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Jobs Act: cosa propone la "letterina" di Renzi?

  • Scritto da  Marta Fana
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Jobs Act: cosa propone la "letterina" di Renzi?

È stata inviata, inoltrata, spammata. La letterina renziana sul Jobs Act non è ancora una proposta, bensì una dichiarazione d’intenti, un susseguirsi di elenchi puntati che, tuttavia, se non la sostanza, racchiudono almeno qualche indicazione sulla direzione che il PD renziano intende seguire sul delicato tema del lavoro.

Come si evince già dalle prime battute del documento, in termini macroeconomici, la “proposta” contenuta nel JobsAct è una spinta dal lato dell’offerta ‒ “Non sono i provvedimenti di legge che creano lavoro, ma gli imprenditori” ‒ in un mercato immobile in cui lo Stato avrà un compito meramente burocratico-regolatore. Lo Stato interverrà quasi esclusivamente sul piano fiscale, ad esempio in ambito energetico (riducendo “del 10% il costo per le aziende, soprattutto per le piccole imprese che sono quelle che soffrono di più”) o in termini di fiscalità sul lavoro (“chi produce lavoro paga di meno”).

È davvero ovvio, ma necessario, sottolineare ancora una volta che, senza un aumento della domanda, le imprese continueranno a non avere alcun incentivo a produrre di più e quindi a creare (il lavoro si crea, non si produce, almeno in italiano...) nuovi posti di lavoro. Forse l’unica vera valutazione di merito possibile davanti a questa proposta consiste proprio nel rilevare come le esternazioni di Renzi sul vincolo del 3% del rapporto deficit/PIL “imposto dall’Europa” non siano incluse proprio laddove servirebbero di più, ovvero in un piano per rilanciare l’occupazione e la produzione del Paese. 

Ai nuovi posti di lavoro è dedicato tutto il secondo elenco puntato, che identifica sette settori sui quali intervenire con piani industriali ad hoc. Punto. Fine. Nessuna argomentazione. È grottesco però che sia stato ritenuto rilevante sottolineare quali siano i settori coinvolti, piuttosto che soffermarsi su come coinvolgerli. Tra i settori in questione, in cui risaltano il settore “cibo” e quello del “made in Italy” (qualcuno ci spiegherà perché quest’ultimo sia un settore a sé piuttosto che un segmento della manifattura, della green economy o dell’ICT), esiste anche un generico nuovo welfare, ma nessuna traccia del settore istruzione, di cui Renzi continua a parlare ma su cui non ha ancora detto nulla.

Per il settore “nuovo welfare” sappiamo, invece, soltanto grazie al terzo elenco puntato, che si propone di introdurre un “assegno universale per chi perde il posto di lavoro, anche per chi oggi non ne avrebbe diritto”. Avevamo già illustrato in questo articolo le ragioni per cui l’assegno universale di disoccupazione non sembra ad oggi lo strumento adeguato ad affrontare l’impoverimento e la precarizzazione dei livelli di reddito degli individui, giacché “non prevede il sostegno al reddito per coloro i quali non hanno mai avuto un lavoro, coloro che sono in cerca del primo lavoro e allo stesso tempo coloro i quali percepiscono un livello di reddito tale da non sfuggire alla trappola della povertà (relativa o assoluta)”.

La “proposta” contenuta nel JobsAct arricchisce il tema prevedendo “l’obbligo di seguire un corso di formazione professionale e di non rifiutare più di una nuova proposta di lavoro” dal contenuto inesistente. Da un lato infatti, sembrerebbe che un individuo che rifiuti la seconda offerta di lavoro perda l’eleggibilità al sussidio, e quindi il sussidio stesso. Dall’altro, invece, non è chiaro se questo stesso individuo continui a ricevere l’assegno nel caso in cui la seconda offerta di lavoro non sia retribuita o sia retribuita per un valore inferiore alla soglia di povertà. La questione è rilevante se ci si sofferma sul fatto che i poteri di negoziazione tra (potenziali) datori di lavoro e attuali disoccupati subirebbero in questo modo un ulteriore sbilanciamento a favore dei primi, soprattutto in quei casi in cui la condizione salariale non è determinata dai contratti collettivi. Infatti, in base alla proposta di Renzi, un datore di lavoro non sarà vincolato a offrire un salario almeno pari all’assegno di disoccupazione, ma potrà offrirne uno molto più basso nel momento in cui il disoccupato sarà obbligato ad accettare. Nella migliore delle ipotesi, ovvero nel caso di un aumento consistente della domanda di lavoro, in una situazione di competizione tra le imprese per l’assunzione, il salario offerto sarà comunque non superiore al sussidio. È altresì innegabile che la creazione di nuovi posti di lavoro in questi termini non riattiverà  l’economia, in quanto gli individui non avranno maggiori capacità di spesa.

Il secondo vincolo riguarda l’obbligo alla formazione professionale, lasciata, così sembra, alla libera iniziativa degli individui (finalmente liberi di essere choosy?). Non ci è dato di sapere come i centri per l’impiego dovranno indirizzare gli individui nella scelta, ad esempio sulla base della struttura produttiva del territorio. Eppure, il JobsAct dedica al delicato tema della formazione professionale, nel terzo elenco puntato, una specifica proposta-lampo, che tenta invano di prendere posizione sugli scandali siciliani, ma tace sul ruolo attivo della formazione nei confronti dei disoccupati.

È previsto in proposito “obbligo di rendicontazione online ex post per ogni voce dei denari utilizzati per la formazione professionale finanziata da denaro pubblico. Presupposto dell’erogazione dei fondi destinati alla formazione deve essere l’effettiva domanda delle imprese. Criteri di valutazione meritocratici delle agenzie di formazione con cancellazione dagli elenchi per chi non rispetta determinati standard di performance”.

Ad oggi, infatti, la formazione da parte delle imprese per i propri occupati è volontaria, quindi erogata solo se richiesta dall’azienda stessa, tranne nei casi in obbligo di legge riguardanti ad esempio Sicurezza e Apprendistato. Non si comprende, tuttavia, quale sia l'incentivo in base a cui le imprese debbano farsi promotrici dell’investimento in formazione al di là dei propri bisogni. Nella migliore delle ipotesi potrebbero ottenere un aumento della domanda alla luce di un piano industriale (tutto da scoprire) che la incentivi, ma in nessun caso potrebbero ricoprire quel ruolo che oggi svolgono gli addetti alla formazione, cioè i veri protagonisti dell’offerta formativa. Né, tanto meno, un’impresa sarà in grado di avere una visione sistemica delle competenze che di volta in volta necessarie nei diversi settori produttivi e non soltanto nel proprio interesse di singolo operatore del mercato.

Inoltre, in nessun modo viene affrontata nel JobsAct renziano la questione della potenziale collusione tra domanda di formazione da parte dell’impresa e centri di formazione, ad esempio nel caso in cui esista una concentrazione nella proprietà di aziende di produzione e centri di formazione. È la gestione del conflitto di interessi, bellezza!

Infine, la parte della proposta di Renzi riguardante la rendicontazione online rivela un atteggiamento alquanto miope nei confronti delle potenzialità del settore pubblico. La rendicontazione dei bilanci dei centri di formazione professionale è svolta ad oggi congiuntamente dall’ispettorato del lavoro e da alcuni funzionari dei centri per l’impiego, i quali trasmettono poi le informazioni agli Assessorati Regionali alla formazione e, quindi, alle sezioni regionali della Corte dei Conti. In virtù della trasparenza, sarebbe auspicabile creare un’unica  piattaforma nazionale in cui raccogliere tutte le informazioni derivanti dalla rendicontazione pubblica, in formato machine readable affinché i cittadini, ma anche gli esperti in materia possano agilmente reperire le informazioni, rielaborarle e allo stesso confrontare i dati al fine di pervenire alla definizione di pratiche virtuose che possano fungere da standard per la misurazione del rendimento. Per creare una piattaforma simile non è necessario creare un’”agenzia unica federale” che si occupi di impiego, formazione e ammortizzatori sociali, dal momento che un’ennesima Autorità non gioverebbe alla flessibilità del sistema in termini di coordinamento con le altre agenzie tutt’ora esistenti.

Inutile andare oltre, in quanto un’analisi di una proposta fumosa resta in ogni caso un esercizio monco, che potrebbe tradursi in un gioco a puntate, in cui inviare a Renzi letterine a scadenza su quel che vorremmo si facesse e sul come farlo, oppure semplicemente invitarlo a leggere alcune proposte già formulate e pubblicate da questo e altri siti. Ma quel che più importa adesso è che Renzi, insieme alla sua squadra di partito e di segreteria, decida di mettere da parte slogan e tautologie, riattivi il tavolo del dibattito con proposte concrete sui cui confrontarsi; purché si tratti di proposte chiare, non semplificatrici del mondo del lavoro, di quello industriale e del ruolo dello Stato in rapporto con il settore privato. Altrimenti caro Matteo e company, potremmo ancora una volta affermare che non state cambiando il vento, ma ci state solo facendo perdere (altro) tempo.

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