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M5S: "uno vale uno" e siamo tutti più deboli

  • Scritto da  Matteo Fadini
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Vito Crimi e Roberta LombardiLe riflessioni che seguono non vogliono essere una lettura o valutazione a tutto tondo del M5S, una realtà multiforme e variegata, con un elettorato che lo è ancor di più. Tuttavia, chi scrive ritiene necessario quantomeno demistificare la supposta orizzontalità inclusiva che ci sarebbe dietro alle parole "uno vale uno", senza che vengano meno le ragioni dello sdegno nei confronti di larga parte dell'attuale classe politica. 

Lo slogan "uno vale uno" è ormai una parola d'ordine nel M5S. La sua forza è immediata, la sua carica di stimolo all'azione diretta è insita nelle parole stesse: ma ciò che da sempre colpisce – e preoccupa – chi scrive sono il modello e l’idea di società che quello slogan presuppone.

Banalizzando un poco, uno vale uno significa che qualunque cittadino deve poter partecipare alla vita sociale senza mediazioni di sorta: il singolo può informarsi, dire la sua, prendere posizioni e votare direttamente le proposte. Premessa maggiore di questo sillogismo: il web garantisce tutti, chiunque può accedere alle informazioni e decidere di conseguenza.

Prima di entrare nel merito della questione, occorre però capire se e come la realtà del Paese rispecchia quanto promesso da quello slogan. In Italia circa la metà delle famiglie non ha mai usato Internet e questo spesso non per mancanza di connessione a banda larga, ma perché in quei nuclei familiari non c'è nemmeno un componente che abbia sufficienti capacità informatiche per accedere a Internet (fonte: ISTAT, dicembre 2012). E quindi c'è un problema: un sistema che prevede o che auspica che la rete sia il luogo dove si raccolgono le informazioni, si discute e si assumono le decisioni risulta essere un sistema escludente. Nella realtà italiana, mettendo il web al centro di un sistema del genere si taglierebbe fuori ben più della metà della popolazione, poiché la ricerca sopra citata sovrastima il numero di italiani connessi, e ritiene sufficiente che un solo componente del nucleo familiare sappia utilizzare un computer per affermare che l'intera famiglia sia alfabetizzata da un punto di vista informatico.

Si potrebbe dire che basta poco per eliminare l'analfabetismo informatico: imparare i rudimenti del pc e di Internet è semplice e si può fare in poco tempo e con poca spesa; non è mica come imparare a leggere o a scrivere! Già, l'alfabetismo informatico è una competenza più facilmente raggiungibile dell'alfabetismo tout court. E qui c'è un secondo problema: per poter utilizzare un pc e navigare in rete occorrono, oltre a (poche) competenze informatiche, anche l'abilità di leggere e scrivere. Insomma: solo gli alfabetizzati possono esserlo anche da un punto di vista informatico.

Ma quanti sono gli analfabeti in Italia, oggi? L'Istat è rassicurante: secondo il censimento 2001, all’epoca erano poco più di 780 mila gli italiani analfabeti, meno dell'1,5% della popolazione con più di 6 anni. L'UNLA (Unione Nazionale per la Lotta contro l’Analfabetismo), nel 2005, stimava 6 milioni di analfabeti e circa 14 milioni di persone non in possesso della licenza media. Tullio De Mauro offre il quadro più allarmante: un misero 29% degli italiani ha una competenza nella lettura e scrittura sufficienti per affrontare testi complessi. Non è importante – almeno per questo ragionamento – sapere quanti si dichiarano analfabeti, ma quanti sono gli italiani che hanno una competenza linguistica che permette loro di leggere testi non banali (cartacei o digitali che siano) e ricavare da quei testi le informazioni che cercano. In questo senso, sono corretti i dati di De Mauro: meno di un terzo della popolazione ha una alfabetizzazione sufficiente per la complessa vita sociale, quindi meno di un terzo della popolazione ha i requisiti per essere un cittadino nella visione sottesa allo slogan "uno vale uno". (Insomma: uno vale uno, ma solo tra chi ha le competenze necessarie. Una minoranza).

Veniamo al secondo nodo del ragionamento. L'analfabetismo, totale e funzionale, non è ovviamente un problema di oggi e si potrebbe dire, quindi, che la maggioranza della popolazione non abbia mai realmente partecipato alla vita politica e sociale a causa di un deficit di capacità. Questo non è vero, ovviamente, poiché da sempre le organizzazioni collettive e i gruppi più o meno organizzati sono stati un potente strumento di emancipazione culturale e di inclusione sociale. I partiti di massa, i sindacati, le organizzazioni cattoliche e le associazioni di varia natura hanno permesso alla maggioranza della popolazione di far parte del consesso civile grazie alla preziosissima funzione di mediazione e di promozione sociale e culturale. Per fare alcuni esempi: il contadino analfabeta, l'operaio industriale con la quinta elementare e il cuoco con il diploma d'avviamento professionale non avrebbero avuto da soli le conoscenze e le capacità per ‘leggere’ e comprendere la complessa società, poniamo, degli anni ’50 o ’60 e le rapide trasformazioni che stavano accadendo attorno a loro. Quelle tipologie di persone avevano a disposizione, però, una serie di soggetti istituzionali e di realtà organizzate grazie alle quali potevano informarsi e attraverso le quali potevano partecipare e agire nella vita sociale e politica del paese. I partiti di massa e le organizzazioni a essi collegate, i sindacati e le associazioni (culturali e non) hanno svolto un ruolo fondamentale: in larga parte queste organizzazioni hanno alfabetizzato, da un punto di vista politico e sociale, chi non avrebbe potuto partecipare direttamente alla vita collettiva. Pur con molti lati oscuri, quei soggetti continuano ancora oggi a svolgere questa funzione.

Tutto questo senza voler fare o dover fare l'apologia dei partiti o delle organizzazioni tradizionali: questi soggetti collettivi hanno avuto e continuano ad avere molti problemi – oltretutto i partiti hanno dismesso da tempo la loro funzione pedagogico-inclusiva – nondimeno a volte, specie nei piccoli centri, associazioni, sindacati o patronati rappresentano per molti praticamente l’unica possibilità di partecipare alla vita collettiva, di informarsi e di sentirsi non completamente marginali.

A una riunione sindacale, a un dibattito di una festa de l'Unità o di quartiere, una riunione del comitato in difesa del territorio – solo per fare citare alcuni casi – partecipavano e partecipano ancora persone con gradi diversi di istruzione e conoscenze: il partecipante per così dire più debole esce da quel consesso con un bagaglio di informazioni infinitamente maggiore rispetto a ciò che avrebbe potuto apprendere dalla lettura di un testo. Se qualcuno non capisce un passaggio di un intervento può sempre chiedere un chiarimento, magari a chi gli siede vicino. E poi: la discussione, quella plenaria e quella che si può svolgere dopo la riunione, al bar o di ritorno a casa, permette sia un feedback sia un controllo di quanto si crede di aver capito. Un testo o lo capisci o ti resta davanti agli occhi, muto; oppure, ed è peggio, credi di averlo capito ma non ne hai afferrato il vero senso.

I soggetti istituzionali, i corpi intermedi, le organizzazioni grandi e piccole servono soprattutto a questo: includere, dare la possibilità a chi non ha sufficienti mezzi di partecipare alla vita collettiva.

Chi ha una istruzione superiore, tempo a disposizione, situazione economico-lavorativa solida, può spesso fare a meno di molti gradi di mediazione e di molti gruppi organizzati: ha gli strumenti per comprendere e la possibilità di agire. Ma chi non ha istruzione, capacità argomentative, tempo a sufficienza, se privato delle realtà organizzate rimane solo, impotente e marginalizzato. Se a una persona cui mancano le parole si dice “tu conti per uno”, è come se gli si dicesse “devi farcela da sola”. Alla stragrande maggioranza degli italiani mancano letteralmente le parole, come i dati di De Mauro dimostrano, e quindi uno vale uno è il primo tassello per disegnare una società nella quale l'esclusione e la marginalizzazione diventano la norma. Come dire: i forti si arrangino e continuino a parlare anzi siano i soli a poterlo fare, i deboli stiano zitti e si tolga loro la voce dei soggetti collettivi attraverso i quali possono, in qualche modo, esprimersi e agire.

Curioso che il risultato dello slogan uno vale uno sappia così tanto di thatcherismo:

“I think we've been through a period where too many people have been given to understand that if they have a problem, it's the government's job to cope with it. “I have a problem, I'll get a grant.” “I'm homeless, the government must house me.” They're casting their problem on society. And, you know, there is no such thing as society. There are individual men and women, and there are families. And no government can do anything except through people, and people must look to themselves first. It's our duty to look after ourselves and then, also to look after our neighbour. People have got the entitlements too much in mind, without the obligations. There's no such thing as entitlement, unless someone has first met an obligation.”

                                                                                   – Margaret Thatcher, 31/10/1987 –

Postilla: è chiaro che uno dei centri di azione di qualunque governo progressista deve essere l'eliminazione dell'analfabetismo, di quello totale e di quello funzionale: non è tollerabile che larga parte della popolazione viva in condizione di minorità. Accanto alla ricostruzione di uno stato sociale che garantisca i diritti di tutti e di una profonda revisione della politica economica e ambientale, occorre eliminare la deprivazione linguistica e culturale della popolazione.

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