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Ostello Aperto: polemiche e confusione sulla notifica del Comune di Milano di chiudere Ostello Bello

  • Scritto da  Marino Bombini
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«Ma cosa ti aspetti dall’Italia?»

Il commento di una signora di passaggio da via Medici mentre parliamo di cosa sia successo a Ostello Bello con Nicola ‘Ceri’ Specchio (uno dei fondatori) lascia in bocca tutta la gamma di sapori che un luogo comune può dare.

Quale sia questo luogo comune da sottendere alla rassegnazione della signora a voi la scelta.

Sì, perché di questo paese, che vuole uscire dagli stereotipi del bel clima, buon cibo, belle donne (o belle chiese) e grandi mazzette, purtroppo non restano che i tentativi, non vani in sé, ma vanificati da chi evidentemente alla tradizionale mediocre italianità non vuole rinunciare.

Non solo: il paradosso è che si cede a commenti come «Non sembra di essere in Italia» (o – circoscrivendo – «Non sembra di essere a Milano») tutte le (molte) volte che qualcosa funziona o è in regola. Cioè, ci siamo così abituati ad agire per sottrazione che quello che dovrebbe essere lo standard alla fine diventa l’eccezione.

Un’eccezione degna di nota, un po’ più di altre, è diventata proprio Ostello Bello, che in pochissimo tempo si è guadagnato la meritatissima fama di struttura molto accogliente e di alto livello, anche come punto d’incontro non solo legato alle logiche del viaggio, anche se – proprio per il principio di accoglienza che caratterizza l’ostello – di viaggio si può parlare pur arrivando dall’altro lato del marciapiede.

E infatti quelli di Ostello Bello la notifica di chiusura proprio non se l’aspettavano.

«Stando a quanto contestato nella notifica, abbiamo dei posti letto in più – afferma ‘Ceri’ –, ma questo non comporterebbe la chiusura della struttura. Al massimo una sanzione amministrativa, che comunque avremmo pagato. Noi siamo tranquilli perché è evidente che qualcosa non va in quello che il Comune ci ha notificato.»

Buon per tutti, per i gestori e (soprattutto?) per la città di Milano, che non è che pulluli di posti come questo, sperando che non sottovaluti quanta spinta possa dare al «volàno» dell’economia locale una realtà come questa.

Con giustificata fierezza ‘Ceri’ dice: «Abbiamo dato lavoro regolare a 15 persone; ci siamo attenuti a tutte le disposizioni esistenti, anzi siamo andati ben oltre i minimi requisiti richiesti, ma non è bastato. Perché? Non lo so. Forse la risposta sta nelle maglie di questa burocrazia quasi kafkiana che ci ha costretti ad andare decine di volte presso i vari uffici tecnici, assessorati e Asl senza avere risposte esaurienti (spesso erano addirittura discordanti da una volta all’altra)».

Pur volendo tenere al minimo la fiamma della polemica, non è possibile non indignarsi (ancora? sì.) per quello che è successo a uno dei progetti più interessanti di Milano.

Allora, cosa aspettarsi dall’Italia?

«Make the future be different», si legge all’ingresso di Ostello Bello: non è vero che è facile stancarsi di voler cambiare il mondo.

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