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Tobin Tax e Ballot Box

  • Scritto da  Filippo Ortona
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In queste settimane il dibattito sulla “Tobin Tax” (anche nota come “Robin Hood Tax”) ha raggiunto nuovi apici di popolarità. La misura proposta a suo tempo da James Tobin (e prima da Lord Keynes) che mira a tassare le innumerevoli transazioni o microtransazioni finanziarie sembra esser divenuta improvvisamente il cruccio principale dell’“asse franco tedesco” nella tempesta europea.

I giornali italiani hanno dedicato un ampio spazio alle dichiarazioni di Merkel e Sarkozy sul tema. Una concessione giornalistica che non si riscontra in nessun’altra testata europea – né nei giornali nazionali né nei network di informazione europea o nelle agenzie internazionali. Ma il coverage concesso al tema della regolamentazione dei mercati finanziari da parte dei media italiani si è rivelato quantitativamente significativo eppure qualitativamente carente.

 

 Innanzitutto, il tema è apparso solo in fugaci conferenze stampa. Angela Merkel ne ha parlato incalzata da un giornalista, Cameron ha espresso un parere negativo a latere di un talk show su temi assai più pertinenti (il rifiuto dell'Inghilterra di aderire all'ultimo trattato europeo). Nel frattempo la Danimarca ha espresso un parere sprezzante. Solo Nicolas Sarkozy ha sbandierato l'idea di introdurla, arrivando addirittura ad affermare che la Francia l'avrebbe applicata autonomamente.

 

Come giustamente osserva ATTAC France, però, “quello di Sarkozy è un bluff indecente”. Un twist tutto politico per accattivarsi le simpatie degli elettori francesi a tre mesi dalle elezioni presidenziali. Secondo l'organizzazione francese, contrariamente agli annunci sarkoziani il Ministero non ha in corso alcuno studio sulla Tobin Tax, né alcuna idea di come applicarla alla sola piazza francese. Inoltre è bene rilevare che il governo di Sarkò ha rappresentato per anni (e continua a rappresentare) gli interessi dei grandi investitori finanziari (fu proprio il suo governo a eliminare la tassa sulle transazioni della Borsa di Parigi nel 2008). Un'opinione apparsa anche su un quotidiano conservatore come La Stampa.

 

L'osservazione di ATTAC ci sembra piuttosto sensata. Emiliano Brancaccio sul suo sito fa notare come la Tobin Tax non possa essere uno strumento per fare cassa e basta. L'idea di fondo dell'imposta finanziaria risiede nella sua funzione di scoraggiare un eccessivo movimento della finanza speculativa (in particolare, all'epoca di Tobin e Keynes, sul mercato delle valute – un mercato peraltro che anche oggi non si sa come governare e che sta ritornando a causare non pochi problemi). Negli studi della Commissione Europea e nelle esternazioni del marito di Carla Bruni è tutto l'opposto: l'aliquota deve essere talmente bassa da non scoraggiare le transazioni finanziarie, così da fare cassa per i governi in crisi. Come dice Brancaccio, sicuramente è una misura a cui si può guardare con favore, ma non è il nostro problema principale.

 

Parlando di essa non ci si accorge di un'altra serie di misure ben più coerenti e importanti, realizzabili qui ed ora e che non avrebbero bisogno di una svolta nella volontà politica globale (tale sarebbe il contesto necessario – ma non sufficiente – per l'introduzione della Robin Hood Tax: il mondo o una buona fetta di esso dovrebbe decidere di limitare alcuni tipi e alcuni ritmi dei movimenti finanziari).

Ad esempio la tassazione dei patrimoni mobili degli ultra ricchi (i depositi finanziari), che equivarrebbe al significato politico della tobin tax: la limitazione dell'ultra-accumulazione per mezzo finanziario.

 

La Tobin Tax ha il merito di aver sollevato con la sola forza del suo nome il velo di ipocrisia dell'ideologia politica neoliberale. Improvvisamente una delle proposte più popolari ed emarginate avanzate dai movimenti negli anni 2000-2005 ha acquisito lo status di dibattito tra governi europei; tuttavia, lo stesso dibattito non si sta concentrando sui punti fondamentali a cui far fronte (per i quali la Tobin Tax potrebbe essere una delle misure da adottare), ma sulle esternazioni di questo o quel leader. I nodi rimangono e la tassa non è un pettine: le diseguaglianze crescono, così come le insicurezze dovute a una sempre maggiore concentrazione di potere nei meccanismi finanziari; la politica è sempre più esautorata e la gente sempre più povera, senza che a ciò venga data alcuna risposta.

 

In conclusione, la vera notizia delle ultime settimane non è il dibattito assai superficiale circa la tassa sulle transazioni finanziarie, ma il nuovo trattato europeo che punta all'introduzione della disciplina fiscale come politica economica dell'Unione Europea. Il resto è paccottiglia elettorale.

 

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