Se la politica finisce in vendita. Riflessioni sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
- Scritto da Stefano Minini - Donatella Natta
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Lo scorso 13 dicembre, il Consiglio dei Ministri ha approvato con decreto legge l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Il Governo Letta ha quindi dato finalmente seguito al volere che il popolo italiano espresse in maniera democratica e diretta mediante il terzo quesito del referendum del 1993, relativo appunto all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti.
Il Presidente del Consiglio lo promise ad aprile e, coerentemente, a fine maggio il Consiglio dei Ministri elaborò un disegno di legge in materia che venne approvato ad ottobre dalla Camera, ma poi la discussione si arenò in Senato. Con il nuovo decreto il Parlamento avrà invece solo 60 giorni di tempo a partire dalla pubblicazione per convertire in legge quanto stabilito.
In buona sostanza, il testo prevede una riduzione graduale e progressiva del finanziamento che sparirà del tutto nel 2017. Già a partire dal prossimo anno, però, i cittadini che lo vorranno potranno destinare il 2x1000 ad un partito ed ottenere detrazioni fiscali a fronte di donazioni in denaro. Inoltre, come già avviene per il 5x1000 ed a differenza del 8x1000, se il cittadino non effettuerà la scelta, l’inoptato non verrà ripartito proporzionalmente tra i partiti, ma resterà allo Stato.
Come funziona altrove il finanziamento pubblico ai partiti
Guardando brevemente alle altre realtà nazionali a noi più vicine, quasi ovunque, sebbene con modalità e proporzioni differenti, sono previste forme di finanziamento pubblico alle organizzazioni partitiche. E’ così in Francia, dove lo stanziamento è attribuito proporzionalmente sia in base al numero di voti ottenuti, sia al numero di parlamentari iscritti a ciascun partito. E’ così in Germania, dove l’attribuzione statale non solo è calcolata sulla base dei voti ricevuti, ma anche sulla base delle donazioni private destinate al singolo partito che non possono superare una soglia massima estremamente contenuta. E’ così anche in Spagna, dove il sistema di finanziamento è misto. Ed è così anche nel Regno Unito e negli Stati Uniti, dove prevale il finanziamento privato - sebbene molto discusso - ma è comunque previsto uno stanziamento di natura pubblica.
L'abolizione del finanziamento pubblico ai partiti ci farà davvero risparmiare?
Premesso che non è semplice tentare di calcolare quanto farà risparmiare alle casse dello Stato questo nuovo sistema, poiché le cifre a riguardo sono parecchio nebulose, si può prendere a riferimento - solo a titolo indicativo - l’ammontare dei rimborsi elettorali per le elezioni politiche del 2013 fissato dall’Ufficio di Presidenza della Camera: circa 56 milioni di euro. Giusto per fare un esempio, con lo stesso importo non si potrebbero realizzare più di 1.2 km della costruenda Autostrada Pedemontana. Poco quindi in termini relativi, se valutato in relazione alla complessa economia di un Paese.
Se a questo si aggiungono i più che probabili danni generati dagli effetti perversi del nuovo sistema, il risparmio sarà non solo poco incisivo, ma del tutto apparente.
Le responsabilità politiche
Il tweet entusiastico con cui subito dopo il Consiglio dei Ministri il Presidente Letta ha annunciato la notizia sembrerebbe davvero presagire il tanto atteso compimento di una promessa programmatica che per molti suona come il lieto fine di un’annosa questione. Ma se si guarda appena sotto la superficie luccicante con cui è stata impacchettata la vicenda per offrirla come regalo di Natale agli Italiani indignati, è facile scoprire come la realtà sia molto più complessa e, in definitiva, la soluzione introdotta da Letta rappresenti la classica toppa peggiore del buco.
In primo luogo, per il Governo si tratta meramente della realizzazione di un’azione amministrativa, ovvero è stata applicazione, dopo vent’anni, ad una decisione referendaria. Nel 1993, infatti, più di 30 milioni di Italiani scelsero di abolire il finanziamento pubblico ai partiti sull’onda emotiva fortissima di disprezzo nei confronti della politica, generata dallo scandalo Tangentopoli. Lungo il tortuoso cammino della traduzione della volontà popolare in legge, tuttavia, la suddetta volontà venne aggirata ed in buona sostanza ne risultò un italianissimo e gattopardiano ritorno allo status quo ante bellum. Il Governo Letta ha recuperato dunque il tempo perso ed eliminato le distorsioni applicative, ma sarebbe da chiedersi se, in queste due decadi, la volontà popolare non si sia modificata e se la politica possa arrogarsi il diritto di stabilire che non è così.
Prescindendo da questo, l’applicazione dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti resta un atto in una certa misura dovuto. Un atto da governo tecnico di scopo privo di colore ed intenzione politica; ma con la differenza, rispetto all’esperienza Monti, di una chiara legittimazione elettorale. Ovviamente, data l’articolazione dell’attuale compagine governativa, solo difficilmente potrebbe non essere così. Storicamente, il pluralismo polarizzato che caratterizzò e pare ancora caratterizzare la scena politica italiana - sebbene con accenti sempre più schizofrenicamente al contempo centripeti e centrifughi - non ha mai consentito e pare continuare a non permettere ai governi delle “larghe intese” di muovere passi significativi in una qualsivoglia direzione politica.
Sarebbe ingenuo non notare come la decisione giunga pochi giorni dopo la vittoria quasi bulgara di Renzi alle primarie del Partito Democratico. Il sindaco di Firenze ha fatto dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti una delle sue principali bandiere e dunque, una volta vinta la sfida, ha chiesto il conto al Governo di cui il suo partito è azionista di (risicata) maggioranza. Se la decisione dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti presuppone una responsabilità di tipo politico, questa pare doversi attribuire al nuovo Segretario del Partito Democratico.
Quindi chi pagherà?
Ma questa è la politica. Quello che invece la politica non dovrebbe rappresentare è un mercato dove le issues di cui gli eletti devono farsi carico si vendono al kilo al miglior offerente. Ed il rischio connaturato all’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti è proprio questo. Se non sarà più lo Stato a stanziare i fondi per i rimborsi elettorali, chi pagherà il sostentamento delle organizzazioni partitiche e per le loro campagne elettorali diventate ormai non solo parecchio costose, ma permanenti e che, con buone probabilità, non smetteranno presto di essere tali?
Come dimostra il costante aumento dell’astensionismo elettorale, che alle ultime elezioni politiche sfiorando il 25% ha raggiunto il suo ennesimo picco massimo nella storia della Repubblica, i cittadini sono sempre più legati ai partiti politici da sentimenti di profonda sfiducia. Un altro indicatore che sembra andare nella stessa direzione riguarda le iscrizioni ai partiti, che in Italia concernono - ad una prima approssimazione - solamente circa 2 milioni dei circa 47 milioni di aventi diritto al voto.
E’ forse più che ottimistico pensare che, data la situazione, i cittadini siano realmente disposti a dare in maniera diretta soldi alla politica. E appare dunque velleitaria la prospettiva di coinvolgere il cittadino comune, non interessato (direttamente o indirettamente) al quadro politico, in un progetto di finanziamento su base volontaria come il 2x1000 proposto dal decreto.
Sì, è vero, il MoVimento 5 Stelle è riuscito a dimostrare che anche senza fondi pubblici è possibile ottenere visibilità e risultati elettorali. Ma il ruolo della potenza economica di Grillo e soprattutto Casaleggio resta ancora da decifrare, prima di poter erigere il modus operandi del M5S a modello.
Va inoltre considerato come il contributo su base percentuale del reddito rifletta un approccio di censo, anziché di cittadinanza, alla problematica del finanziamento ai partiti; si riduce quindi la questione del pluralismo della rappresentanza politica (la salvaguardia di forze politiche caratterizzate da minore visibilità o comunque non in grado di sostenersi autonomamente) ad una materia regolata dal potere economico che ciascun cittadino ha la facoltà di porre sul piatto del miglior offerente.
Nella migliore delle ipotesi, dunque, l’opzione del 2x1000 verrà riservata ad una ristretta minoranza di cittadini che, per convinzione od opportunità, decideranno di palesare il loro contributo a questa o quella forza politica. E, nonostante sia impossibile prevedere a priori il potenziale ricavato di questa operazione, è chiaro come essa risulti aprioristicamente fallata dalla sua concezione censuaria e dalla sua natura di parte, riduttiva del senso stesso dell’azione di promozione politica a cui questi fondi sono destinati.
Non restano dunque molti altri attori in campo, se non le grandi concentrazioni di potere che, sulla base della logica pluralistica, risultano già ampiamente addentro alla politica, ma con la significativa differenza rispetto agli altri gruppi di pressione di disporre degli strumenti adeguati per conseguire i propri interessi particolari. E tra questi, l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti rappresenterà il più rilevante, poiché giuridicamente normato.
Diventa quindi legittimo interrogarsi su quale tutela possa essere garantita ai cittadini, qualora non vi sia, come probabile, una convergenza di interessi tra i diversi soggetti coinvolti nella relazione.
Il rischio grave e concreto è che si accentui ancora di più quel meccanismo per cui il sostegno - che con questa gloriosa promessa mantenuta diventerà ufficialmente economico - si trasformi in vera e propria dipendenza di una classe politica sempre più debole dal potentato economico.
Se ai partiti si riconosce ancora la funzione sociale di convogliare le istanze della base, al loro sostentamento in quanto agenti socialmente utili non è illogico che vi provveda lo Stato. Anche perché togliendo il finanziamento pubblico ai partiti non si fa altro che tornare ad una concezione notabiliare della politica a cui avrebbe accesso solo chi possiede rilevanti risorse sia economiche che di influenza. Al partito, invece, almeno nella sua concezione moderna e “di massa” è riconosciuta la funzione di tramite tra la base ed i suoi vertici, affinché la selezione della classe dirigente non avvenga (solo) su criteri censitari.
Sulla base di questi ragionamenti, viene da chiedersi quale valore assumerebbe allora il voto: stabilire il nuovo leader a cui le concentrazioni di potere devono rivolgersi per vedere garantiti i propri interessi, oppure viceversa?
Il rischio, palese, è che nell’illusione (presunta) di fare il bene dei cittadini esaudendo la loro volontà, si finisca invece per arrecare loro l’ennesimo grave danno e che tra altri 20 anni un revival dei forconi bloccherà di nuovo stazioni ed autostrade chiedendo conto di quanto fatto dalla commistione di concentrazioni di potere politico- finanziario che questa popolarissima decisione rischia di creare. E questa pare ancora una visione non del tutto pessimistica, migliore di certo dell’inettitudine silente ed inconsciamente rassegnata, poiché esautorata anche della capacità di comprendere la propria indignazione.
Il rifiuto della complessità
Certo, la situazione attuale non è francamente difendibile, come non lo sono gli utilizzi illeciti dei rimborsi elettorali su cui il giornalismo tanto attira l’attenzione. Tuttavia, altre soluzioni sarebbero possibili. Realmente. Come ad esempio prevedere un tetto massimo di spesa, ragionevole e pubblico, integrabile eventualmente con donazioni provenienti dai cittadini che non sforino comunque una certa soglia massima fissata ragionevolmente e non su base del reddito. Inoltre, potrebbe essere utile sottoporre il finanziamento pubblico al vaglio dei cittadini, inserendolo concettualmente tra gli indicatori su cui si valuta l’efficacia dell’azione politica delle formazioni partitiche, ovvero come hanno speso il denaro pubblico assegnatogli per farsi promozione.
E’ ovviamente con una certa malizia che ci si domanda chi siano questa volta gli “imprenditori della crisi” a cui questa soluzione non avrebbe apportato benefici. Perché resta pur sempre preferibile pensare che si tratti di interessi, per quando personalistici, piuttosto che di incapacità della politica di proporre soluzioni accuratamente ragionate.
L’Italia purtroppo continua ad andare avanti suonando la grancassa dei sensazionalismi simbolici, vuoti e sconsiderati: muoiono degli operai in una fabbrica e solo allora finalmente si rivede la legislazione sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, imprimendo però alla stessa pretese talmente elevate da renderle materialmente di difficile attuazione; scoppia lo scandalo di Tangentopoli e allora, cavalcando l’onda dell’emotività, si chiede agli italiani se vogliono abolire o meno il finanziamento pubblico ai partiti.
La questione è delicata, come lo è stata ad esempio la riforma Gelmini che ha di fatto massacrato l’istruzione pubblica e gli effetti, che si iniziano già a vedere, presto saranno palesi. Ed altrettanto lo saranno gli effetti dell’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti. Forse più subdoli, poco evidenti, mascherati da ulteriori politiche simboliche, ma ci saranno e, per chi vorrà e saprà vederli, saranno evidenti.
Questo Paese deve imparare ad uscire dalla fobia per la complessità che lo attanaglia da troppo tempo e deve farlo soprattutto per onestà intellettuale nei confronti di tutti i cittadini. Si continua a dimenticare che la politica è una cosa complessa e non solo per gli intricati rapporti su cui si regge, ma per la natura stessa delle questioni che deve affrontare ed i concetti che a queste fanno da sfondo. Continuare a scegliere, sempre, la soluzione più semplicistica, quella che fa sensazione ed accontenta nell’immediato le folle è una strategia priva di chances di successo e di sostenibilità.
Così l’Italia continua ad ingrettirsi, continua ad ostinarsi a rifuggire la complessità per poi lamentarsi, dopo anni, che va tutto male e la politica è una cosa schifosa. Continua a guardare solo la superficie delle questioni e da quella prospettiva l’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti sembra davvero un lieto fine. Sebbene non lo sia affatto.
