Il futuro è delle rinnovabili? Dal fardello della dipendenza dall’estero ad una possibile rivoluzione energetica
- Scritto da Andrea Boraschi - Greenpeace
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Pubblichiamo una riflessione di Andrea Boraschi, di Greenpeace, scritta per il secondo numero dei Quaderni Corsari, rivista di approfondimento autoprodotta che nasce da una costola de ilCorsaro.info, e disponibile gratuitamente online.
Nel secondo numero, pubblicato a gennaio 2013, abbiamo scelto di affrontare la questione ambientale. Leggete online o scaricate gratis il secondo numero della rivista: "Pensare ecologico: i limiti del pianeta e il nostro futuro".
L’Italia è un Paese che vive una cronica dipendenza energetica dall’estero. L’84% circa dell’energia primaria che sfruttiamo viene importato. Si tratta di un fardello enorme, per la nostra economia, che coincide con un laccio ambientale, sanitario ed economico di grande spessore. Lo sfruttamento delle fonti fossili, che rappresentano larghissima parte di questa importazione, costituisce il fattore di maggiore impatto ecologico, per la salute e per il clima. L’Italia ha, di fatto, una sola possibilità per ridurre questo deficit: investire in una rivoluzione energetica che abbia come pilastri le fonti rinnovabili, l’efficienza energetica e l’ammodernamento della rete elettrica con lo sviluppo di sistemi di smart grid.
Negli ultimi anni il nostro paese ha vissuto una profonda mutazione del mercato energetico in tal senso. Le fonti rinnovabili rappresentano ormai il 25% della produzione di elettricità, e la loro concorrenza alle fonti fossili si fa e si farà sentire sempre più. Altresì, alcune misure fiscali e di finanza pubblica hanno sostenuto positivamente il risparmio energetico nell’edilizia. In tutto questo la crisi ha colpito anche questo settore nel suo complesso e i consumi energetici hanno subìto consistenti contrazioni.
Da alcuni mesi è in discussione una bozza di Strategia Energetica Nazionale (SEN), promossa dal governo Monti. Il contesto al quale questa strategia dovrebbe fare riferimento è quello della roadmap dell’Unione Europea, che definisce lo sviluppo del settore energetico per arrivare, nel 2050, a una quota di produzione dell’80% dell’energia da fonti rinnovabili. Si tratta di un obiettivo fondamentale per le politiche di salvaguardia del clima globale.
L’urgenza di agire è sotto gli occhi di tutti, con i dati climatici in netto peggioramento: dai ghiacci dell’Artico che hanno toccato quest’anno il minimo storico, alle temperature medie globali che hanno fatto registrare un altro record, all’aumento di fenomeni estremi – una tendenza, quest’ultima, ormai generalizzata nell’emisfero boreale.
Greenpeace, assieme allo European Renewable Energy Council (EREC) e al Global Wind Energy Council (GWEC), ha recentemente presentato uno scenario globale – Energy [R]evolution 2012 – che descrive anche uno scenario relativo all’Europa dell’OCSE, che consentirebbe di raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi con costi sopportabili e grandi benefici ambientali e occupazionali. Le tecnologie solari e quelle eoliche possono giocare un ruolo decisivo per il raggiungimento degli obiettivi relativi alle rinnovabili, assieme a un forte sviluppo dell’efficienza energetica. Nel mondo è in atto una “rivoluzione silenziosa” in questo senso, che ha preso del tutto alla sprovvista le principali istituzioni che si occupano di analisi energetica (come l’International Energy Agency – IEA) e superato le attese persino di associazioni come Greenpeace. Ad esempio, secondo lo scenario elaborato per conto di Greenpeace ed EREC nel 2007 (The energy (r)evolution – A sustainable World Energy Outlook), la potenza eolica prevista per il 2010 a livello globale era di 156 GW; il dato reale, invece, è stato di 197 GW. Nel 2011 l’installato è stato di 237 GW, con una crescita ulteriore di 40 GW. Lo stesso è avvenuto per quanto riguarda il solare fotovoltaico: nel 2007 lo scenario di Greenpeace prevedeva che nel 2010 la potenza globale sarebbe stata di circa 29 GW, mentre il dato reale è stato di quasi 40 GW.
Se le rinnovabili hanno superato le attese di Greenpeace e degli stessi imprenditori che hanno puntato su quelle tecnologie, esse hanno addirittura sbaragliato le stime prodotte dalle istituzioni ufficiali: le previsioni per il 2010 che l’IEA aveva presentato nel 2007 vedevano una potenza eolica globale di 123 GW, contro 197 GW del dato reale del 2010 (38% in meno). Per il solare fotovoltaico l’errore è stato ancora più marcato: nel 2007 le previsioni dell’IEA per il 2010 erano inferiori ai 10 GW (il 75% in meno del dato reale di 40 GW). Dunque le rinnovabili, sempre ritenute dalle istituzioni ufficiali fonti marginali e al massimo “integrative”, possono giocare un ruolo decisivo, come già avviene in un paese certo non più avanzato del nostro come la Spagna.
La SEN incorpora parzialmente questa novità fondamentale, ma lo fa con molti limiti e contraddizioni. Se è positivo l’innalzamento degli obiettivi sulle fonti energetiche rinnovabili rispetto a quelli fissati dal precedente governo, va però notato come gli obiettivi precedenti – almeno per quanto riguarda il comparto delle rinnovabili elettriche – apparivano e si sono rivelati ampiamente sottostimati. Su questo punto Greenpeace, assieme a Legambiente e WWF, aveva presentato nel 2010 una valutazione comparativa degli scenari di sviluppo delle rinnovabili nel settore elettrico, dimostrando come fosse largamente possibile portare il contributo di quelle tecnologie a una quota del 45% al 2020, con assunti simili a quelle formulate nella SEN per quanto riguarda la richiesta di elettricità sulla rete (un dato che tiene conto, oltre che della perdurante crisi, anche di un aumento dell’efficienza). La correzione sugli obiettivi delle fonti rinnovabili, dunque, va nella direzione giusta: ma il Piano d’Azione del 2010 esprimeva un’evidente e voluta sottostima. Una strategia energetica, inoltre, non può avere come orizzonte temporale il 2020 come nel caso della SEN: essa non posiziona in alcun modo l’Italia rispetto alla roadmap europea 2050, né fornisce uno scenario, quantomeno di massima, rispetto al 2030. Quest’ultimo orizzonte temporale è il minimo necessario a dare al paese quelle politiche stabili e di lungo periodo che sono indispensabili a tutti gli attori in campo – imprese, istituzioni nazionali e locali, reti infrastrutturali – per pianificare e sviluppare in modo coerente le proprie iniziative.
Un altro limite della strategia consiste nel fatto che essa non interviene sulla composizione del paniere energetico delle rinnovabili nemmeno sotto forma di stime, con intervalli di potenze e produzioni per specifica tecnologia nei diversi settori. Questo è un limite importante perché, se si vogliono far crescere le filiere industriali delle rinnovabili in Italia – cosa che non emerge chiaramente dalla SEN – è necessario dare ai diversi settori un quadro di riferimento più preciso. Se incentivi più generosi della media europea hanno fatto crescere rapidamente il settore del solare fotovoltaico, gli obiettivi di sviluppo fissati dal precedente Piano d’Azione erano ridicolmente bassi rispetto a quanto stava già accadendo in altri paesi che hanno politiche attive nel settore (Germania, Spagna) e sistemi incentivanti più moderati. Crediamo che un obiettivo minimo di sviluppo del fotovoltaico al 2020 debba essere nell’ordine dei 30 GW; tuttavia il governo sembra voler fermare questo importante comparto, che richiede ancora sostegno, anche se per un tempo limitato. Per l’eolico, uno scenario di sviluppo al 2020 elaborato dall’Associazione Nazionale Energia del Vento (ANEV), sulla base di criteri ambientali restrittivi concordati con le associazioni ambientaliste – tra le quali Greenpeace – individua un obiettivo di 16 GW: dunque più elevato di quanto previsto dal Piano d’Azione.
La mancanza di obiettivi specifici per le diverse tecnologie va di pari passo con la mancanza di obiettivi dedicati allo sviluppo delle singole filiere. Si definisce il “tetto” per gli incentivi ma non si vede come e quali tecnologie saranno sviluppate per consentire di giungere agli obiettivi prefissati. Oltre agli incentivi da erogare, in funzione dei costi delle tecnologie e con aggiustamenti periodici, è possibile definire un quadro di norme e policy a costi pressoché nulli. Sul piano delle procedure burocratiche, ad esempio, andrebbe garantito un drastico accorciamento delle procedure autorizzative per gli impianti a fonti rinnovabili, con forte semplificazione amministrativa per quelli di taglia medio-piccola; si deve favorire l’autoconsumo, promuovendo lo scambio sul posto, i sistemi di distribuzione chiusi (SDC) e i sistemi efficienti d’utenza (SEU); ugualmente gli oneri di bolletta CIP6 (che oggi finanziano largamente le fonti fossili e che ricadono direttamente sui consumatori) potrebbero essere dirottati per sostenere la crescita delle energie pulite. Altre leve potenzialmente molto utili allo sviluppo delle energie pulite – e a costo zero o quasi – sono: la detassazione e la maggiore detrazione IVA per gli investimenti in nuovi impianti (anche per ridurre il peso degli incentivi in bolletta); linee di credito apposite a interessi agevolati; la garanzia di destinazione di una parte significativa dei fondi ETS alla realizzazione di nuovi impianti di solare o eolico. A questo sviluppo, peraltro, non si devono opporre i limiti attuali delle reti di trasmissione. È la rete che deve adeguarsi alle rinnovabili e non essere un ostacolo per il loro sviluppo.
A tal proposito, la SEN cita la direttiva sull’integrazione delle reti elettriche, ma sembra farlo guardando alle opportunità di esportazione di elettricità da gas, quando dovrebbe guardare, semmai, all’esportazione da fonti rinnovabili. La logica dell’integrazione europea delle reti va infatti letta nel contesto della roadmap europea 2050, e non per risolvere il problema tutto italiano dell’eccesso di potenza elettrica da gas naturale, frutto dell’incapacità delle principali aziende elettriche italiane di comprendere la rivoluzione silenziosa delle rinnovabili. Sul tema dell’integrazione delle reti elettriche a livello europeo Greenpeace ha presentato nel 2011 il rapporto The Battle of the Grids (http://goo.gl/6ZpBp). Il rapporto evidenzia come, in un contesto di integrazione europea delle reti elettriche, sia necessaria sia una sovrapproduzione nei paesi del Nord Europa (in particolare della potenza eolica) e dei paesi del Sud Europa (in particolare da solare). L’integrazione delle reti di trasmissione e una sovraccapacità sufficiente consentirebbero il raggiungimento di obiettivi di copertura dei consumi elettrici con quasi il 100% da rinnovabili al 2050, facendo uso in modo solo marginale sia di politiche di gestione della domanda che di sistemi di accumulo per assorbire l’eccesso di produzione.
La proposta di remunerare la potenza a gas e fossile (il cosiddetto capacity payment) – per evitare di far chiudere molti impianti alimentati con quella fonte e spiazzati dalla crescita delle rinnovabili – dovrebbe segnare l’affermazione della funzione che il gas può avere rispetto alla crescita delle energie pulite. Il gas, infatti, è la fonte fossile che oltre ad avere le emissioni più basse si integra meglio con il carattere intermittente delle rinnovabili. Andrebbe fatta una proposta specifica, in tal senso, con un’analisi anche territoriale; piuttosto non si deve incorrere in un generalizzato riconoscimento economico a chi detiene potenza in eccesso pronta per entrare in rete.
Il sensibile aumento della produzione da rinnovabili va in parte a scapito delle importazioni di elettricità – che secondo il GSE sono in grande misura da rinnovabili – e in parte a scapito della produzione da gas naturale, mentre si prevede che la quota di produzione elettrica da carbone rimanga invariata. Cosa accadrà ai progetti di nuove centrali a carbone come quelli per Porto Tolle, Rossano Calabro, Saline Joniche? E ugualmente, cosa sarà dei progetti di ampliamento come quello di Vado Ligure? Greenpeace ha commissionato a un istituto di ricerca olandese un rapporto sull’impatto sanitario ed economico della produzione di elettricità da carbone nel quale si utilizza una metodologia già impiegata dall’Agenzia Europea dell’Ambiente per l’inquinamento atmosferico derivante dai siti industriali. Le conclusioni cui lo studio giunge mostrano che le emissioni delle centrali a carbone hanno un impatto sanitario equivalente a circa 570 casi di morte prematura all’anno nel territorio italiano. Utilizzando almeno parte della crescita delle rinnovabili per dimezzare la produzione da carbone, dunque, si risparmierebbe un impatto sanitario di oltre 250 casi di morte prematura all’anno e si taglierebbero le emissioni fino a 17-18 milioni di tonnellate di CO2 all’anno. In prospettiva, in uno scenario al 2030, l’impiego di carbone andrebbe azzerato.
Ma il carbone è solo parte del problema: la SEN definisce prioritario l’aumento della produzione nazionale di petrolio. Aumentare l’estrazione nazionale non vuol dire avere petrolio a minor costo ma consentire alle aziende – non solo italiane – di estrarlo e rivenderlo sul mercato internazionale, pagando peraltro royalties ben più basse rispetto a quanto avviene in altri paesi. Greenpeace è fortemente contraria all’estrazione di petrolio a mare, che riguarda quantità assolutamente marginali (equivalenti a meno di due mesi di consumo) e che pone a rischio aree di grande pregio ambientale, fondamentali per altri settori come il turismo e la pesca. Contro l’estrazione di petrolio a mare Greenpeace ha raccolto oltre 57 mila firme e l’adesione di una cinquantina di amministratori siciliani, rappresentanti del settore della pesca e del turismo, consegnate al ministro dell’Ambiente il 9 ottobre scorso. Si chiede, come minimo, di azzerare dagli scenari di sviluppo dell’estrazione di petrolio la quota relativa alle estrazioni offshore. Di pari passo, la quota residuale da olio combustibile, che continua a essere usata in qualche centrale elettrica, è da eliminare al più presto. Farlo è possibile e praticabile, spingendo le raffinerie a modificare i cicli produttivi e azzerando la produzione di oli combustibili, che sono solo poco meno inquinanti del carbone.
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