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Il bluff europeo. Note al vertice del 28 giugno

Monti-MerkelNon hanno lesinato incensi e lodi i maggiori organi d’informazione nazionali nel presentare all’opinione pubblica il successo di Monti all’ultimo Consiglio europeo del 28 giugno: un colpo a segno contro la rigida linea della cancelliera Merkel che, nella lunga nottata del vertice di Bruxelles, sembra aver trovato nei gol di Balotelli la più evidente anticipazione premonitoria. Ma quanto c’è di vero dietro questi annunci trionfali? Cosa sarebbero lo “scudo anti-spread” e il “patto per la crescita” che tanto fanno parlare di una svolta nella governance europea della crisi?

Non bisogna essere economisti o esperti di finanza per rendersi subito conto, una volta scansato il fumo sugli occhi della stampa nostrana, che nulla è sostanzialmente cambiato rispetto al modello di austerity, a tutela delle oligarchie finanziarie, responsabile della spirale dei debiti sovrani, della recessione e dell’erosione incessante dei diritti sociali e del lavoro. Ore ed ore di trattative per strappare dal tavolo dei leader europei qualche briciola pronta ad essere miracolosamente trasformata dai media in un ricco bottino e che non toglie nulla alla tavola imbandita dalla troika per gli speculatori internazionali.

Scudo anti-spread – Il primo trofeo che Monti avrebbe portato a casa è in realtà una concessione minima per posticipare l’agonia degli Stati sottoposti ai duri “compitini” assegnati dalla troika e dai crescenti tassi di rendimento sui titoli sovrani. In parole povere i governi che avranno mostrato di essere diligenti e tempestivi nel rispetto dei memoranda e delle misure di taglio alla spesa pubblica, privatizzazione dei servizi e deregolamentazione del mercato del lavoro, potrebbero (col condizionale) beneficiare di un  intervento diretto da parte del fondo salva-stati (l’EFSF), che a breve verrà definitivamente sostituito dal nuovo meccanismo europeo di stabilità(l’ESM), nell’acquisto sul mercato primario (le aste pubbliche) e secondario (i prodotti già circolanti sul sistema bancario) di titoli di debito statali, sotto la supervisione della BCE e senza ulteriori condizioni da stipulare con la troika, per arginare l’aumento incontrollato dei loro tassi di interesse nel momento in cui venissero lasciati in balìa degli umori dei mercati. La “vittoria” di Monti sarebbe, innanzitutto, l’eventuale anticipazione, in casi di emergenza, di quanto sarebbe già previsto con la prossima entrata in funzione del nuovo ESM: la possibilità di acquistare dal mercato primario i titoli di debito per sostenere i Paesi in crisi. L’uso del condizionale è d’obbligo: infatti non si tratterebbe di un meccanismo automatico, ma di una misura eccezionale da concedere previa domanda da parte dello Stato richiedente e rinnovata firma di un protocollo d’intesa che ribadisca l’impegno a perseguire tutte le misure già prese con l’Unione Europea e la troika. Il grande passo in avanti consisterebbe nel fatto che con questo strumento “più flessibile ed efficace” non verrebbero richieste “ulteriori misure” oltre a quelle già sottoscritte: un sollievo paragonabile a quello di un condannato a morte cui gli venisse garantito, una volta scontata la pena, che non dovrà temere anni aggiuntivi di reclusione.

Resta, inoltre, aperto il nodo sulle risorse del nuovo ESM: i 500 miliardi previsti, infatti, sarebbero del tutto insufficienti a evitare possibili contagi tra i paesi “canaglia” dell’Europa nei prossimi anni, considerando che già soltanto il prossimo salvataggio delle banche spagnole costerà non meno di 100 miliardi.

A dispetto di quanto viene propagandato, infine, la Merkel vince su Monti e Hollande rispetto alla richiesta di trasformare l’ESM in un vero e proprio “istituto bancario” quale anticamera di una riforma della BCE che renda possibile il finanziamento diretto degli stati europei in difficoltà: ancora una volta vince la linea dei “prestiti” eccezionali e dei protocolli d’intesa ad hoc su condizione della piena applicazione delle misure di tagli e deregolamentazione interne. Non a caso, le parole della cancelliera esprimono una soddisfazione difficilmente interpretabile come un passo indietro: “Restiamo completamente nello schema precedente: prestazione, contropartita, condizionalità e controllo”.

Ricapitalizzazione delle banche spagnole – Rajoy porta a casa l’intervento diretto dei fondi Efsf ed ESM alla ricapitalizzazione delle banche, senza dover passare da un mega-prestito allo stato spagnolo con conseguente stipula di un accordo analogo a quella della Grecia. In cambio l’intero sistema bancario spagnolo sarà sotto il controllo della BCE e non un passo indietro viene prospettato rispetto alle politiche di smantellamento dello stato sociale già in atto. I banchieri spagnoli dormiranno sonni tranquilli sapendo che è in arrivo l’ennesima iniezione di liquidità dalle casse europee. Come sopra, si ripete il solito schema del salvataggio con fondi europei delle banche in crisi senza che venga messa sul tavolo alcuna ipotesi di regolamentazione del mercato finanziario e vincolo sull’accesso al credito da parte delle imprese.

Patto per la crescita – A fronte dei 100 miliardi necessari per salvare le banche spagnole, Monti e Hollande avrebbero guadagnato il tanto osannato patto per la crescita di 120 miliardi. Un’elemosina a confronto dei più di 4000 miliardi di euro che negli ultimi anni le istituzioni europee hanno versato alle banche a tassi ridicoli. Di questi, già 55 miliardi erano a disposizione, provenendo dai Fondi strutturali non spesi. In ogni caso l’entità dell’intervento non supera l’1% del PIL europeo e appare ben poca cosa per venire incontro a un piano strategico di ripresa e sviluppo che coinvolga tutti i paesi Piigs, arresti le percentuali di disoccupazione in costante aumento e il crollo dei salari.

Ad un’inversione di tendenza che rimetta al centro la tutela e promozione del lavoro, insieme a una ridefinizione necessaria del modello di sviluppo industriale, i leader europei non fanno che proporre una graziosa elargizione una tantum di entità assai modesta e diretta ad obiettivi di breve termine, del tutto innocua rispetto al mantenimento degli assetti attuali. In cambio, però, i trionfanti premier italiano e francese hanno dovuto incassare l’ennesimo niet di Merkel sulla possibilità degli Eurobond: davvero un ottimo risultato questo, che scongiura ogni tentativo di andare a monte del problema e perseverare nell’adozione di piccoli interventi per tamponare alla meno peggio la falla, senza riportare la nave sulla terra ferma.

I partiti che sostengono questo governo hanno di che festeggiare, riflettendo ormai docilmente l’umore delle borse europee e la “fiducia” dei mercati quale unica spia dello stato di salute di una realtà sociale con cui hanno tagliato ogni ponte. Il PD adesso potrà baloccarsi con un “patto per la crescita” guadagnato dal governo che sta appoggiando, il giorno dopo aver decretato con il proprio voto la scomparsa di decenni di lotte e diritti del lavoro, declamando sui giornali e dagli schermi la vittoria dei tecnici mentre intere generazioni vengono private di ogni reale prospettiva di futuro. Ma l’esperienza ci insegna che l’euforia dei mercati dura poco e questo lo sanno bene anche gli apologeti e gli alfieri del sistema dominante. Al contrario, il malessere e la rabbia di milioni di europei, giovani, lavoratori, pensionati, che vedono chiudersi ogni giorno la strada a un cambiamento, dureranno a lungo. E non basterà altro fumo negli occhi per fermarle.  

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