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La legge elettorale e il dilemma della governabilità

  • Scritto da  Bruno Siragusa
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Montecitorio bluesCon lo scarto di sei voti, la proposta Malan è adottata come testo base per il progetto di legge elettorale. Dal resoconto della I commissione permanente del Senato apprendiamo che:

  1. per ambedue le Camere la ripartizione dei seggi sarà proporzionale;
  2. il premio di 76 seggi alla Camera e 37 al Senato va alla prima lista o coalizione di liste che raggiunge il 12,5% delle preferenze a livello nazionale;
  3. le soglie di sbarramento saranno del 5% per la singola lista (o del 7% in quelle circoscrizioni comprendenti complessivamente un quinto della popolazione) e del 4% per la lista in coalizione;
  4. ogni lista presenterà due distinti elenchi, uno di preferenza e uno bloccato, rispettivamente con due terzi e un terzo dei seggi e la rappresentanza dei sessi sarà garantita con la quota minima di un terzo per il primo elenco e un'alternanza dei sessi per il secondo. Naturalmente, la somma dei due elenchi non potrà superare il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione, ma un candidato potrà presentarsi in entrambi gli elenchi.

Insomma, si tratta di un proporzionale non sufficientemente corretto, che garantisce un pluripartitismo moderato ma non una stabilità di governo, democratico ma allo stesso tempo potenzialmente clientelare: questo è il panorama delle critiche mosse alla proposta del Popolo delle Libertà. Come sappiamo, un sistema elettorale può concorrere a strutturare un sistema politico, e quindi le tipologie di alleanze e il numero di partiti in parlamento, e le elezioni non sono altro che una competizione che ha per oggetto il voto popolare, dunque la creazione dell'elettorato di riferimento. Alla luce di ciò, possiamo immaginare per quale motivo ogni soggetto politico ambisce ad un specifico sistema elettorale, all'introduzione o meno delle preferenze o all'assegnazione di un premio alla coalizione o al partito, nonché la dimensione di tale premio.

Su un punto vi è convergenza: la scelta del proporzionale (seppur corretto). La frammentazione partitica impone una logica di alleanze, ma queste – in fede ai sondaggi – al momento non garantirebbero alcuna governabilità; allora, in una visione opportunistica, una reale rappresentazione politica massimizzerebbe la capacità contrattuale a scapito degli effetti distorsivi di un maggioritario. Sarà importante la scelta delle circoscrizioni: la dimensione di queste incide sulla diretta relazione tra elettorato attivo e quello passivo, perciò più saranno piccole e più saranno avvantaggiati i partiti radicati sul territorio. Come anche conterà la scelta della formula di allocazione dei seggi, che potrà avere effetti riduttivi maggiori o minori rispetto all'attuale proposta.

Anche la modalità di voto –  preferenze sì, preferenze no – inciderà sulle aspettative dell'elettorato e sulla possibilità di sfruttare le reti clientelari. E ugualmente rilevante sarà la soglia di sbarramento per determinare la dimensione dell'atomizzazione dei partiti. E chissà, magari anche la nomina di un capolista in prospettiva di capo di governo per evitare scheletri nell'armadio.

Le variabili sono tante, troppe, e non esiste certo il sistema elettorale perfetto. Ma una cosa è certa: di porcate ne abbiamo viste fin troppe.

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