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Petrolio a saldi: è una buona notizia?

  • Scritto da  Giuliano Garavini
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Petrolio a saldi: è una buona notizia?

L’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, si è riunita lo scorso venerdì 27 novembre a Vienna generando un’attenzione mediatica che non si vedeva dagli anni Ottanta. Dall’OPEC ci si attendeva un possibile taglio alla produzione che contrastasse la riduzione del prezzo del greggio pari al 30 per cento rispetto a questa estate, e al 50 per cento rispetto ai massimi di quasi 140 dollari al barile raggiunti nel 2008. Siamo di fronte ad un crollo talmente repentino da spingere alcuni a rievocare il “controshock” petrolifero del 1986, anno in cui l’Arabia Saudita decise di inondare il mondo di greggio provocando un tracollo dei prezzi.

I possibili indiziati per questa repentina fluttuazione al ribasso sono molti: il rallentamento della domanda mondiale in Europa e negli Stati Uniti a causa della crisi, gli effetti della speculazione e delle aspettative al ribasso, la volontà dell’Arabia Saudita di conquistare nuove quote di mercato specialmente in Asia, l’accresciuta produzione negli Stati Uniti e in regioni petrolifere non-OPEC, la diffusa convinzione che gli Stati Uniti diventeranno autosufficienti smettendo di importare petrolio (cosa che iniziarono a fare nel lontano 1948). Fatto sta che, nonostante le difficoltà della produzione in Libia e Iraq, i prezzi del greggio scendono e sembrano destinati a toccare i 60 dollari al barile per il Brent (il greggio del Mare del Nord), una quotazione che manderebbe a gambe all’aria sia le nuove produzioni basate sul costoso metodo del fracking, sia i bilanci della maggior parte dei paesi produttori.

La diminuzione del prezzo del petrolio, e l’eco che sta avendo sui mezzi di comunicazione di tutto il mondo, dimostra che viviamo ancora in società pienamente dipendenti dal consumo di energie fossili. Una simile riduzione del prezzo del rame avrebbe conquistato le prime pagine dei quotidiani in tutto il mondo?

L’Italia e la gran parte dei paesi europei sono avidi consumatori di idrocarburi, dunque l’abbassamento del prezzo del petrolio comincia ad eccitare i ministri dell’Economia e viene considerato generalmente come un’ottima notizia (tranne che per i possibili effetti deflattivi). Ci sarà un boccata di ossigeno, ma sarebbe più appropriato dire una bella inalazione di gas, a sostenere economie e consumatori in apnea a causa delle politiche di austerity.

In realtà non è tutto oro quello che luccica.

Consideriamo prima i possibili effetti positivi di una diminuzione dei prezzi del greggio: aiuta la bilancia commerciale; rappresenta sostanzialmente una riduzione generalizzata delle tasse per i cittadini dei paesi consumatori; può innescare un rilancio del mercato automobilistico, un abbassamento dei costi del trasporto e dunque un aumento dell’occupazione in quei settori; potrebbe rallentare le costose e nocive operazioni di estrazione di gas con metodi non convenzionali e allo stesso tempo rallentare le ricerche e le sciagurate trivellazioni anche in Adriatico.

D’altra parte proviamo ad isolare alcuni effetti negativi del ribasso: disincentiva la ricerca di fonti alternative nella produzione di energia elettrica; disincentiva il passaggio dal trasporto privato a quello pubblico e da quello su gomma a quello su rotaia; potrebbe portare ad un aumento del consumi mondiali di energie fossili con gravissimi danni alle prospettive di necessaria riduzione delle emissioni nocive; disincentiva il risparmio energetico, che è una galassia della quale abbiamo appena iniziato ad esplorare i piccolissimi pianeti alla periferia.

In definitiva, un abbassamento del prezzo del greggio può avere effetti positivi solo a tre condizioni. In primo luogo, esso non dovrebbe portare a un aumento del consumo di energie fossili che avrebbe il risultato di far ripartire i prezzi al galoppo rialzista nel giro di pochi mesi. In secondo luogo, ogni riduzione del prezzo del greggio dovrebbe essere “sterilizzata” con un aumento delle tasse sui suoi derivati, in primo luogo sulla benzina, in modo da dare agli Stati risorse per investimenti nelle imprese che favoriscono l’efficienza energetica. In terzo luogo, la riduzione dei prezzi del greggio non dovrebbe strappare ai paesi produttori il controllo delle proprie risorse naturali mandandoli in bancarotta e costringendoli a svendere il settore petrolifero per reperire fondi per i necessari investimenti.

Di queste tre condizioni, l’unica che assai probabilmente si verificherà è che il tracollo dei prezzi del greggio sarà controbilanciato da aumenti delle accise sui carburanti: gli Stati sono alla disperata ricerca di risorse finanziarie. Ma se queste risorse non verranno utilizzate per sostenere investimenti nell’efficienza e per le rinnovabili non compiremo mai un serio balzo in direzione di una riduzione dei consumi, cioè di un futuro migliore del nostro passato.

D’altra parte, tutto lascia pensare che con un basso prezzo del greggio saranno gravemente compromesse sia la stabilità politica e sociale nei paesi produttori, sia la riduzione dei consumi a livello mondiale. Gli Stati, anche nell’Unione europea, hanno da tempo abbandonato, con privatizzazioni più o meno complete, il controllo delle grandi industrie energetiche. Non hanno oggi nessuna leva per dialogare direttamente con i paesi produttori assicurando loro un minimo di stabilità dei prezzi in cambio di una sicurezza nelle forniture. Allo stesso tempo essi hanno scarsissimi mezzi per fare in modo che di una diminuzione dei prezzi del greggio possano beneficiare pienamente i consumatori finali e per costringere allo stesso tempo le grandi imprese energetiche a coordinarsi a livello europeo per un razionalizzazione dei consumi.

In pratica, mentre gli effetti positivi del secondo “controshock” avranno il fiato corto di una riduzione fiscale generalizzata (e dunque iniqua) per pochi mesi, gli effetti negativi dell’instabilità dei prezzi e del prevalere dello spreco di risorse naturali saranno assai dannosi sia per i paesi produttori che per favorire uno sviluppo meno dipendente dal consumo di energie fossili.

Foto: Ulrich Latzenhofer

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