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Lobbismo o partecipazione, il bivio della democrazia

  • Scritto da  Riccardo Laterza
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Come se un Governo eterodiretto dalla Banca Centrale Europea non fosse già abbastanza per minare le già precarie basi della democrazia in Italia, assistiamo ora al tentativo di legittimare ed esportare dai 'democraticissimi' Stati Uniti d'America – e dall'altrettanto democratica Unione Europea – l'attività di lobbying, ovvero la pressione dei cosiddetti 'gruppi d'interesse', prevalentemente grandi multinazionali, nelle decisioni politiche.

Oggi su 'Ma anche no', il contenitore domenicale di La7, il lobbista Fabio Bistoncini, invitato per presentare il suo libro, Vent'anni da sporco lobbista (con prefazione dell'iperliberista Oscar Giannino) ha tenuto una lectio magistralis per spiegarci come il lobbismo sia un'attività trasparente e onesta – tanto che attraverso la Rete è impossibile risalire alle società da lui 'rappresentate' – al servizio della democrazia, in grado di rendere il decisore politico più informato, visto che “non può essere onniscente”. Ma soprattutto, ha sostenuto la necessità di regolarizzare e istituzionalizzare il lobbismo anche nel nostro Paese.

Sarà un caso, ma recentemente tre consiglieri regionali del PdL del Friuli Venezia Giulia hanno presentato una proposta di legge regionale – la prima di questo genere in Italia – per la regolarizzazione delle attività di lobby nella formazione dei provvedimenti regionali. I giornali locali hanno dedicato poche righe a questa notizia, che ovviamente non è passata sui media nazionali.

Forse sarebbe il caso di chiarire al dottor Bistoncini e ai firmatari della proposta di legge il significato della parola 'democrazia'. “Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia” scriveva Tucidide citando Pericle nel famoso Epitaffio, quando ancora non esistevano broker, speculatori e lobbyisti. Oggi purtroppo non è così.

Il crescente peso dell'economia finanziaria, la legittimazione della sua autonomia da parte della politica negli ultimi 40 anni e la degradazione dei processi partecipativi nelle democrazie occidentali hanno portato ad un asservimento della politica da parte dei poteri economici e finanziari. La crisi iniziata nel 2008, recentemente orientatasi nell'attacco ai debiti sovrani, ha messo a nudo questa verità, ma non ha certo determinato un'inversione di rotta nell'atteggiamento della politica rispetto a questo tema.

Ora, si sostiene che favorendo e legalizzando il patrocinio degli 'interessi particolari' nel processo decisionale  –  ovvero legittimando ciò che in Italia avviene già da anni – si migliora la qualità della democrazia e si informa in maniera più obiettiva chi è chiamato a prendere le decisioni. Si tratta in realtà di un ulteriore impoverimento del processo democratico. Consentire legalmente a gruppi d'interesse – inevitabilmente i più potenti sono quelli con più capitali, quindi i grandi interessi economici e finanziari – di compiere azioni di lobbying (traducendo in italiano, dati distorti, campagne mediatiche al veleno, favori e ricatti più o meno velati) non è la soluzione alla crisi economica e finanziaria.

Viene da chiedersi: quali sarebbero stati i risultati dei referendum di giugno su nucleare e servizi pubblici se l'azione delle lobby dell'energia e delle privatizzazioni avessero avuto ulteriore campo libero nel mondo della (dis)informazione o nell'affiliazione ai gruppi politici? Ulteriori esempi si sprecherebbero.

Si potrà obiettare che, in questi anni, anche gli studenti, i metalmeccanici, i pensionati, hanno svolto e continuano a svolgere un'attività simile a quella di lobbying, cercando di influenzare l'attività di governo. Nulla di più sbagliato: nelle democrazie occidentali si è perso il significato della partecipazione politica e dell'azione sindacale, un'azione ben diversa dal lobbismo, perché legittimata dal consenso e non dal potere economico, costruita dal basso in modo democratico e non dall'alto nelle stanze del Palazzo, volta non a difendere interessi e privilegi corporativi ma frutto di analisi ed elaborazioni politiche socializzate.

L'unico modo per uscire dalla crisi con più diritti per tutti e con una reale democrazia è ideare e praticare forme di partecipazione del basso, di confronto e scontro con le Istituzioni locali, nazionali, internazionali: dai bilanci partecipati alle società di gestione dei beni comuni, dalla riappropriazione degli spazi pubblici alla controinformazione, dai gruppi di acquisto solidale alle forme di mutualismo. Sono questi gli unici modi per uscire da questa crisi che sta demolendo le vecchie forme della democrazia e della governance liberale con un nuovo modello democratico, capace di futuro.

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