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La rivoluzione passiva della scuola

  • Scritto da  Unione degli Studenti
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La rivoluzione passiva della scuola

Dalla rivoluzione passiva della scuola alla rivoluzione permanente dal basso. La scuola ha bisogno di una scossa.

Da troppi anni ormai tanto il dibattito pubblico, quanto quello politico sono animati e orientati da argomentazioni lontane anni luce dalle esigenze reali della scuola e dei suoi studenti, e le ultime riforme della scuola non sono che la dimostrazione del fatto che i Governi che le hanno scritte, incapaci di elaborare una visione complessiva della scuola nella società, si sono limitati ad ascoltare le esigenze delle aziende ripescando rivendicazioni storiche del mondo della formazione, come l’alternanza e l’autonomia, per piegarle alle richieste del mercato e annullando di fatto il loro significato originale. La rivoluzione passiva è stata assunta dalle forze di Governo come prassi a tal punto che, conclusosi il ciclo delle riforme iniziato dalla Ministra Giannini e chiuso con la Fedeli, ed emersa la necessità di recuperare tutto quel consenso bruciato negli anni in vista delle prossime elezioni, proseguono le boutade e le sperimentazioni sulla scuola, in prima fila il “liceo breve”, rispetto al quale si è recentemente espresso su La Repubblica Asor Rosa.

Bene fa il professore a denunciare come la riforma, sprovvista di un ragionamento complessivo sulla didattica e sui cicli, di fatto è strumentale a legittimare un progressivo definanziamento della formazione. Se la prospettiva del Governo è il definanziamento, perde del tutto senso, aggiungiamo noi, promuovere come sta facendo la Ministra l’obbligo scolastico fino ai 18 anni (cioé fino alla fine del percorso scolastico qualora questo venisse ridotto di un anno); posta l’assoluta necessità di un’innalzamento dell’obbligo scolastico ai 18 anni di età come strumento di innalzamento dei livelli d’istruzione nel Paese, questo provvedimento ha senso solo con un piano d’investimento per il diritto allo studio che tenda all’istruzione gratuita per tutte e tutti, ma un investimento simile non è in programma. Se Asor Rosa coglie il punto sul piano delle risorse rispetto alla scuola breve, come osserva Girolamo De Michele manca però nel suo ragionamento una visione complessiva che includa una riflessione sui tecnici-professionali e sulla necessità di re-immaginare l’organizzazione della scuola e della proposta didattica. Non basta la fiducia nei docenti; la scossa di cui ha bisogno la scuola di oggi deve essere un’idea complessiva e radicale, che rimetta in discussione tutto il sistema scolastico, a partire dai cicli scolastici, dal contenuto e dal metodo dell’insegnamento.

La scuola in quattro anni non è il fulcro della discussione. Oggi il Governo intende questo provvedimento con la volontà di spedire anticipatamente i giovani nel mercato del lavoro o nelle università, per tagliare ulteriori risorse alla scuola, per una presunta competitività degli studenti italiani in Europa. Per noi un ragionamento che parte dalle conclusioni, peraltro sbagliate, non vale la sfida: si tratta infatti di un cambiamento imposto dall’alto, che mira al risultato e non al processo e, dunque, non porta da nessuna parte. Come un labirinto senza uscita, la scuola di oggi non guarda al suo scopo nella società, e così si perde in un marasma di dichiarazioni spot e provvedimenti tampone, ignorando la possibilità più lungimirante di una riforma sul riordino dei cicli.

Unificare le elementari con le medie, dedicando tre anni per le competenze di base e quattro per il raggiungimento dei livelli minimi, mentre, al contempo, dividere le scuole secondarie superiori tra biennio unitario e triennio specializzante, unire dunque qualità della formazione, revisione dei tempi di vita e di studio degli studenti ad un altro tema nevralgico: la decisionalità degli studenti. Ad oggi, infatti, l’ordinamento dei cicli impone una scelta precoce degli studenti circa il loro percorso di studi nelle scuole superiori: a 13 anni infatti sono sempre più i genitori a decidere per noi, questo determina spesso una scelta sbagliata, forzata e orientata esclusivamente da ragioni economiche o di “status” familiare. Così come è fondamentale mettere al centro oggi più che mai il tema della cittadinanza studentesca, il protagonismo degli studenti nelle città e nei luoghi della formazione, se davvero vogliamo fare della conoscenza il motore propulsore della società contemporanea.

Perchè non parlarne? Perchè non aprire un dibattito pubblico che interroghi tutta la società e non soltanto gli alti piani del Governo? Un processo di riforma così strutturato però richiederebbe proprio quella visione di scuola che ai Governi manca, col risultato che il dibattito sulla scuola a quattro anni si limita ad essere scandalosamente strumentale con le dichiarazioni della Ministra rispetto alla necessità di adeguarsi agli standard europei. Non ci interessa fare “come si fa in Europa”. Ci interessa un sistema su misura di studente. Ci interessa rimettere al centro un’idea di scuola e di conoscenza funzionali alla democratizzazione della società.

Una rivoluzione permanente dal basso, dunque, da costruire nelle scuole e che parli al di fuori di esse. C’è bisogno di discussioni reali, di contestazione nel merito e creazione di un’alternativa possibile che metta in crisi il processo alto- basso in atto nel mondo dell’istruzione in favore di uno orizzontale, paritetico, inclusivo. Rivoluzione permanente capace di spezzare le catene dello sfruttamento oggi rappresentate proprio dalla riproduzione della subalternità che parte dai banchi di scuola, che si reinventi senza fermarsi. Per far questo prendiamo i ruoli, rovesciamoli, portiamo la scuola fuori dalla logica competitiva e meritocratica, troviamo un’uscita e fuori dal labirinto costruiamo la tensione per un altro mondo possibile.

“Non c’è nulla che sia più ingiusto quanto far parti uguali fra disuguali”

“Non bocciare”, questo era la prima riforma della scuola proposta da Don Milani cinquant’anni fa nel libro “Lettera ad una professoressa” (le altre due: “a quelli che sembrano cretini dargli la scuola a tempo pieno” e “agli svogliati basta dargli uno scopo”).
Un’idea rivoluzionaria, in piena controtendenza rispetto al modello di scuola italiano, profondamente punitivo ed edificato a partire dalle necessità del mercato, un sistema individualizzante e competitivo, al quale Don Milani ne contrappose uno solidaristico, comunitario, teso alla crescita individuale e collettiva tanto degli studenti quanto del corpo docente. “Non bocciare”, dunque, come primo passo per non lasciare più nessuno indietro. A distanza di cinquant’anni, il primo passo in avanti arriva dalla quasi-abolizione della bocciatura alle scuole elementari e medie, ma non basta. Forse è proprio dal ripensamento della didattica e della valutazione che bisogna ripartire per costruire una scuola capace di trasformare la società.

Da quest’anno, infatti, nelle scuole elementari e medie per non essere bocciati basterà un professore contrario alla bocciatura. Di certo un avanzamento, che mette in crisi una concezione di fondo autoritaria della scuola pubblica italiana, ma che in profondità non ribalta la vera natura del sistema scolastico italiano, ancorato spesso ad un modello di gentiliana memoria. Il mantenimento del sistema numerico come metro di quantificazione degli elaborati infatti, nasconde la riproduzione di un sistema pedagogico volto a rispondere alle esigenze di mercato; la logica meritocratica, mantra della contemporaneità che produce la polverizzazione della società e pervade il mondo della scuola mettendo in crisi i rapporti tra gli studenti non viene smantellata, ma permane subdolamente negli esiti dei singoli test e nel processo valutativo quantificato in valori numerici che si estende lungo tutto l’anno scolastico. Sarebbe necessaria una riforma più complessiva e coraggiosa, che abolisca il voto numerico e che riformi in tutto e per tutto il processo educativo e pedagogico.

Da anni affermiamo la necessità di sostituire al voto numerico un sistema di diversi strumenti valutativi: una valutazione narrativa dello studente che rifletta non solo sul singolo test, ma su tutto il percorso e sul metodo di studio utilizzato, lasciando anche lo spazio per una valutazione bidirezionale, quindi non solo dal docente allo studente, ma anche dallo studente al docente. “Nessuno educa nessuno, nessuno si educa da solo, gli uomini si educano insieme, con la mediazione del mondo.” scrisse Paulo Freire ne “La pedagogia degli oppressi”. In modo simile Antonio Gramsci rifletté sul ruolo pedagogico e sul concetto di intellettuali, riconoscendo l’importanza delle riflessioni dei subalterni e sul ruolo pedagogico del mondo della formazione, immaginata dal filosofo sardo come motore per una società più eguale.

Gramsci e Freire: questi dovrebbero essere i punti di partenza per ridare voce agli studenti, riconoscendo i loro punti di vista e ribaltando la dimensione verticale dell’educazione.

Valutazione dello studente al docente come impostazione di un altro modello di società, ma anche valutazione della classe, del percorso di crescita di tutti gli studenti, della loro capacità di lavorare in gruppo, di studiare assieme. Se la meritocrazia divide, la cooperazione e la solidarietà uniscono, solidificano i rapporti. Una radicale inversione di tendenza che dovrebbe riguardare non solo il mondo della scuola primaria e secondaria di primo grado, ma anche quello delle secondarie di secondo grado.

Le scuole superiori del nostro paese hanno bisogno di una radicale rivoluzione a livello pedagogico, ed è assurdo che si possa sostenere che l’abolizione della bocciatura possa aver senso soltanto nelle scuole che nel percorso educativo la precedono. Non esiste una ragione, uno studio serio che possa motivare una tesi di questo genere. La verità è che non c’è la volontà di mettere in crisi di un sistema meritocratico complessivo, che continua ad esistere anche nelle elementari e medie, anche se ora con la riforma prova a scorrere subdolamente in profondità per poi riemergere come i fiumi carsici nelle scuole secondarie di secondo grado. Vogliamo l’abolizione della bocciatura anche alle superiori, e la vogliamo con l’abolizione del voto numerico come metro di giudizio.

Vogliamo una scuola inclusiva e solidaristica, che attraverso una riforma della didattica ponga attenzione in primo luogo alla formazione del pensiero critico. Una scuola capace di insegnare a leggere il presente, slegata da un approccio esclusivamente cronologico dei programmi, da una visione etnocentrica ed eteronormata, in cui il docente rappresenta l’autorità irraggiungibile ed ha lo scopo di dividere la classe tra ciucci e secchioni. Partiamo dal ripensamento della didattica, dalla costruzione condivisa dei programmi, dalla capacità della scuola di essere interdisciplinare, di creare nessi, di confrontare il pensiero di Socrate e quello di Hegel senza produrre giudizi o statue imperscrutabili, ma riflessioni e superamenti.

John Dewey evidenziò l’importanza dell’educazione all’interno di un sistema democratico, inteso come lo spazio migliore per lo sviluppo del pensiero critico. Mai come oggi, in tempi di crisi della democrazia, abbiamo bisogno di una riforma complessiva e radicale della scuola, come primo luogo per il contrasto dell’autoritarismo. Purtroppo, gli spot sconnessi e discordanti riguardanti la didattica, le riforme che rendono i luoghi della formazione degli spazi sempre più verticali e aziendali, palesano l’assenza di un ragionamento che parta dalla centralità del pensiero critico in un sistema democratico. Il più classico degli esempi è in questo senso l’interesse degli ultimi Governi nei confronti dei test Invalsi, prove a crocette che non valutano la qualità dei ragionamenti, ma la quantità di nozioni acquisite. Esattamente l’opposto dell’idea di educazione di Dewey, si produce la scuola come abbandono dello sviluppo di un pensiero capace di interpretare e analizzare l’esistente per trasformarlo, a favore della formazione di menti che assumono passivamente e acriticamente gli stimoli esterni.

Se da un lato, rispetto alle Invalsi, il Ministero da quest’anno ha escluso dall’esito degli esami alle scuole medie il risultato dei test, dall’altro attraverso i Decreti scritti quest’anno il Ministero ha introdotto per le scuole superiori l’obbligatorietà dello svolgimento del test per l’accesso all’esame di Stato, e il risultato ottenuto alla prova influirà sul Curriculum dello studente. Ne emerge un test nocivo per il sistema didattico, una prova che porta gli studenti a seguire metodi di studio mnemonici e gli insegnanti a far svolgere test simili in vista del “grande momento”: la legge di Campbell, il teaching-to-test.

Nella scuola di oggi viene dunque lasciata da parte l’idea di una scuola come luogo primo per la democratizzazione della società. Si elude pure una riflessione una riflessione critica sulla validità della meritocrazia. Il nostro Paese investe il 4% del PIL in formazione, la metà della Germania. Uno studente su cinque, con picchi al sud di uno su tre, non riesce a concludere il proprio percorso di studi superiori. Ciò sia per il sistema educativo, sia per le briciole dedicate al Diritto allo Studio. Sarebbe necessario investire 14 Miliardi per finanziare la gratuità dell’Istruzione, ma l’ordine dei finanziamenti ad oggi sta sui milioni, non sui miliardi. I miliardi sono quelli spesi per il mantra della “sicurezza”, per gli accordi in favore del respingimento dei migranti, per la guerra con la spesa assurda per gli F35.
Ebbene nel nostro paese esiste un solo contribuente organico e capillare: le famiglie.

La scuola di oggi non riduce, ma riproduce le disuguaglianze. In primo luogo perché il diritto allo studio non è garantito e uguale per tutte e tutti. Caro libri, contributo volontario reso obbligatorio, costo dei trasporti, dell’educazione non formale.
In secondo, perché le prospettive di studio e di vita che l’attuale sistema propone agli studenti sono differenziate in base alle origini sociali, economiche e culturali. Pierre Bourdieu studiò la riproduzione delle disuguaglianze, sia nella scuola che nella società francese degli anni ‘60 e tutt’oggi è possibile osservare come quella che lui definì violenza simbolica continui ad essere esercitata, in modo cosciente o meno, da parte di molti docenti nei confronti degli studenti figli di famiglie in difficoltà o di diverse origini etniche o culturali, in particolar modo in fase di orientamento, momento determinante nel percorso formativo e di vita. Marco Romito riprendendo Bourdieu ha svolto una ricerca a proposito, esposta nel suo libro “una scuola di classe (orientamento e diseguaglianza nelle transizioni scolastiche)”. Le disuguaglianze, legate agli stereotipi della “Doxa” (del pensiero comune), si riproducono ancora oggi, anche nelle fasi di orientamento, e se un cattivo orientamento comporta la scelta di un percorso scolastico non attinente ai propri interessi, spesso il risultato è l’abbassamento della media, la fine di ogni interesse per i propri studi e, in molti casi, al vero e proprio abbandono scolastico. La scuola che “cura i sani e respinge i malati” di cui parlava Don Milani.

In una scuola in cui le disuguaglianze attraverso diverse vie si riproducono, in particolar modo per lo scarso investimento in diritto allo studio, un sistema educativo che provoca l’assurda competizione tra uno studente che può permettersi le ripetizioni dai migliori docenti, mentre un altro deve ricorrere alle fotocopie per un libro di testo, la meritocrazia non solo è priva di senso, ma è la parola d’ordine di un sistema che allarga costantemente la forbice sociale. La scuola, i cui mattoni di oggi sono stati messi l’uno sopra l’altro a partire da questa scala di valori, incompatibili con la giustizia sociale, è quindi tutta da riformare. Non ha senso la meritocrazia, quindi non hanno senso il voto numerico, non ha senso punire gli studenti con la bocciatura, non ha senso stressarli e portarli a competere tra loro. Abbiamo bisogno di una riforma più coraggiosa rispetto a quella che partirà da quest’anno, abolire la bocciatura alle elementari e medie non basta, occorre una rivoluzione.

Vogliamo l’abolizione della bocciatura anche alle superiori e l’eliminazione del voto numerico, riaprire il dibattito pubblico nel paese e non solo nei salotti, non solo sui giornali, non solo nei palazzi. Ed è pure per questo che per il 13 ottobre stiamo organizzando delle manifestazioni in tutto il paese: saremo in tutte le piazze perché la scuola di oggi, punitiva, repressiva, disciplinante e piegata alla volontà delle imprese, in particolar modo per quanto concerne l’alternanza-scuola lavoro come realizzata dal Governo, cioé macchina di sfruttamento che non garantisce diritti agli studenti, è sempre più un dispositivo pedagogico utile alla produzione di futuri precari, e non un luogo in cui si possa crescere e stare assieme per restare insieme, per costruire collettivamente una società più giusta e democratica. Cambiamo la scuola per cambiare il mondo, apriamo una nuova fase: che la rivoluzione permanente abbia inizio!

da Unione degli studenti

Ultima modifica ilVenerdì, 08 Settembre 2017 11:30
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