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La miopia dell'economista. Dal Festival dell'Economia di Trento, prima giornata

  • Scritto da  Paolo Roberti
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Robert HolzmannDai nostri inviati al Festival dell'Economia di Trento.

Arrivo a Trento venerdì 29 con il consueto ritardo Trenitalia. Mannaggia mi son perso Ichino e le sue straordinarie proposte per la tassazione universitaria. Vado di corsa a prendere il mio pass stampa, guardo il programma e seleziono due temi: “Il sistema pensionistico italiano, altri Paesi devono imitarlo?” con relatore Robert Holzmann, e “Stiamo derubando i nostri figli? Proposte per la scuola” con Eric. A. Hanushek.


La selezione la faccio in base alla provocatorietà dei temi e alla mia, seppure limitata, conoscenza dei relatori. Holzmann, professore di economia e direttore dell’RH Institute for Economic Policy Analyses di Vienna, è senior advisor della Banca Mondiale,  è un esperto di sistemi pensionistici e amico personale di Elsa Fornero. Hanushek insegna alla Stanford University ha dedicato gli ultimi vent'anni anni a fare regressioni per capire che effetto ha il capitale umano, e quindi la scuola, sulla crescita economica di un Paese.

Mi siedo in una sala mediamente occupata e aspetto con ansia la risposta di Holzmann alla domanda contenuta nel titolo della conferenza. SPOILER ALERT: la risposta è si.
La riforma Monti-Fornero è la conclusione di un processo che è cominciata nel 95 con la riforma Dini che ha eliminato il sistema retributivo, nel quale la pensione era calcolata sugli ultimi 10 anni di stipendio del lavoratore, per sostituirlo con un sistema contributivo, dove la pensione è semplicemente il montante dei contributi versati nella vita lavorativa. La riforma Dini aveva escluso dal passaggio al contributivo tutti i lavoratori che avessero 18 anni di contributi alla data della sua introduzione. Quello che ha fatto la riforma Monti-Fornero è stato accelerare questo passaggio, colpendo la fascia dei lavoratori che erano stati esclusi dal passaggio al contributivo. Ha poi innalzato i criteri per accedere alla pensione di anzianità, a cui si ha diritto dopo aver raggiunto una soglia di anni di contributi, e alla pensione di vecchiaia, che è disponibile quando si ha raggiunto un'età minima, se prima non non si ha maturato i criteri per la pensione di anzianità.
Ora il sistema pensionistico italiano prevede che i criteri per il pensionamento siano indicizzati all'aspettativa di vita e al PIL.

Holzmann nella sua presentazione si limita a confrontare il sistema retributivo con quello contributivo, ne spiega i numerosi vantaggi, il primo dei quali è la sostenibilità nel lungo termine del sistema pensionistico, dato che ogni lavoratore consuma solo quello che ha accumulato e l'indicizzazione sul PIL e all'aspettativa di vita mantengono la spesa pensionistica proporzionata alle possibilità di spesa del Paese.

Inoltre almeno in teoria incentiva i lavoratori ad andare in pensione più tardi, che dovrebbe rappresentare per loro un vantaggio perché godono di una pensione più alta e restano attivi più a lungo.
La presentazione non offre molti spunti di riflessione, dato che l'analisi di Holzmann resta sulla superficie e si concentra più sulla riforma Dini che sulla Monti-Fornero. Quello che risulta interessante all'osservatore esterno è che l'economista Holzmann si dichiara stupito dalla mancanza di approvazione popolare a queste due riforme, non capisce perché i lavoratori nonostante tutto decidano di andare in pensione il prima possibile, e afferma che i momenti di crisi sono quelli migliori per implementare questi tipi di riforme. Da una parte quindi ammette che si sta sfruttando la crisi per attuare dei cambiamenti legislativi che non sarebbero possibili altrimenti, dall'altra Holzmann mostra di non essere in grado di considerare il sistema economico e politico italiano nel suo complesso. E' fatto noto che se ai lavoratori non sono piaciute queste due riforme e vogliono andare in pensione prima è perché hanno paura di restare a casa, a dimostrazione che c'è un mercato del lavoro che non funziona. Inoltre alle mie domande: “Non pensa che innalzare l'età pensionabile impedirà a molti anziani di assolvere alla funzione di baby sitter supplendo ad una delle molte mancanze del sistema di welfare italiano? E non crede che il sistema pensionistico debba anche essere una forma di redistribuzione di reddito?” Holzmann risponde di si, ma che è molto più economico per lo Stato intervenire direttamente correggendo la mancanza di supporto per le giovani famiglie, e che il sistema pensionistico può anche essere redistributivo, basta integrarlo con dei trasferimenti tra fasce di reddito. Holzmann inoltre afferma che il sistema retributivo rispetto al sistema contributivo redistribuisce reddito dalle fasce più basse a quelle più alte, perché un lavoratore povero avrà tendenzialmente uno stipendio decrescente negli ultimi anni della vita lavorativa, mentre un lavoratore ricco ce l'avrà crescente.

Quindi Holzmann ci spiega che in teoria si può fare tutto, il fatto che poi le riforme in pratica lascino larghe fasce della popolazione ad impoverirsi è una questione di cui un economista non si occupa. Holzmann inoltre lascia fuori dall'analisi anche il conflitto tra capitale e lavoro, la pensione può essere anche il modo per redistribuire attraverso la tassazione parte delle risorse che il capitale sottrae al lavoro. Un sistema contributivo senza correzioni elimina totalmente questa possibilità.

La seconda conferenza che seguo venerdì è quella di Eric Anushek. Stiamo derubando i nostri figli?  Secondo SPOILER ALERT: la risposta si. Ma facciamo un passo alla volta. Anushek è famoso per  aver tentato di dimostrare il link che va dal capitale umano,  ed in particolare dalle istituzioni scolastiche,  alla crescita economica di un Paese. Prima di tutto smonta l'idea che ci sia una correlazione tra anni di scolarità e crescita economica, concezione che ha influenzato le politiche della Banca Mondiale in America Latina negli anni 90. Una volta eliminato l'effetto della qualità della scuola dall'analisi la correlazione scompare. Quindi è la qualità della scuola, misurata dai test cognitivi, come i PISA dell'OCSE, a influenzare fortemente la crescita di alcuni Paesi e il declino economico di altri. Poi si concentra a fare un esperimento controfattuale. Cosa succederebbe se l'Italia aumentasse i propri risultati nei PISA, che per Hanushek implica aumentare la qualità della scuola, di 25 punti? Nella peggiore della ipotesi la nostra economia avrà un aumento del 6.2% del valore corrente del PIL 2010-2090, nella migliore del 26%.

Insomma vale la pena provare a migliorare la qualità della scuola, anche solo per migliorare la nostra economia.
Fin qui tutto bene, l'analisi econometrica di Hanushek è interessante anche se non molto criticabile dal punto di vista metodologico, soprattutto nell'uso di test standardizzati come indicatore di qualità, ma non ci soffermiamo su questo. Hanushek poi si avventura nel campo della proposta normativa, territorio sempre molto scivoloso per gli economisti, spesso come per Holzmann inconsapevoli di molte dinamiche economico politiche.

Il ragionamento è questo: dato che stiamo affrontando una crisi del debito sovrano è impensabile spendere di più per la scuola, allora dobbiamo agire con le risorse che abbiamo. La proposta è quella di licenziare il 10% degli insegnanti peggiori, che secondo l'economista ci porterebbe a raggiungere la Finlandia, la più alta nei test PISA, in pochi anni.
Hanushek quindi arriva al titolo della conferenza: noi non abbiamo il coraggio di attuare una riforma del genere nel sistema scolastico e quindi stiamo derubando i nostri figli del futuro.

Alla mie domande: “Non crede che sia un po' troppo scontata per un economista proporre il licenziamento come panacea per tutti i mali? Negli vent'anni in Italia ci sono stati pochissimi concorsi pubblici per l'immissione in ruolo di insegnanti nelle scuole pubbliche, non crede che migliorare la qualità della scuola passi attraverso la stabilizzazione di queste figure, visto che altrimenti gli studenti si trovano a cambiare 5 professori in 5 anni?” Hanushek ribadisce che licenziare quel 10% gli sembra più efficiente ed economico.

Anche questa seconda presentazione lascia in parte delusi, l'analisi di Hanushek si concentra sul valore che ha la scuola per la crescita economica, e se da una parte è legittimo per un economista non soffermarsi sul valore sociale e di crescita personale dell'educazione scolastica, dall'altra quando fa la proposta normativa lo fa senza cognizione dei fattori politici che hanno determinato una caduta di qualità della scuola italiano, dal cronico sottofinanziamento e precarietà degli insegnanti, alle varie riforme che hanno tentato di smantellarla.

Domani si parla di Coop Capitalism con Alberto Bisin e Noorena Hertz, e Soros, da ex speculatore, ci spiega come risolvere le crisi speculative sul debito.

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