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Perché Erdogan fa entrare l'ISIS a Kobane?

  • Scritto da  Sara Manisera
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Perché Erdogan fa entrare l'ISIS a Kobane?

Lo scorso 26 giugno, ad un anno dalla proclamazione del Califfato e durante il secondo venerdì di Ramadan, quattro diversi attentati tra Tunisia, Francia, Somalia e Kuwait hanno ucciso novanta persone. Due attacchi, uno alla moschea di Kuwait City e l’altro al resort di Sousse, sono stati rivendicati dai terroristi dello Stato Islamico, meglio noto in Medio Oriente con l’acronimo Daesh.  Poche ore prima Kobane veniva aggredita dai terroristi di Isis. Secondo quanto riportato dal Syrian Observatory for Human Rights duecentrotrentatrè civili sono stati uccisi dai terroristi islamici e duecentosessantasette sono stati i feriti.

Kobane, città situata a nord della Siria lungo il confine con la Turchia, è divenuta simbolo di una delle più importanti battaglie contro Daesh. Lo scorso gennaio, dopo quattro mesi di combattimenti, era stata liberata dalle forze curde del YPG, l’unità di protezione popolare del Kurdistan siriano, con l’aiuto del Free Syrian Army, dei Peshmerga «i combattenti curdi iracheni » e dei raid aerei statunitensi.

Nella notte del 25 giugno i terroristi dell’Isis sono rientrati in città passando dal confine turco, indossando le uniformi del YPG e del FSA e con al polso dei nastri gialli per potersi riconoscere tra di loro.

Dopo diverse ore di scontri, in cui sono stati uccisi una sessantina di terroristi e alcuni fatti prigionieri, le forze del YPG sono riuscite a liberare Kobane respingendo Daesh  a cinquanta chilometri, vicino a Raqqa, una delle città controllate dall’Isis.

Lucio Cienfuegos, giornalista freelance che scrive da Kobane, ha pubblicato la carta d’identità di uno dei terroristi di Daesh di nazionalità turca. Nelle stesse ore diverse agenzie di stampa hanno riportato il fermo di alcuni militari turchi da parte dei guerriglieri curdi, responsabili di aver accompagnato i terroristi dell’ISIS all’interno del cantone curdo. Qualora confermato, non sarebbe la prima volta che armi, rifornimenti e uomini di Daesh transitano con il beneplacito e il supporto dell’esercito turco.

Ma perché il governo di Ankara ha adottato un atteggiamento di grande ambiguità, non aderendo fin da subito alla coalizione anti-jihadista e permettendo agli uomini legati allo Stato Islamico di utilizzare il proprio territorio?

In primo luogo, i malumori tra turchi e curdi sono storici; questi ultimi, inglobati dall’Impero Ottomano e dalla Persia, hanno sempre rivendicato la propria autonomia territoriale, concessa parzialmente con il Kurdistan Iracheno solo negli anni novanta (il Trattato di Sèvres nel 1920 prevedeva l’esistenza di uno Stato curdo ma è rimasto solo sulla carta). Oggi più che mai, con la progressiva disgregazione degli stati territoriali, disegnati ad hoc dalle potenze occidentali alla fine della prima guerra mondiale con gli accordi Sykes-Picot, la creazione di un’enclave territoriale autonomamente gestita dai curdi non è una realtà così remota. Un esempio straordinario è l’esperimento del Rojava: autonomia e democrazia diretta tra più culture e confessioni, senza discriminazioni di genere. Per una volta i curdi possono riuscire a stare lontani dalle repressioni turche e siriane. Ma Ankara non è disposta, così facilmente, a riconoscere l’autonomia ai curdi nel suo territorio e a vedere la nascita di uno Stato curdo in Siria.

In secondo luogo il Partito dei Lavoratori curdi, il PKK (movimento politico illegale in Turchia il cui leader Abdullah Ocalan è condannato all’ergastolo) insieme al suo affiliato siriano Pyd, di cui l’Ypg rappresenta l’ala militare, e a quello iracheno dei Peshmerga, ha dimostrato di essere forte ed efficace contro lo Stato Islamico tanto in Siria, quanto in Iraq. Nonostante il PKK sia stato considerato un’organizzazione terroristica da Stati Uniti e Unione Europea, oggi esso rappresenta un importante alleato per fermare l’avanzata di Isis e del fondamentalismo islamico. Il governo di Ankara ha ghettizzato e perseguitato la minoranza curda per decenni e di certo il nuovo ruolo assunto dal PKK a Erdogan non piace.

Infine, il 7 giugno si sono tenute le elezioni in Turchia; il partito AKP, Adalet ve Kalkinma Partisi (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo), guidato da Erdogan ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento dopo tredici anni di dominio. L’altro risultato sorprendente è stato quello del HDP, Halkların Demokratik Partisi, la formazione di sinistra di origini curde, guidata da Selahattin Demirtas, che è riuscita ad entrare per la prima volta in parlamento superando la soglia di sbarramento con il 13% delle preferenze grazie ad un programma che include le minoranze, i laici e i progressisti. Il partito islamista di Erdogan ora ha la necessità di cercare di formare un governo di coalizione e l’alleanza più verosimile è con il partito ultranazionalista l’Mhp, la forza politica che ha sempre negato l'esistenza dell'etnia curda e contraria alla distensione dei rapporti con il Pkk.

Kobane dunque è più che un simbolo; è un luogo di lotta tra l’oscurantismo islamico e nuove forme di democrazia partecipativa. Ma è anche il luogo di nazionalismi insoddisfatti e strategiche regioni contese.

L’Europa e gli Stati Uniti dovrebbero iniziare a chiedere alla Turchia, importante alleato Nato, a quale gioco sta giocando. Ma soprattutto domandarsi qual è il ruolo di una coalizione internazionale poco coesa sul piano politico e strategico che ha abbandonato i siriani che avevano scelto una strada diversa da quella del radicalismo o del sostegno al regime di Assad.

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Le immagini ci arrivano in esclusiva da Kobane e sono state scattate da Atzel Uhitric.

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