna, perchè se ne giova la chiarezza, la questione è finalmente posta in  termini più chiari e corretti, con il sistema bancario europeo che afferma espressamente di avere messo in sicurezza i propri conti rispetto ai titoli del debito pubblico greco e di non avere granchè da temere da un default ellenico. Non è questo quindi che è in discussione, quello che conta è molto più semplice e si può riassumere in un semplicissimo ricatto: se la Grecia non esegue all'istante, non riceverà i 130 miliardi di aiuti finanziari (che secondo le ultime indiscrezioni sarebbero diventati 145) che le servono per sopravvivere ed incidentalmente a rimborsare i suoi creditori, oltre a permetterle una ristrutturazione del debito pubblico che si tradurrà nell'emissione di un nuovo bond tendenzialmente "sicuro", che si candida seriamente a diventare uno dei prossimi oggetti di speculazione sui mercati finanziari.

È però curioso notare come le sorti di un paese di undici milioni di abitanti siano decise sostanzialmente solo sulla base di due principi guida: da un lato, un fervore religioso e quasi mistico che ci insegna che il peccatore deve pagare per le sue colpe (in questo caso, la corruzione generalizzata, il decantato scarso senso civico eccetera eccetera) e deve espiare per gli errori commessi. Allo scopo, non c'è niente di meglio che una bella lezione di "rigore" e "responsabilità". A fianco di ciò, una ratio economica che non è altro che una stanca e trita riproposizione dei "piani di aggiustamento strutturale" che il Fondo Monetario Internazionale ha imposto per decenni a tutti i paesi in via di sviluppo che bussavano alla sua porta per chiedere aiuto: tagli brutali alla spesa sociale, smantellamento del welfare e dei diritti sul lavoro, privatizzazioni ed instaurazione di un clima salutare per investimenti neo-coloniali da parte del primo mondo. Incidentalmente, questa ricetta ha provocato esclusivamente recessioni economiche, carestie, esplosioni sociali ed aumento delle disparità internazionali, senza ovviamente risolvere i problemi "strutturali" alla cui risoluzione era stata teoricamente preposta.

Purtroppo, sul fatto che anche questa volta assisteremo agli stessi risultati, non ci sono molti dubbi possibili. Le ultime stime attendibili parlano di un debito pubblico che, nel 2020, non solo non sarà diminuito, ma sarà esploso al 135% del Pil. D'altra parte non c'è granchè da stupirsi, se a partire dalle agenzie di rating fino alle stesse analisi del governo greco, tutte le fonti concordano nello stimare una recessione profondissima che, a partire dal -4.5% di diminuzione del reddito nazionale per quest'anno, si trascinerà per tutto il prossimo decennio. In queste condizioni, con un po' di ingenuità, ci potrebbe sembrare sommamente contraddittorio ed insensato il fatto che lo stesso Fmi pretenda, contemporaneamente, che le entrate fiscali aumentino di un robusto 5% da qui ai prossimi tre anni, in un contesto caratterizzato da una diminuzione verticale della base imponibile sulla quale le tasse andrebbero prelevate.

D'altra parte, le contraddizioni spariscono e le reali intenzioni emergono semplicemente notando che, in questi stessi giorni la Banca centrale europea sta immettendo nel sistema una marea di liquidità (il cosiddetto quantitative easing, anche se non viene ammesso), si parla di 1000 miliardi di euro, da prestare alle banche al tasso dell'1%, permettendo così a questi stessi soggetti di realizzare un profitto di breve termine praticamente garantito, investendo ad esempio nel mercato secondario dei bond greci che andranno a scadenza nelle prossime settimane e che verranno rimborsati con parte dei 130 miliardi che la Grecia riceverà come contropartita per gli atroci sacrifici sopportati, garantendo agli istituti finanziari un profitto pari alla differenza tra il tasso ricevuto sui titoli acquistati e il bassissimo tasso dell'1% da pagare alla Bce.

Lo scenario è drammatico. A questo scenario però va aggiunto un ulteriore e non meno importante elemento, rappresentato dalla risposta popolare a questa guerra sporca, una risposta fatta di scioperi generali, dignità e, finalmente, di una chiara identificazione di chi è il nemico, quale è la causa e chi sono i responsabili della crisi. Alla fine di aprile si terranno le elezioni generali e, stando ai sondaggi, le forze anticapitaliste possono contare oggi su circa il 40% di consenso popolare. Sono occasioni che non si ripetono.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 13:56
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