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Vent'anni fa iniziava l'assedio di Sarajevo

  • Scritto da  Andrea Ragona e Diego Acampora
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Vent'anni fa iniziava l'assedio di Sarajevo

Le guerre balcaniche sono state il ventre molle di un'Europa politicamente inerte che già si dedicava alla sistemazione burocratico-affaristica delle proprie zone calde. Le abbiamo volute relegare nel giardino dietro casa, in perfetta modalità nimby; eppure ci ricordano che quando non si pratica la giustizia sociale ed economica e si impone la giungla liberista che ci pone gli uni contro gli altri, ecco affermarsi la guerra e le grida nazionaliste, strumento allucinante che distrugge la convivenza e favorisce i poteri mafiosi e conservatori. Vent'anni fa accadeva questo a pochi chilometri dalle sponde dell'Adriatico: la memoria di quegli eventi è quantomai attuale per comprendere in che Europa stiamo vivendo.

L'assedio di Sarajevo cominciava vent'anni fa, fra il silenzio del Mondo e dell'Europa. Questo silenzio se lo ricordano bene i cittadini di Sarajevo: oggi è condensato in un monumento, una scultura di poco più di due metri nascosta in una piccola piazza dietro al Museo della Guerra.

Rappresenta una scatola di cibo, come quelle inviate dal Mondo ai cittadini assediati, sotto la rassicurante definizione di "aiuti umanitari". Sulla base una firma, pregna di sarcasmo: "La riconoscente cittadinanza di Sarajevo". Come a dire: grazie per tutto quelle che non avete fatto, grazie per non aver difeso una città patrimonio del mondo, grazie per aver chiuso gli occhi quando le certezze di un secolo crollavano insieme alla Jugoslavia.

Di tutto questo la guerra in Bosnia è simbolo. E lo è ancora di più l'assedio di Sarajevo: 1.425 interminabili giorni. Terra della convivenza multireligiosa prima, e poi emblema dell'odio etnico, assediata dai serbi ma che vantava il generale serbo Jovan Divjak primo fra i suoi difensori, laica e capitale dell'Islam. La città che in dieci anni è stata sempre al centro della scena: prima per le olimpiadi invernali, poi perché da quelle stesse montagne i cecchini sparavano ai cittadini inermi. E mentre la Biblioteca Nazionale Bosniaca bruciava, deliberatamente colpita dall'odio etnico, le democrazie di tutto il mondo manifestavano la loro impotenza. La Germania e il Vaticano, solerte nel sostegno alle terre cattoliche di Slovenia e Croazia. La Francia, che oltre a una passeggiata del Presidente Mitterand nel centro di Sarajevo non fu capace di altro. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna, capaci di esportare la democrazia negli angoli più remoti del pianeta ma inerte quando si trattava di difenderla a due passi da casa. L'Olanda, mentre il suo esercito guardava distratto quello che succedeva a Srebrenica sancendo l'impossibilità delle Nazioni Unite di fare quello per cui erano nate, ovvero "salvare le future generazioni dal flagello della guerra".

La guerra ci fu. E fa strano che oggi a criticarla siano proprio quelli che l'hanno combattuta. In questi giorni, infatti, ex soldati serbi, bosgnacchi e croati si sono ritrovati tutti assieme, ormai alleati, a protestare di fronte al Parlamento bosniaco per chiedere il diritto alla pensione. Nella loro protesta si legge l'amarezza di chi, vent'anni dopo, ha scoperto di essere stato ingannato da coloro che, nascondendosi dietro la bandiera del nazionalismo, non hanno fatto altro che conquistarsi frammenti di potere a discapito della gente comune. Croati, serbi o musulmani.

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