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Caro Ilvo, non sono i giovani a doversene andare dall'Italia

  • Scritto da  Stefano Kenji, Danilo Lampis, Riccardo Laterza,
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Caro Ilvo, non sono i giovani a doversene andare dall'Italia

Dalle colonne di Repubblica, ormai sempre più solite ospitare celebrazioni filogovernative alternate a lamentazioni (poco) radical (e molto) chic sui temi del momento, Ilvo Diamanti ci ha consigliato di andarcene dal nostro Paese e di rimanere lì, “almeno fino a quando il nostro, vostro, Paese non si accorgerà di voi. E deciderà di investire sui giovani invece che sugli anziani”.

Caro Ilvo, vogliamo partire dal fatto che siamo stufi che altri parlino per conto nostro della nostra condizione, delle nostre aspirazioni, della nostra legittima incazzatura verso una terra, quella dove siamo nati, nella quale chi governa e chi muove le leve dell’economia ha deciso che non abbiamo il diritto ad avere una vita degna. Siamo stufi del fatto che il dramma di un’intera generazione - e non solo - sia ridotto a terreno sul quale misurare gli esercizi di stile tra editorialisti, la gara a chi spara la provocazione più grossa o fornisce la soluzione più brillante. Sulle nostre vite vogliamo decidere noi e il primo passo per farlo è prendere parola noi, senza intermediari.

Ma nel tuo editoriale hai specificato anche che il tuo è “un invito neanche troppo provocatorio”, quindi apparentemente fai sul serio quando dici che per cambiare le condizioni di vita e del lavoro nel nostro Paese dovremmo trovarci un buon ritiro e attendere che, tramite qualche sorta di miracolo, le cose cambino. Tantissimi di noi in questi anni in effetti se ne sono andati all’estero, per studiare o per lavorare, ed è una scelta legittima, anche se si sta trasformando sempre più in una costrizione. Ma pensare che le cose possano risolversi abbandonando il campo di battaglia è una bugia alla quale non vogliamo credere più. Ti ricordi, caro Ilvo, delle piazze che abbiamo riempito? Ti ricordi il 14 dicembre 2010, quando abbiamo riempito le piazze contro la riforma Gelmini e una fiducia parlamentare comprata a suon di favori e clientelismo? Ti ricordi i governi lacrime e sangue non eletti da nessuno ma sempre incensati dal tuo giornale? Anche allora avremmo dovuto fuggire? Dov’erano le critiche aspre e radicali contro l'agenda dell’austerità che ha smantellato il nostro presente e il nostro futuro? Da allora tante cose sono cambiate ma non certo il rifiuto della nostra generazione per una classe dirigente - e non solo di governo -  inadeguata: il risultato referendario del 4 dicembre sta lì a ricordarcelo.

Perché la verità è che se c’è qualcuno che se ne deve andare di sicuro quelli non siamo noi, bensì coloro che hanno portato il Paese nelle condizioni nelle quali si trova ora, tra aumento della povertà e il costante ricatto di un lavoro dequalificato e senza diritti. E sappiamo chi sono: sono i rappresentanti dei Governi dell’ultimo ventennio, che dal pacchetto Treu al Jobs Act, passando per la legge Biagi e la riforma Fornero, hanno deciso di trasformare le nostre capacità e passioni in merce a basso costo. Non hanno di certo spinto un tessuto imprenditoriale “straccione” a investire in formazione, innovazione, ammodernamento dei processi produttivi, diritti; hanno preferito consegnare le proprie agende ai big di Confindustria, a Marchionne, alle lobby come l’associazione Trelle (che ha sostanzialmente scritto la “Buona Scuola” dell’alternanza scuola lavoro senza diritti, tanto per intenderci), per farsi dettare le linee guida per comprimere ulteriormente il costo del lavoro, mettere al margine le organizzazioni dei lavoratori e cancellare diritti. Il tutto per salvaguardare i dividendi degli azionisti e i profitti dei padroni.

Nel frattempo siamo cresciuti accorciando anno dopo anno l’asticella delle aspirazioni. Nonostante anni di demonizzazione - come dimenticare l’etichetta di “choosy”, “bamboccioni”, “schizzinosi” e addirittura “sfigati” - non ci siamo rassegnati e abbiamo studiato in scuole e università sottofinanziate, lavorato nei fine settimana per pagarci gli studi, spedito curriculum a destra e a manca, accettato tirocini non retribuiti, milioni di voucher, collaborazioni e chi più ne ha più ne metta. Che dire? Ci siamo cascati: le peggiori classi dirigenti di questo Paese ci hanno convinti che fossimo i responsabili della situazione attuale, e ci hanno fatto credere che andasse bene qualunque lavoro, stipendio, condizioni contrattuale, purché si lavorasse. Non importa se il lavoro non corrisponde agli studi, se è malpagato, in grigio o addirittura gratuito. L’importante è essere “attivi”, così da abbassare le statistiche della disoccupazione. Non vogliamo cascarci più, vogliamo iniziare a pensare cosa potrebbe succedere se tutti insieme desiderassimo una piena emancipazione, se decidessimo di scrivere veramente il nostro futuro. Ci proverete a sviare dicendo che per far questo dobbiamo lottare contro i nostri genitori o nonni - che oggi sostituiscono molto spesso i servizi che avrebbe dovuto garantirci lo Stato - o contro i migranti, perché il vostro unico strumento per tenerci divisi è farci giocare la guerra tra poveri mentre il 20% della popolazione possiede il 70% della ricchezza. L’unico nostro nemico è chi si è arricchito alle nostre spalle, sfruttandoci e negandoci un presente e un futuro dignitosi. 

Perché, caro Ilvo, il succo della questione è che nessuno deve “investire su di noi”. Se c’è mai stato un tempo in cui abbiamo avuto fiducia che qualcun altro potesse cambiare le nostre condizioni, questo è finito da un pezzo. Semplicemente - volenti o nolenti - dovete farci spazio e non solo al governo, ma nei giornali, nelle televisioni, nelle associazioni, nei sindacati, nelle istituzioni, negli enti culturali, nell’impresa e nell’economia. Troppo facile invitarci ad andar via per lasciare ancora più spazio a quanti fino ad ora hanno speculato su di noi, aspettando di farci richiamare da improvvisati salvatori della patria pronti a speculare sotto elezioni con le nostre facce e le nostre storie (ti ricordi di “Marta la precaria” che voleva il Jobs Act e che forse ora serve le pizze a londra?). Siamo stanchi di essere il futuro dell’Italia, noi vogliamo esserne fin da oggi il presente e gridare con forza a chi ci ha ridotto in queste condizioni che sono loro ad essere il passato e a dover andar via dalle nostre vite. E non ci interessa fare questo per sostituirci a loro e ripetere gli errori: ci hanno fatto crescere con l’idea che disuguaglianze e competizione fossero giuste, oggi sappiamo che per andare avanti serve cooperazione, uguaglianza, redistribuzione di risorse e potere per determinare i nostri lavori e le nostre vite.

Scenderemo nelle strade e sui nostri striscioni scriveremo: “Delle vostre pacche sulle spalle non ce ne frega un cazzo. Stop paternalismo, fateci spazio!”. Perchè questo è quello che meritate. Questo è l’unica analisi possibile e dei tuoi inviti a scappare non ce ne facciamo nulla. Ilvo Diamanti, se vuoi essere d’aiuto puoi sempre darci il tuo spazio settimanale sul giornale più letto d’Italia per far sapere a tutti cosa ne pensiamo delle nostre vite e del nostro Paese. 

Stefano Kenji, Danilo Lampis, Riccardo Laterza.

ilvo

Ultima modifica ilGiovedì, 07 Settembre 2017 10:24
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