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Gabriele Mastroleo

Gabriele Mastroleo

Salentino di nascita, vive a Macerata, città delle olive ascolane. Ha attraversato per un decennio collettivi e movimenti studenteschi. Gioisamente precario, attualmente è redattore di un portale online e per sbarcare il lunario fa anche il cameriere. Si occupa di pratiche mutualistiche, di storia del cinema e di altre stronzate.

Taranto, tra film e realtà

Dopo la decisione del gip di Taranto di porre sotto sequestro parte delle acciaierie dell'Ilva, una delle questioni che più è risaltata è la pressoché totale disinformazione rispetto a quella che è un'emergenza pluridecennale, creatasi anche attraverso un meccanismo di corruzione e omertà messo in piedi, secondo i giudici, dai vertici dell'azienda. Ciò ha spinto anche l'Ordine dei Giornalisti della Puglia a richiedere alla Procura di Taranto l'invio degli atti, per valutare eventuali provvedimenti disciplinari.
In questi contesti, un contributo alla verità viene spesso da pochi giornalisti coraggiosi, dalla satira e dalle varie arti visive, compreso il cinema. Fondamentale è stato, quindi, il contributo apportato all'argomento da parte del cinema documentario e di finzione dell'ultimo decennio.

Il documentario La svolta – Donne contro l'Ilva di Valentina D'Amico mette in evidenza la lotta femminista nel capoluogo ionico, coniugando i tanti aspetti della vicenda, dal mobbing in fabbrica all'inquinamento elevato in diversi quartieri. Le intenzioni della regista sono chiare: “Grazie all’Ilva un terzo della popolazione adulta ha trovato lavoro. Ma l’Ilva è anche il condensato del cinismo imprenditoriale, della negatività di un sistema che antepone i profitti alla stessa vita umana. L’Ilva vanta il primato delle morti sul lavoro in Italia  e il primato italiano di inquinamento da diossina. Miopi – operai e famiglie per necessità, politici e amministratori di turno per opportunità – si risvegliano oggi in una città di morti che camminano e che piangono i morti ammazzati nello stabilimento”. Attraverso i racconti delle donne che convivono con la fabbrica, emergono gli aspetti più spietati della situazione, dalla condanna per mobbing a carico dell'ingegner Riva, patron dell'Ilva, reo di aver fatto rinchiudere 70 operai in una palazzina isolata adiacente allo stabilimento, alla drammatica storia di Margherita Pillinini, costretta all'isolamento e licenziata a causa di false accuse lanciate da un altro operaio, con l'avallo di un delegato della Uilm.

 

La controversa storia dell'Ilva di Taranto è raccontata anche in Arrivederci a Taranto di Roberto Paolini e Paola Podenzani, produzione che, come per La svolta, ha avuto la capacità di affrontare la questione in maniera complessa, scuotendo le coscienze dello spettatore durante presentazioni, festival e cineforum sparsi in tutta Italia.

 

Ma Taranto e l'Ilva fanno da sfondo a diversi film, in cui i colori “malati” della città divengono metafora dell'inquietudine e della precarietà dei cittadini comuni e dei lavoratori della fabbrica. Nel 2003, esce Il miracolo del regista salentino Edoardo Winspeare, una favola amara in cui il volto della Taranto tanto suggestiva, quanto vittima delle ciminiere viene raffigurato dalla fotografia di Paolo Carnera. È invece del 2009 Marpiccolo di Alessandro Di Robilant, ambientato in una Taranto definita dal regista stesso “una città dimenticata, profondamente ferita, con una realtà lavorativa drammatica”, ed interpretato da un inedito Michele Riondino.

 

Da segnalare anche Fireworks, cortometraggio incentrato proprio sull'Ilva del giovane regista tarantino Giacomo Abbruzzese: uscito nel 2011, ha attirato subito l'attenzione della critica ed è già apparso in numerosi festival internazionali. Per Daniele Gaglianone, invece, che ha girato a Taranto parte di Ruggine, il quartiere Paolo VI “mi ha fatto pensare ad un posto di confine, oltre il quale non c’è più nulla come fosse appena costruito”. 

Pussy Riot, la musica che non piace allo zar

pussy

St. Maria, Virgin, Drive away Putin Drive away! Drive away Putin!

Si apre con un'esplicita esortazione alla Vergine Maria la “preghiera punk” che, nel febbraio scorso, è costata l'arresto per tre componenti della band russa Pussy Riot, accusate di comportamenti violenti e oltraggiosi. Il brano è un atto di accusa ai rapporti tra il presidente russo Putin e la chiesa ortodossa, tant'è che il Patriarca di Mosca, il 21 febbraio, ha condannato il gesto artistico dicendo che “non abbiamo futuro se permettiamo che ci si prenda gioco di grandi luoghi sacri”. Nei mesi, si sono moltiplicate le richieste di clemenza e gli appelli a favore delle tre ragazze, da Bjork ai Red Hot Chili Peppers, da Peter Gabriel a Patti Smith fino a giungere a Madonna, le cui dichiarazioni sono arrivate nello stesso giorno della requisitoria del pubblico ministero, che ha richiesto una condanna a tre anni di reclusione. A favore delle Pussy Riot si è schierata anche Alla Pugačëva, cantante pop russa, protagonista di reality show e programmi musicali, quindi con un forte appeal sull'opinione pubblica. E dall'Italia è arrivata la provocazione di Elio e le storie tese che “ammirano e sostengono le colleghe [...] Pussy Riot, arrestate, attualmente detenute, sottoposte ad angherie e soprusi e mandate a processo dal regime del karateka fascistone Putin”. La band italiana rievoca il fantasma di Leonida Breznev e conclude: “In qualità di musicanti che, come Maria, Nadezhda e Yekaterina, hanno spesso cantato le miserabili gesta di similari pupazzi e pupazzetti, gli EelST adottano simbolicamente il nome di battaglia di Pistulino Riot fino all’avvenuta liberazione delle colleghe”. Anche Amnesty International si è mobilitata per la liberazione delle ragazze: è possibile aderire alla petizione tramite il sito freepussyriot.org

Quella delle Pussy Riot non è ovviamente l'unica storia di censura nella Russia di Putin. A metà anni Novanta e per tutto il decennio successivo, ritroviamo nelle manifestazioni di piazza due tra i musicisti più significativi del panorama russo, Sergey Kuryokhin e soprattutto Egor Letov. Quest'ultimo, in particolare, è stato protagonista di una critica a sinistra del sistema sovietico, tanto da essere internato in un manicomio nel 1985. Caduto il Muro e dissolta l'Unione Sovietica, Letov ha continuato a criticare dapprima Eltsin e poi Putin, arrivando a dichiararsi un nostalgico dello stalinismo e guadagnandosi per questo le attenzioni della polizia russa, fino alla prematura morte avvenuta nel 2008.

È poi di questi giorni la notizia dell'arresto e del processo per direttissima dei componenti del duo hip hop Makulatura, arrestati durante un'esibizione in un festival moscovita in quanto rei di aver scritto e cantato brani contro Putin definiti “ingiuriosi” e dal “linguaggio osceno e blasfemo”. Lo scorso anno, oggetto dell'attenzione della polizia russa erano stati Psikhea e Gash Riot.

Ovviamente, la “liberale” Russia di Putin non ha reso difficile la vita solo dell'opposizione musicale: basti pensare agli eclatanti casi della morte della giornalista Anna Politkovskaja o di una delle madri delle vittime della tragedia del sottomarino K-141 Kursk, sedata con un'iniezione mentre urlava la propria rabbia davanti alle telecamere. Come se nulla fosse cambiato nell'ultimo ventennio.

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