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L'inganno della flexsecurity

  • Scritto da  Salvatore Romeo
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Dopo aver varato una politica fiscale assolutamente in linea con quella del governo precedente, l'esecutivo “tecnico” si appresta a ripercorrere le orme di Berlusconi e soci anche sul piano del mercato del lavoro. Se deflazione deve essere – sembrano pensare i nostri tecnici – che deflazione sia, completamente. O, per dirla col muscoloso capitano di De Gregori, "C'è solo un pò di nebbia che annuncia il sole. Andiamo avanti tranquillamente". Con buona pace dei mozzi di bordo che già intravedono l'iceberg verso cui ci stiamo dirigendo.

Si delineano così una serie di nuovi interventi volti a rendere ancora più flessibile il mercato del lavoro. Tuttavia, per impedire che l'accentuata flessibilità determini ulteriore precarietà, si precisa che la facilità di licenziamento dovrà avere come contraltare un sistema di sussidi che permetta al lavoratore di non sprofondare nel baratro della miseria. Questo sostegno dovrebbe riguardare in particolare quei soggetti – inquadrati da contratti cosiddetti “atipici” – esclusi da forme già esistenti di integrazione del reddito – su tutte la cassa integrazione. E' il modello della “flexsecurity”.
Ora, attorno a tutti i fenomeni di importazione – tale modello è stato sperimentato in primo luogo nelle socialdemocrazie scandinave – si crea un'aura di esotismo che li rende potentissimi nel discorso pubblico: tirata fuori la “flexsecurity” anche il più accanito contestatore del governo (si veda la posizione di Nichi Vendola) si placa e ed è disposto a sganciare anche qualche apprezzamento. Occorre dunque riportare le cose al livello della nostra realtà: abbandoniamo i sublimi scenari dei fiordi e torniamo all'arsa macchia mediterranea.
Iniziamo con lo sgomberare il campo dagli equivoci linguistici: la “flexsecurity” non è il “reddito di cittadinanza”, come furbescamente ha voluto far credere l'addolorata Fornero. Quest'ultimo persegue finalità che – comunque le si giudichi – sono completamente diverse: a detta dei suoi teorici (in Italia si veda l'opera di Andrea Fumagalli) esso dovrebbe servire a remunerare il tempo-vita che l'individuo dedica alla creazione di valore anche al di fuori del proprio impegno lavorativo. Il presupposto è che l'intera esistenza sia permeata dalla riproduzione capitalistica. Ne risulta che il reddito da erogare dovrebbe avere continuità nel tempo, estensione universale e consistenza monetaria significativa (un vero e proprio sostituto del salario). La flexsecurity parte da tutt'altri presupposti: per dirla nella lingua “del Bel Paese dove il dolce sì suona” si tratta di un sussidio di disoccupazione per le categorie che al momento ne sono sprovviste. Dunque avrebbe carattere provvisorio, circoscritto ai soli soggetti inquadrati da contratti a termine e consistenza monetaria inferiore a quella del livello medio dei salari (altrimenti verrebbe meno l'incentivo al lavoro).
Questa proposta va inquadrata nel contesto italiano attuale. Nel testo della manovra licenziato dal precedente governo ad agosto e approvato dal Parlamento vi è un dispositivo, il famigerato “articolo 8”, che abroga l'inderogabilità in peius dai contratti collettivi nazionali: ogni azienda o territorio potrà adottare condizioni diverse. Dal punto di vista dell'andamento dei salari questo significa che non esisterà più alcun pavimento: il trattamento riconosciuto al lavoratore potrà sprofondare liberamente. L'introduzione di un sussidio di disoccupazione sembra andare incontro a questa situazione, stabilendo un limite: a meno che non ci si inventi un ulteriore dispositivo di legge che costringa il lavoratore ad accettare qualsivoglia retribuzione pena la perdita del sussidio, egli sarà indotto a rifiutare quei lavori retribuiti a un livello inferiore. Sembrerebbe insomma che in questo modo la garanzia di una soglia minima per il salario venga estesa dai soli lavoratori coperti da CCNL all'intera forza lavoro. Ma proprio a questo punto le pesanti folate di scirocco saturano le cristalline atmosfere nordiche.   
Posto che il sussidio, come si è detto, verrebbe fissato a un livello inferiore rispetto alla media corrente delle retribuzioni, il rischio sarebbe il livellamento dei salari su quella soglia. La dinamica gioca su un effetto psicologico abbastanza semplice: se il sussidio non consente il mantenimento di un tenore di vita ritenuto dignitoso, anche un piccolo incremento del reddito può essere salutato come una benedizione (la cento euro in più che consente di pagare – almeno in parte – le bollette).  
La conseguente deflazione salariale potrebbe aggravarsi nel tempo a seguito di due pesanti incognite. La prima chiama in causa gli orientamenti generali di politica fiscale. Posto che il sussidio dovrebbe essere finanziato dalla spesa pubblica, se l'obbiettivo di chi amministra l'erario resta il perseguimento di avanzi primari che consentano, pagati gli interessi, di eliminare il deficit, c'è da aspettarsi che in presenza del peggioramento progressivo del quadro economico cui stiamo andando incontro presto o tardi il livello fissato per il sussidio verrebbe messo in discussione (ci si inventerà magari una polemica sui giovani sfaticati).
Seconda incognita è l'eventualità cui si è accennato prima: c'è da aspettarsi che un qualche vincolo al percepimento del sussidio venga posto. A quel punto la funzione di pavimento delle retribuzioni avrebbe validità estremamente limitata nel tempo. Si verrebbe a configurare infine una vera e propria situazione di ricatto occupazionale.
A fronte di queste fosche prospettive i vantaggi che si potrebbero perseguire con l'introduzione del sussidio nel contesto attuale sarebbero estremamente limitate. Se esso fosse finanziato attraverso il prelievo fiscale dai redditi più alti (con lotta all'evasione, patrimoniale strutturale, aumento delle aliquote sulle fasce superiori...) in teoria potrebbero esserne beneficiati i consumi – dal momento che la propensione al consumo è maggiore presso i redditi bassi. Ma le incognite rilevate sopra ci inducono a dubitare che ciò basterebbe a compensare la contestuale contrazione dei livelli retributivi (causa fondamentale dell'arretramento dei consumi).
In definitiva, la flexsecurity nel contesto che si è venuto a determinare nel nostro paese a seguito di precise scelte di politica economica semplicemente non è una soluzione: non garantisce un welfare universalistico e non sostiene i salari. Oltre tutto la frammentazione interna al modo del lavoro potrebbe risultarne persino aggravata. Ci vorrà poco a mettere nuovamente “garantiti” contro precari: i primi accuseranno i secondi di essere la causa della flessione dei loro salari; mentre i secondi ribatteranno che la loro condizione è dovuta alle residue rigidità che caratterizzano i contratti a tempo indeterminato: se fosse più facile licenziare loro, disposti ad accettare condizioni più svantaggiose, troverebbero facilmente posto. Insomma, senza una politica volta alla creazione di lavoro (e di lavoro stabile) e una rivalorizzazione della contrattazione nazionale le medicine provocheranno effetti persino peggiori del male.

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Ultima modifica ilGiovedì, 22 Dicembre 2011 23:11
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