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Le città globali 25 anni dopo. Appunti per una nuova politica delle città.

Le città globali 25 anni dopo. Appunti per una nuova politica delle città.

Sono passati ormai circa 25 anni dalla pubblicazione di ‘The Global City’, uno dei testi più noti della sociologa Saskia Sassen.

Nonostante molti dei testi pubblicati a cavallo tra gli anni ’90 e il primo decennio del nuovo millennio ci appaiono oggi impregnati di un ingiustificato ottimismo nei confronti della globalizzazione neo-liberale, il testo della Sassen è un testo più che mai attuale e utile a comprendere le dinamiche politiche ed economiche che coinvolgono le città. Agli albori della globalizzazione, la Sassen si interroga sullo sviluppo delle grandi metropoli globali, notando come Londra, New York e Tokyo stessero compiendo trasformazioni parallele che le rendevano più simili tra loro che rispetto ai contesti nazionali a cui appartengono. A determinare questo effetto è la natura profondamente diseguale delle trasformazioni globali che precipitano sulle città: da un lato all’origine della nascita dell’economia dei servizi, dall’altro dell’emersione dei grandi centri finanziari. Lo scenario che emerge è dunque quello di una progressiva polarizzazione della società del dualismo città/campagna, dove quest’ultima viene lentamente privata dei sui centri industriali e sindacalizzati in favore di una proliferazione di sweatshop e bassi salari nei paesi in via di sviluppo, mentre la prima si trova ad ospitare i centri organizzativi e finanziari delle impresa; ma anche all’interno delle città globali stesse, che vedono convivere sia una classe emergente di manager e lavoratori dagli alti salari, sia un esercito di lavoratori e lavoratrici a basso salario che ruota attorno a queste.

L’analisi della Sassen offre però due spunti che appaiono particolarmente lungimiranti. Il primo riguarda il rifiuto sia di considerare la città globali come semplice infrastruttura dell’economia globale, sia di accettare la separazione tra l’economia e le relazioni sociali che la compongono. Per la Sassen, infatti, le trasformazioni globali non ci consentono più di compiere questa separazione, imponendoci di pensare le relazioni sociali come direttamente sussunte dalle logiche capitalistiche. Allo stesso modo, le città non rappresentano soltanto l’infrastruttura della finanza globale, ma sono divenute lo spazio nel quale le dinamiche dell’accumulazione si articolano ridefinendone la forma. A differenza dei contesti nazionali, dove l’economia globale è costretta a mediare con le culture e le istituzioni nazionali, nelle città questi processi subiscono un’accelerazione modificando velocemente tanto il proprio aspetto quanto la popolazione. Tuttavia, la minore ‘striatura’ presentata dalle città nei confronti delle campagne da un lato, la natura polarizzante delle trasformazioni economiche dall’altro, fanno si che ben pochi ostacoli si frappongono alla tendenza del capitalismo di sussumere la cooperazione sociale espressa dagli individui. Il risultato è dunque un processo dai tratti predatori, che assorbe dalle campagne forza lavoro e general intellect, inserendoli all’interno di una spirale finanziaria che concentra la ricchezza nelle mani di pochi senza redistribuirla.

Il secondo merito della riflessione della Sassen sta invece a mio avviso nel problematizzare la composizione di classe all’interno della città al di fuori del dualismo centro/periferia. Le trasformazioni economiche sono infatti alla base anche dei progetti di gentrificazione territoriale, intendendo con questo termine non tanto la riqualificazione delle periferie operaie, ma la trasformazione di essi da luoghi della riproduzione sociale a luoghi produttivi. Nella frenetica economia americana (e non solo), i centri commerciali sorgono al posto dei quartieri residenziali, allargando la base della forza lavoro e precarizzandola allo stesso tempo. Allo stesso tempo, la city di Londra viene popolata da un esercito di lavoratori e lavoratrici informali, che puliscono gli uffici e preparano i pranzi delle élites finanziarie, vivendo dunque a tutto gli effetti lo stesso spazio territoriale delle classi finanziarie senza godere alcun beneficio. Un ‘indotto’ spesso sommerso e informale, fatto di pochi diritti, tanta insicurezza e bassi salari che produce una stratificazione sovrapposta all’interno dello stesso territorio piuttosto che distribuita tra spazi contigui.

Tuttavia, la lungimiranza di questo testo emerge con forza nella sua parte finale dove l’autrice pone chiaramente tre domande: ‘quali sono le implicazioni della concentrazione dei benefici economici nelle città globali e in uno strato di lavoratori ad alto salario, mentre allo stesso tempo declinano le particolarità e i settori tradizionali della forza lavoro? In che modo il consolidamento dell’economia globale e dei centri globali per il suo controllo impatta sulle relazioni tra la città e il suo contesto nazionale, in particolare tra le città globali e gli stati-nazione? Quale sono le condizioni che rendono possibile la riproduzione di un tale modello di crescita?’. Queste domande appaiono centrali anche al giorno d’oggi, in un contesto dove l’ubriacatura neo-liberista ha finito per tornare a riproporre fratture, come quella tra città e campagna, che pure il trentennio glorioso compreso tra il ’45 e il ’75 aveva rimosso. Tanto le elezioni americane, quanto la brexit tornano infatti a proporre uno scontro tra l’aria di libertà della città e l’oppressione della campagna, dove le seconde indirizzano nei confronti dell’establishment la rabbia della propria disillusione nei confronti di una crescita che avrebbe dovuto consegnare loro ricchezza e prosperità, ma che invece li ha rigettati nel nuovo medio-evo della globalizzazione neo-liberale. Una polarizzazione emerge anche all’interno delle stesse città, dove però la prospettiva di un secco dualismo tra centro e periferia spesso porta a confondere i tentativi di resistenza di coloro che si trovano intrappolati nell’economia dei lavoretti’ con il voto di un ceto medio riflessivo che nel frattempo ha popolato i quartieri gentrificati.

Resta invece aperta la questione della sostenibilità di un tale modello di sviluppo, sfidato tanto dalle aspirazioni dei subalterni delle città globali, quanto dalla nostalgia degli abitanti degli ex centri industriali. In altre parole, vi sono dei correttivi in senso redistributivo in grado di invertire il segno di questa crescita, oppure è necessario sottrarsi da questo modello nel tentativo di costruire un’alternativa? Di sicuro, se questo spazio esiste, esso si fa sempre più sottile, rendendo necessario reinventare non solo il contenuto delle politiche, ma anche le sue forme. È per questo motivo che a distanza di 25 anni ‘la città globale’ diventa un invito a ricomporre le fratture dei ‘discontenti’ della globalizzazione neo-liberista per evitare che questi divengano definitivamente prede delle sirene xenofobe e individualiste che suonano oggi più forti che mai.

Ultima modifica ilMartedì, 30 Maggio 2017 11:50
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