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16 novembre: a Napoli un #fiumeinpiena contro il Biocidio

  • Scritto da  Angelo Buonuomo e Federico Esposito
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16 novembre: a Napoli un #fiumeinpiena contro il Biocidio

"Chello che me fa sbandà so ll'onne" cantano i 24 Grana. Onde, anomale, non di acqua ma di gente, che ieri hanno oltrepassato il Golfo e sono entrate in città senza scavalcare le scogliere e le banchine del porto. Sono scese a Piazza Garibaldi, alla stazione centrale, a via Marina, da quelle ferraglie che ci ostiniamo a chiamare treni metropolitani o Circumvesuviana, da quegli oggetti rari che sono diventati i pullman di linea. 

100, 200, 300mila persone. Il ballo dei numeri dopo i cortei ci ha abituato a contare e non a guardare, a fare paragoni senza dare peso alle lotte. Ieri, 16 novembre, a Napoli non è dato sapere quante persone componevano il #fiumeinpiena che ha invaso la città per dire stop al biocidio. Il dato che emerge, il giorno dopo, è quello di una Campania scesa in piazza. Da tutta la regione e dall'Italia intera migliaia di cittadine e cittadini hanno sfilato in una marcia allegra che sapeva di ribellione e funerali, di morti e di speranza. Un corteo enorme, come non si vedeva da decenni a Napoli e che ha letteralmente bloccato tutto, quando invece già dal mattino si aveva la preoccupazione seria che potesse essere la pioggia copiosa ed ininterrotta a bloccare la partecipazione.

Ma si sa, i fiumi con la pioggia si ingrossano e così ieri dopo due ore dall'avvio della manifestazione di bloccato c'era ancora la coda del corteo a Piazza Mancini, mentre la testa entrava già a Piazza del Plebiscito, sfinita, bagnata, zuppa ed entusiasta.

In piazza c'erano tutti. E stavolta non è un modo di dire. Dai comitati che da anni lottano contro la devastazione ambientale del territorio campano, alle associazioni e le realtà di movimento; dalle parrocchie, alle scuole, alle famiglie che ancora vivono i lutti dei loro cari. C'era anche la politica che ha provato a ripulirsi dopo decenni di saccheggi e connivenze: fischiata, respinta dai manifestanti, con gli esponenti istituzionali locali, quei pochi con la faccia tosta di presenziare, che il fiume ha rigettato via per non inquinarsi anch'esso. C'erano i coltivatori, gli allevatori, quelli che ancora amano le terre e si sono opposti agli sversamenti; c'erano operai, padri, madri e bambini; c'erano gli studenti e stavolta c'erano anche gli insegnanti, a sfilare insieme sotto finestre da cui è mancata la solidarietà classica delle signore che si affacciano a sostenere: erano anche loro in piazza.

Un corteo denso e partecipato quindi che ha segnato una data storica. Una piazza così la città partenopea non la vedeva da anni. Un popolo che si è ripreso la parola, ha denunciato gli autori del biocidio e avanzato proposte e percorsi per bonificare le terre inquinate, per ritornare a vivere e tracciare un futuro vivibile e sostenibile. 
Tutta un'altra storia insomma. La miriade di assemblee e iniziative svolte in preparazione della mobilitazione ha esaurito la discussione, eliminato dal tavolo qualsiasi possibilità di attrito tra comitati, associazioni e organizzazioni provando e riuscendo a definire un obiettivo comune e proposte unitarie, frutto di un confronto partecipato, nel quale i cittadini hanno messo insieme richieste e idee, denunce e speranze.

L'elenco dei luoghi del disastro ambientale è lungo e a volte ne sfugge qualcuno. Impossibile definirne uno; ma sul taccuino si può annotare la certezza della giornata di ieri: la rabbia verso i colpevoli di questi disastri, ma anche speranza e voglia di riscatto di una città e di una regione sommersa dai problemi. La parola “camorra” è stata a volte difficile da pronunciare nel corso delle iniziative che hanno preceduto la manifestazione di ieri, ma quando alcuni interventi richiamavano le responsabilità per il biocidio in atto, questa parola riecheggiava, si moltiplicava e la denuncia diventava collettiva, come quando a piazza Borsa è stato srotolato uno striscione gigante con la scritta “Stato, camorra e imprenditoria responsabili del biocidio”.

Camorra, assenza e connivenza dello Stato, imprenditoria corrotta: questa la combinazione di fattori che sta contaminando le bellissime terre di quella che fu la Campania Felix. I manifestanti lo sanno benissimo e non hanno avuto paura di denunciarlo. All'unisono rivendicano le bonifiche, da non lasciare nelle mani di chi ha seminato morte e distruzione.

Alla rabbia si uniscono speranza e voglia di riscatto, alle parole urlate si accompagnano le proposte, al ricordo di quelle che vengono riconosciute come vittime del biocidio si uniscono fischietti e musica.

I trattori e la terra sono stati tra i protagonisti della bella giornata di ieri. Un trattore che tentava di muoversi tra la folla dei partecipanti, la terra come tema centrale per i territori campani. Per questo l'impegno di ogni partecipante al corteo di ieri è stato quello di tenere insieme le contraddizioni della Campania: da un lato le produzioni di alta qualità, i prodotti tipici, le cooperative che fanno rivivere e bonificano in modo naturale – anche attraverso il no food – le terre confiscate e inquinate dalla camorra e dall’altro la terra dei fuochi, quella di alcuni prodotti belli da vedere e velenosi da mangiare, che non hanno valori nutrizionali e nascondono morte, coltivati nelle terre degli sversamenti.

Le due Campania: quella che resiste e quella che tenta di uccidere. La prima che mangia la seconda, si prende con forza il diritto di partecipare, decidere, cambiare e vivere. Quel fiume in piena da oggi non lascerà terre aride ma sarà pronto a irrigare nuove speranze e un nuovo futuro. Un fiume che in piazza si è trasformato in marea e ci ha fatto sbandare, come non accadeva da tempo. Come le onde.

Leggi le proposte della piattaforma del #fiumeinpiena

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