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Lavoro: perché il governo rovescia il tavolo?

MontiL'avevamo scritto: l'idea, lanciata da Monti nel suo primo discorso al Senato, e poi ribadita in tutte le salse dal presidente del consiglio e dalla ministra del lavoro Fornero, di scambiare l'abolizione dell'articolo 18, rendendo liberi i licenziamenti, con la cancellazione dei contratti precari, non stava in piedi.

Non si capiva quale collegamento ci fosse tra una norma a tutela della libertà sindacale, che sancisce il reintegro obbligatorio del lavoratore licenziato senza giusta causa o giustificato motivo, e il mercato del lavoro, oggi più che mai dominato dalla giungla dei contratti precari. L'idea che il ricorso ai contratti precari e il nanismo congenito delle imprese italiane fossero dovuti all'eccessiva rigidità dell'articolo 18 è stata ampiamente smentita (non c'è alcuna concentrazione di imprese nei pressi della soglia dei 15 dipendenti, oltre la quale scatta l'obbligo del reintegro).


Insomma, ci siamo chiesti per mesi, se l'obiettivo del governo era l'uscita dal tunnel della precarietà per milioni di giovani, perché concentrarsi sull'articolo 18? E soprattutto: se l'articolo 18 è l'unico argomento su cui il maggiore sindacato italiano si è dichiarato indisponibile a trattare, lasciando sul tavolo tutto il resto, perché mai un governo che dice di mirare a un accordo dovrebbe insistere proprio su quel punto, che non ha alcuna rilevanza ai fini dichiarati (cioè modernizzare il mercato del lavoro rendendolo più accogliente per gli investimenti e più sicuro per i giovani lavoratori)?
Evidentemente, scrivevamo un mese fa, il governo non ha mai voluto l'accordo. E ciò che è successo in questi ultimi giorni lo dimostra in maniera palese: da venerdì a oggi si è passati da una trattativa praticamente chiusa con l'appoggio unanime di tutti a una rottura storica. Una rottura voluta e sapientemente costruita dal governo, che ha anche tentato di mettere in piedi una maldestra operazione mediatica per mettere nell'angolo la Cgil. Una rottura maldestra perché Monti si è assunto la responsabilità di chiudere gli spazi di trattativa, perché nonostante il titolo roboante del Corsera di ieri “il nuovo articolo 18 varrà per tutti, la CGIL dice no”, almeno agli osservatori più attenti non è sfuggita la ratio della scelta del governo.

Persino Giannini dalle colonne di Repubblica ha riportato una tesi molto simile a quel che scrivemmo un mese fa, ovvero che Monti rompe con la CGIL per due motivi:
1. Portare in Europa la riforma del lavoro congiuntamente allo scalpo del sindacato più rappresentativo è un modo per dimostrare che la riforma del lavoro sia davvero incisiva, “very strong” direbbe l'europeo Monti.
2. Le grandi manovre nella politica italiana finalizzate alla costruzione di grandi centri che diventino vero baricentro della politica italiana necessitano di una implosione del PD, quale occasione migliore di schiacciare il partito tra “chi sciopera con la CGIL” e “chi vota la riforma Monti”, una semplificazione che trova la sua sintesi in molte dichiarazioni odierne “Bersani deve scegliere tra gli estremisti della FIOM e gli innovatori del governo”.

Tra scelte simboliche, strategie, guerre di posizionamento, e attacchi concreti, chi ne fa le spese sono solo i lavoratori, che saranno più deboli, ricattati e sottopagati.

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