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Oltre il premio Nobel, una nuova idea di Europa

  • Scritto da  Cinzia Longo
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EU flags Stuart ChalmersL’annuncio dell’assegnazione del Premio Nobel per la pace del 2012 all’Unione Europea ha destato un notevole quantitativo di commenti da parte non solo degli osservatori e notisti ufficiali, ma anche degli utenti dei vari social network, tramite i quali il dibattito politico si evolve e si frammenta.

È evidente, guardando anche chi o cosa ha ricevuto il Nobel per la pace nel corso della storia, come questo abbia anche un notevole valore politico, a vantaggio esclusivo di quella che è percepita come la maggioranza dell’opinione pubblica. Dei paesi occidentali, chiaramente.

In altri termini, il Premio Nobel per la pace viene assegnato a persone, enti ed eventi che più hanno animato il dibattito pubblico nelle società occidentali nel senso del politically correct nell’anno appena trascorso, sovraesponendo mediaticamente il vincitore. Il Premio Nobel per la pace, quindi, ha una forte caratterizzazione buonista, in un’ottica puramente occidentalizzata.

Preso atto di questo, non è semplice cogliere i criteri secondo i quali quest’anno il premio sia stato assegnato all’Unione Europea, entità che ha assunto un’immagine spesso contraddittoria.

L’Unione Europea è stata, nell’ultimo anno, teatro di pesanti conflitti civili e dibattiti economici all’indomani del default e del rischio di default di numerosi Stati membri, diventando, per l’opinione pubblica, una sorta di “mostro succhiasangue” di intere popolazioni, costrette a politiche di austerity pesantissime, gestite dalla cancelliera tedesca Angela Merkel in combutta con le banche, e l’Euro è diventato la spada con la quale questo orrendo mostro taglia le teste dei poveri cittadini. Questa immagine grottesca corrisponde in parte alla realtà: è vero che il governo tedesco applica, in vigore della maggiore produttività dell’economia nazionale, delle politiche egemoniche all’interno dell’Unione stessa ed è altrettanto vero che la gestione politico-economica della crisi mondiale sia stata lasciata in mano a “tecnici” afferenti a grandi gruppi di interessi finanziari. Ma tutto ha alimentato le ripetute ondate di nazionalismo che pervadono tutta la cultura politica a noi contemporanea.

Il dibattito intorno a ciò  che l’Unione Europea ha rappresentato dall’esplosione della crisi globale ad oggi si è quindi sclerotizzato in una divisione manichea tra “filo” ed “anti”. È però innegabile come dalla caduta del Muro di Berlino si sia attivato un processo di pacificazione dei conflitti interni, e come almeno due generazioni abbiano giovato della libertà di movimento e di comunicazione tra gli Stati membri.

Ciononostante, è altrettanto innegabile che l’Unione Europea così com’è presenti notevoli difetti: dalla chiusura dei confini esterni all’immigrazione extracomunitaria, al limite del rispetto dei diritti umani, fino alla gestione miope, scoordinata e unilaterale delle risorse, passando per il grandissimo deficit di partecipazione della cittadinanza a livello istituzionale.

L’analisi dei difetti non dovrebbe però portare allo smantellamento di una visione politica europeista per un ritorno agli Stati nazione, ma dovrebbe essere motore per un reindirizzamento delle politiche europee verso il campo del sociale, verso la costruzione di una società  multinazionale e multietnica, che sappia valorizzare le differenze e le sappia utilizzare come tratto identitario.

In nome di questa libertà e di questa nuova identità, bisognerebbe aspirare ad un nuovo tipo di partecipazione alla vita politica europea, in modo da superare la gravissima situazione in cui non solo l’economia, ma soprattutto la politica e la partecipazione europea si trovano, per evitare di ricadere in derive nazionaliste, di cui si vedono già le prime gemme.

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