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Benvenuti a Blockadia. Per Naomi Klein "una rivoluzione ci salverà"

  • Scritto da  Bruno Montesano
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Benvenuti a Blockadia. Per Naomi Klein "una rivoluzione ci salverà"

Benvenuti a Blockadia. Forse non verranno pronunciate queste parole dai poliziotti in tenuta antisommossa deputati a presidiare i checkpoint presenti nelle innumerevoli zone di conflitto di cui è disseminato il pianeta. In Val di Susa o in Grecia, a Skouries, contro il progetto della miniera della Eldorado Gold, il conflitto è lo stesso. È quello tra le comunità e gli attivisti e le multinazionali sostenute dai governi intenzionati a non perdere irripetibili occasioni di investimenti.  È il conflitto perso “ogni volta che ci rassegniamo a dover scegliere soltanto tra cose negative: austerità o trivellazioni, avvelenamento o povertà”.

Il libro di Naomi Klein, Una rivoluzione ci salverà (2015, Rizzoli), titolo originale This changes everything, appare proprio come un invito a esplorare queste zone.
Blockadia non è “un luogo preciso sulla mappa, ma piuttosto una rovente zona di conflitto transnazionale che sta spuntando con crescente intensità ovunque ci siano progetti estrattivi che tentano di scavare e trivellare, che si tratti di miniere a cielo aperto, di fratturazioni idrauliche o di oleodotti per il petrolio delle sabbie bituminose.  Ciò che unisce queste sacche di resistenza (…) è che quanti combattono in prima linea – affollando i consigli comunali, marciando nelle capitali, facendosi portare via sui furgoni della polizia, o persino frapponendosi fisicamente tra le ruspe e la terra – non assomigliano molto ai tipici attivisti; né le persone di un sito Blockadia assomigliano a quelle di un altro sito. Assomigliano tutti al luogo in cui vivono e si assomigliano tutti tra loro: negozianti locali, professori universitari, liceali e nonne.”

A 15 anni dall’uscita del suo primo best seller, No Logo, il 4 febbraio Naomi Klein ha presentato a Roma il suo ultimo libro insieme a Marica Di Pierri di A Sud. L’incontro si è tenuto non a caso nell’Auditorium Santa Croce – Spin Time, in quanto è stata un’occasione di scambio per l’autrice con militanti di diverse realtà impegnate contro la logica estrattivista come il Comitato No Triv, l’esperienza di Fiume in piena, di Attac, di Action, nonché del Teatro Valle occupato.

Negli interventi sono state rilanciate le date del 18 marzo a Francoforte per il sabotaggio (con un voluto richiamo al processo contro De Luca) dell’inaugurazione dell’Eurotower della Bce, costata più di un miliardo di euro, e del 18 aprile contro il TTIP

L’incompatibilità di fondo

Klein si è detta sconvolta da quanto accade nella Terra dei fuochi, che secondo lei può essere letta come paradigma del capitalismo che estrae risorse dalla terra restituendole sotto forma di scorie da abbandonare in quella che diviene una landa infertile. Vi ha contrapposto però il modello rigenerativo delle fabbriche recuperate (su cui verte il suo documentario The Take), incarnato da RiMaflow che trasforma i rifiuti in prodotti, attraverso il riuso e il riciclo.

Il nesso tra le lotte per la giustizia climatica e le lotte sociali in corso è sottolineato dalla Klein non come uno slittamento delle priorità, ma come una loro riarticolazione che le inserisca in un’ottica più ampia.

Il tema di fondo è l’incompatibilità del capitalismo deregolamentato con le “forme di vita sulla Terra”. Se il capitalismo infatti, per non collassare, necessita di “una continua espansione senza vincoli”, il clima, specularmente, ha bisogno, per evitare il collasso, di “una contrazione del nostro modo di utilizzare risorse. Solo uno di questi insiemi di regole può essere cambiato, è non è quello delle leggi di natura”.

Il problema ambientale non è un lusso, dice la Klein: è un problema di potere, davanti al quale le pratiche individuali divengono poco più che palliativi. E come da anni dicono i movimenti per la giustizia ambientale, il saccheggio del Sud del mondo e il sequestro della sua sovranità si configurano come una delocalizzazione del rischio e dei costi ambientali. È una violazione dei diritti umani, un’espulsione forzata dalle terre, nonché un’esclusione dai meccanismi partecipativi. Nella questione, così, entra il razzismo ambientale mascherato da tecnica volta alla razionale apertura dei mercati, attraverso trattati e riforme strutturali legati a finanziamenti “per lo sviluppo” (tema che costituisce il fulcro del precedente Shock Economy). Le diseguaglianze moltiplicano gli effetti delle calamità naturali.

People's climate march

A suffragio della complementarietà delle lotte Naomi Klein porta ad esempio la People's climate march, tenutasi a New York il 21 marzo 2014 in concomitanza con il vertice delle Nazioni Unite sul clima, dove le delegazioni indigene che manifestavano contro l’estrazione dei carboni fossili nelle loro terre si trovavano accanto agli abitanti del South Bronx, quartiere povero di New York, che ha patito e compreso concretamente quanto contino classa e razza nell’affrontare i disastri naturali come l’uragano Sandy. In Shock Economy, infatti, Klein spiegava come non tutti paghino allo stesso modo le catastrofi naturali: per alcuni sono delle occasioni per fare profitti (e senza arrivare oltreoceano basta pensare alle telefonate successive al terremoto dell’Aquila). Per altri delle tragedie.

Nella stessa marcia era rappresentata anche la protesta contro il fracking: a seguito della mobilitazione il governatore Cuomo ha bandito la fratturazione idraulica dallo Stato di New York.

Il giorno successivo alla marcia, con la Flood Wall Street, gli attivisti di Occupy Wall Street hanno portato le proteste davanti agli uffici di chi specula sulla crisi. Attraverso una serie di azioni di disobbedienza civile, hanno mostrato come il problema ambientale sia una questione di interessi, politica, umana, di scelte, e non un astratto tema per scienziati e ricchi progressisti.  

Il vertice di Copenhagen e i dati della Banca Mondiale

Al vertice per il clima del 2009 a Copenhagen è stato fissato il limite della crescita della temperatura a due gradi. L’accordo non è vincolante - “una sorta di telethon globale” - ma per la Banca Mondiale comporta il declino di ecosistemi, dell’agricoltura e quindi, per molti, della disponibilità di sostentamento. Fino a questo vertice il movimento ambientalista sperava venissero stretti dei patti vincolanti sulle emissioni. La caduta di questa illusione ha reso maturo il movimento, sostiene Klein, aggiungendo che l’altro grande errore sia stato smobilitarsi dopo le elezioni di Obama: bisognava restare nelle strade. Non si deve mai abbassare la guardia. E all’intervento di un’attivista che lamenta il fatto che Tsipras abbia parlato di necessità della crescita, Klein risponde che anche con lui bisogna mantenere alta l’attenzione. Ma al contempo, secondo l’autrice, non bisogna cadere nella trappola della decrescita, che in paesi stritolati dall’austerità richiama un’idea di sofferenza. Ci sono settori, quelli distruttivi, che devono subire una radicale contrazione,  altri su cui bisogna investire per favorire lo sviluppo come l’istruzione, il lavoro di cura, le arti e in generale i settori a bassa emissione.

Secondo un rapporto della Banca Mondiale, per la fine del secolo, l’aumento delle temperature di quattro gradi comporterà l’innalzamento dei mari di 1 o 2 metri, con la sommersione delle zone insulari, costringendo milioni di profughi ambientali ad emigrare. Le aree costiere verranno inondate “dall’Ecuador, al Brasile, dai Paesi Bassi, a gran parte della California e degli Stati Uniti nordorientali, fino a enormi regioni del Sud e Sud Est asiatico”. L’innalzamento del calore porterebbe alla morte di decine di migliaia di persone. I raccolti verrebbero distrutti, ci sarebbero inondazioni e infestazioni di insetti. Il settore della pesca vedrebbe una radicale contrazione. Le malattie e l’interruzione dell’approvvigionamento idrico falcidierebbero quantità sempre maggiori di vite umane.

Secondo Kevin Anderson, vicedirettore del Tyndall Centre for Climate Research, per contenere il riscaldamento entro l’aumento di due gradi servirebbe una riduzione dell'8/10 per cento annuo delle emissioni dei paesi ricchi. Possibile solo con grandi crisi, e quindi impossibile in contesti di libero mercato se non, appunto, con bruschi crolli economici, dove sono i settori più vulnerabili a sostenere il prezzo maggiore.

Il bad timing e il ruolo delle élites

Klein attribuisce buona parte dei problemi al “bad timing”: la prima diagnosi della comunità scientifica è stata fatta nel 1988, nel pieno del periodo in cui le élites erano all’apice del loro potere dopo gli anni Venti. Davanti a una politica tesa a ridurre tasse e vincoli per le imprese e costruire un contesto che le lasciasse libere di produrre dove fosse più conveniente, comprimendo la sfera pubblica, qualunque politica di investimenti in riconversioni  o di forte regolamentazione e tassazione delle produzione di combustibili fossili suonava come blasfema. Se le scelte in quel momento dovevano essere massimamente condivise, ciò che accadde fu l’esatto contrario. Sarebbe stata una minaccia per le élites.

Prendere allora delle decisioni adeguate avrebbe voluto dire ridurre e vincolare la libertà economica, che è il principio al quale si ispirano le politiche degli ultimi decenni. La soluzione ora, anche se arrivasse, sarebbe tardiva. Il passaggio oltre certi limiti non è reversibile. Lo spreco, assieme all’indebitamento, è l’ultima droga rimasta al capitalismo, che così induce allo sperpero di risorse, reso possibile dal saccheggio e lo sfruttamento. L’accelerazione della crisi climatica è stata impressa indubbiamente dalla globalizzazione che ha innalzato i livelli di emissioni. D’altra parte, le Big Green hanno creduto troppo a lungo di poter rendere compatibile il capitalismo deregolamentato con il pianeta, sperando che il mercato potesse fornire la soluzione dei problemi che causava.

Clima, crisi, austerity

Naomi Klein ha infine affrontato il nesso tra politiche di austerità e crisi ambientale: se il controllo pubblico non necessariamente permette che le risorse vengano gestite nel modo giusto, fronteggiare uno Stato sull’estrazione del greggio, come è successo in Norvegia, dà possibilità maggiori di riuscita che non farlo con la Exxon. Le politiche di austerity, riducendo risorse e privatizzando, espellono la possibilità di una riconversione produttiva e indeboliscono le infrastrutture, amplificando i disastri naturali.

Così Klein contesta al movimento ambientalista di non aver riconosciuto i manifestanti brasiliani come combattenti per il clima, che in occasione dei Mondiali del 2014 si sono battuti per un servizio dei trasporti pubblico e gratuito per tutti, lottando così anche per la riduzione delle emissioni. 

Naomi Klein sviluppa il percorso inaugurato con No Logo e proseguito con Shock Economy: se la crisi è stata utilizzata dalle élites, allora si rende necessario costruire una narrativa in vista del vertice di Parigi di fine anno. Una crisi è infatti un momento in cui cambia il senso comune e in cui ciò che appariva impossibile diviene necessario: per fare ciò bisognare mettere in campo una narrazione che metta insieme la lotta contro i trattati come il TTIP, “che ci privano degli strumenti di cui avremmo più bisogno”, quella per l’investimento nelle infrastrutture pubbliche, per i trasporti di massa, per l’edilizia popolare, per la  riappropriazione dei beni comuni come acqua ed energia, ”per aprire i confini ai migranti messi in fuga dai cambiamenti climatici”. Allo stesso modo va ribaltata l’idea della difficoltà nel trovare accordi tra paesi: come è stato fatto dopo la Seconda Guerra Mondiale o per liberalizzare il mercato globale, così è possibile coordinarsi per cambiare le politiche sulle emissioni. Il cambiamento climatico si configura quindi come un’opportunità storica affinché i movimenti escano dall’angolo e si facciano movimento di massa, largo diffuso ed  orizzontale. In questa lotta infatti, attraverso lo strumento che questa emergenza fornisce, si possono  inserire e riempire gli spazi della costruzione del nuovo con i temi per i quali si è sempre lottato.

 Il punto è chi dichiara la crisi: i popoli, termina Klein.

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