Menu

Reddito e youth guarantee, una contrapposizione sbagliata

contrapposizione reddito lavooSu L’Unità di oggi (6 Maggio ‘13), a firma Bruno Ugolini, è comparso un contributo dal titolo impegnativo: “Meglio il lavoro che il reddito garantito”. L’autore è un profondo conoscitore del sindacato e del mondo del lavoro (ha curato per l’Enciclopedia Treccani la voce sindacalismo), ma dal tono e dalle argomentazioni proposte si ha quasi la percezione che Ugolini conosca profondamente un mondo del lavoro che non c’è più, quello del secolo scorso.

Ancora una volta – è questa la tesi dell’autore – si mette in contrapposizione il lavoro e il reddito minimo garantito, quasi come se quest’ultimo dovesse sostituire il primo. Non è così. Vi è da sempre una polarizzazione intellettuale su questo tema, tra chi ha elaborato la fine del lavoro attraverso la distribuzione diretta del reddito come strumento di affermazione di una cittadinanza libera e chi continua a pensare che il lavoro sia l’unica forma di accesso al salario. A prescindere da come la si pensi sono anni che nei fatti questa dicotomia non esiste più. La stessa proposta di legge d’iniziativa popolare, presentata lo scorso 15 Aprile alla Camera dei Deputati, supera nel concreto questa divisione, proponendo l’introduzione di un reddito minimo garantito (diretto alla persona e non al nucleo familiare) rivolto a inoccupati, disoccupati e precariamente occupati che non riescano a superare lo scoglio dei 7200 Euro l’anno. Un meccanismo, dunque, che integra (e non sostituisce) l’accumulazione di reddito da lavoro, principio fondante della nostra Costituzione, nonché della libertà di tutti/e e di ciascuno.

A che serve quindi contrapporre ancora una volta reddito e lavoro? Si rischia così di fare un vero e proprio favore a Grillo, che sull’evocazione di un reddito incondizionato ha costruito un pezzo del suo consenso, quasi come se al popolo affamato dovesse esser garantita l’elemosina di Stato. Il punto è tutt’altro. Negli ultimi venti anni sono state sperimentare forme di precarizzazione lavorativa e esistenziale che hanno accelerato un progressivo processo di impoverimento collettivo. L’attuale frammentazione del mercato del lavoro e dei processi produttivi hanno (di fatto) ridotto a parzialità l’integrazione tra lavoro e welfare conquistato con decenni di lotta dai lavoratori e dalle lavoratrici. Il mito della flexsecurity è servito a dare vita alla giungla contrattuale che ha incentivato e legalizzato lo sfruttamento, senza l’introduzione di nessun ammortizzatore sociale capace di esserne contraltare. Morale della favola: l’Italia è l’unico paese a capitalismo avanzato che garantisce flessibilità in entrata e uscita dal mondo del lavoro, ma nessuna tutela o ammortizzatore che possa limitare l’esclusione sociale. È il grande errore anche della riforma Fornero, cioè (al di là della propaganda) non aver dato accesso all’Aspi e alla mini Aspi a tutti i lavoratori contrattualizzati in modo atipico (collaboratori, ma anche partita Iva, etc). Il risultato è un progressivo impoverimento della nostra società, nessuna politica redistributiva, nessun programma (anche qui al di là della propaganda) per lo sviluppo mirato a un nuovo processo di nuova e buona occupazione di massa rivolto prevalentemente ai giovani.

La confusione aumenta quando Ugolini fa infine riferimento alla proposta – promossa in Italia dalla Cgil – di introduzione della Youth Guarantee. Cioè un complesso di servizi volti a rinforzare le politiche pubbliche per l’inserimento lavorativo dei giovani, approvata dal Parlamento e dal Consiglio d’Europa, nonchè fortemente raccomandata dalla Commissione. Consiste in un rilancio del collocamento pubblico con l’impegno, entro quattro mesi dalla fine degli studi, di un percorso d’inserimento lavorativo o di sostegno all’autoimprenditorialità. Perché Ugolini contrappone la Youth Guarantee al reddito minimo? Francamente dalle argomentazioni proposte non è chiaro. Lo stesso elenco dei paesi citati dal giornalista de L’Unità hanno adottato entrambe le misure, come per esempio la Francia e la Gran Bretagna, per non parlare dell’integrazione tra servizi e reddito erogati dal paese locomotiva d’Europa, la Germania. Solo in Italia, invece, si continua a mettere in contrapposizione provvedimenti che dovrebbero essere integrati e volti a rilanciare l’occupazione e limitare la povertà, in un quadro sociale dove quasi sei milioni di lavoratori non hanno accesso agli ammortizzatori sociali. Lo prevede anche la stessa proposta di legge sul reddito minimo, cioè di integrare il reddito diretto (il contributo economico di 600 euro) con un complesso di servizi (reddito indiretto) volti all’integrazione lavorativa, alla formazione e all’accesso a forme di welfare locale. È quello che negli anni passati, come tuttora, ha chiesto il movimento studentesco che ha riempito le piazze italiane chiedendo accesso al reddito di formazione, erogato in modo universale e lungo tutto l’arco della vita.

Non è un caso, dunque, che molti di noi abbiano sottoscritto un decalogo contro la precarietà presentato prima delle elezioni dalla campagna Voglio Restare che chiede l’introduzione e l’integrazione di queste due proposte. È quello che dovrebbe fare il governo Letta per superare l’insopportabile e paternale retorica fatta in questi anni sul tema dell’occupazione giovanile e sulla precarietà. In fondo ce lo chiede l’Europa…

Torna in alto

Categorie corsare

Rubriche corsare

Dai territori

Corsaro social

Archivio

Chi siamo

Il Corsaro.info è un sito indipendente di informazione alternativa e di movimento.

Ilcorsaro.info