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Sudafrica: un pomeriggio a Makause. Intervista ad Alfred General Moyo

  • Scritto da  Vladimir Blaiotta
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Sudafrica: un pomeriggio a Makause. Intervista ad Alfred General Moyo

Makause è uno dei tanti informal settlement (insediamenti informali) nella provincia del Gauteng in Sudafrica, a un quarto d’ora da Johannesburg. Qui dal 2007 la comunità ha dato vita al Makause Community Development Forum (MACODEFO), un progetto dal basso nato per supportare le istanze delle persone che vivono quotidianamente la difficile realtà di Makause. Ho avuto il piacere di conoscere Alfred General Moyo, uno dei leader di MACODEFO, coordinatore del Democratic Left Front (DLF)  della regione di Ekurhuleni e membro del movimento Keep Left (entrambe le organizzazioni parte dello United Front). Dopo pranzo il cielo si copre, l’estate è la stagione delle piogge e il solito temporale pomeridiano si abbatte sui tetti di lamiera. Noi chiacchieriamo davanti una tazza di tè.

Vladimir: Più che un buon intervistatore so essere un decente ascoltatore, quindi hai carta bianca, General. Inizia da ciò che preferisci.

General: Partirei dagli anni '80 quando la gente iniziò ad arrivare a Makause. Si trattava di migranti sudafricani e mozambicani impiegati nelle miniere qui intorno. La paga insignificante che percepivano non permetteva loro di poter sostenere un affitto, per cui la sera, finito il turno di lavoro, mettevano su con i materiali che trovavano degli alloggi improvvisati che erano costretti poi a smontare all’alba: se scoperti dalla polizia sarebbero stati vittime di violenze e incarcerati. Le cose iniziarono a migliorare dopo il rilascio di Mandela, nel febbraio del '90. Chi si trovava qui cominciò a chiamare i propri conoscenti e familiari per sfruttare le possibilità che la vicinanza a Johannesburg offriva; le abitazioni divennero permanenti. La gente diceva “Vieni, non si sta benissimo, abbiamo tanti problemi, ma le cose miglioreranno”. Oggi a Makause vivono all’incirca diecimila persone, prive di allacciamento alla rete elettrica e a quella idrica.

V: Nel '94, con la fine dell’apartheid, immagino la gente da queste parti fosse carica di ottimismo.

G: Certamente! Le persone avevano la sensazione che finalmente avrebbero avuto un’esistenza dignitosa e priva di qualsiasi forma di discriminazione. Una casa decente, un lavoro, istruzione e sanità gratuite. Questo era quello che prometteva l’African National Congress (ANC, il partito di Nelson Mandela). Ora guarda fuori. Ci sono persone che vivono in questo informal settlement da 30 anni ormai, nelle stesse condizioni di quando vivevano sotto il regime di apartheid.

V: Cosa non ha funzionato?

G: Il Recostruction and Development Plan (RDP) varato dall’ANC non è di fatto mai entrato in vigore. Quel poco che è stato fatto non ha coinvolto abbastanza persone. Se poi pensi che dopo pochi anni Tabo Mbeki (successore di Mandela alla presidenza) varò il Growth, Employment and Redistribution Programme (GEAR), un piano neoliberista che significò aumento delle privatizzazioni, della precarietà del mercato del lavoro e della finanziarizzazione dell’economia per la formazione di una nuova élite nera, ti rendi conto che il cambiamento che si aspettava dalla fine del regime segregazionista per molti non è mai arrivato.

V: Oggi qual è la situazione di Makause invece?

G: Con il tempo le persone hanno iniziato a trovare forme di impiego nei dintorni dell’informal settlement anche se con salari relativamente bassi. Iscriviamo i nostri figli presso le scuole vicine, possiamo usufruire di un ospedale che è a pochi metri da dove siamo ora. Insomma, in condizioni molto complesse cerchiamo di condurre una vita normale. Il governo nel frattempo ci vuole trasferire in un posto a 40 km di distanza. Ma per quelle famiglie che vivono con pochi Rand alla settimana, lo spostamento in una zona lontana dalla fonte di reddito e dai servizi di cui usufruiscono (scuole per i figli, ospedali), significa un peggioramento delle condizioni di vita, e non certo un miglioramento. Tutto questo ha avuto inizio nel novembre del 2006, alla vigilia dei mondiali che si sono svolti in Sudafrica nel 2010. Makause sorge proprio a metà strada tra l’aeroporto di Johannesburg e la municipalità di Ekurhuleni, e il governo non voleva mostrare ai tifosi che sarebbero arrivati per la Coppa del Mondo la realtà di Makause. Qui avrebbero voluto costruire un centro commerciale. Questa politica di beautyfication è stata adottata un po’ ovunque in occasione dei mondiali, sia per quanto riguarda gli informal settlement, sia per quanto concerne gli informal traders. Per questo nel 2007 nasce MACADEFO. Nonostante diversi provvedimenti amministrativi, stiamo resistendo in una zona che è casa nostra. Quello che noi proponiamo è una piattaforma che coinvolga la comunità sulle questioni che la riguardano da vicino: casa, servizi, rapporto con il governo locale. Inoltre siamo riusciti a creare una rete di relazioni con altri movimenti che si occupano di tematiche simili in Sudafrica come Abahlali baseMjondolo, Western Cape Anti-eviction Campaign e The Landess People Movement. Noi riteniamo che il miglioramento delle condizioni di vita di chi abita a Makause si ottenga tramite l’upgrade di Makause, non tramite la ricollocazione della popolazione in posti che si trovano lontano da qui. Alcune di quelle famiglie ricollocate si trovano a vivere durante la settimana a Makause per lavorare e poi tornano alle loro case, se possono, per il fine settimana. Questo non è quello che vogliamo. Trasformare le case di lamiera in abitazioni con materiali a norma, avere un allaccio alla rete elettrica e a quella idrica, crediamo che questa sia la soluzione migliore e che in questo modo debba attuarsi l’intervento del governo.

V: Mi pare di intendere che i rapporti con il governo e l’amministrazione siano complessi.

G: Non vogliono coinvolgerci all’interno dei processi decisionali, è questo il punto. Chi prende le decisioni per Makause molto spesso non è mai neanche stato a Makause. Quello che vediamo spesso invece è l’uso della forza da parte della polizia quando ci sono da eseguire gli ordini di sfratto coattivo imposti dall’amministrazione. Oppure quando nel 2008, durante la crisi xenofoba che ha investito un gran numero di informal settlement, in Sudafrica, la Polizia ha aperto il fuoco sugli abitanti di Makause uccidendo 6 persone. Oppure quando ci impediscono di mobilitare la comunità utilizzando leggi dell’apartheid come l’Intimidation Act, per via del quale mi trovo ad affrontare un processo dal 2012. 

V: Cosa è successo esattamente?

G: Nell’ottobre di quell’anno noi di DLF stavamo organizzando una manifestazione contro la brutalità della polizia proprio a Makause, che avrebbe coinvolto anche gli altri informal settlement vicini. Come dicevo la polizia qui si rende spesso protagonista di irruzioni che hanno un epilogo violento. Inoltre, la strage di Marikana era accaduta appena due mesi prima e sentivamo quindi la necessità di opporci all’uso antidemocratico della forza perpetuato quotidianamente dalle forze di polizia. Come prescritto dal “Regulation Gathering Act”  mi sono recato il giorno prima della manifestazione insieme ad altri compagni alla stazione di polizia per discutere delle modalità della mobilitazione. La municipalità aveva già dato il sua via libera. Durante la riunione hanno cercato di intimidirci dicendo che la mobilitazione poteva degenerare in maniera pericolosa e che sarebbe potuta divenire una nuova Marikana. Cercavano di farci innervosire e durante la discussione affermai che se quello era il modo in cui volevano affrontare l’incontro era inutile proseguire. A loro detta, li avrei intimiditi con il mio atteggiamento nervoso e se io ero nervoso la manifestazione sarebbe stata pericolosa. In pratica annullarono la manifestazione. Non potevano però impedirci di organizzare un picchetto. Quando il giorno dopo la gente incominciò ad arrivare al punto di incontro, la polizia accerchiò Makause con circa 50 mezzi blindati, io venni arrestato con l’accusa di aver intimidito il giorno prima gli agenti secondo appunto l'Intimidation Act, e la folla venne dispersa tramite il lancio di lacrimogeni, proiettili di gomma e cannoni ad acqua.

V: In che modo affronti il processo oggi?

G: Tramite il DLF stiamo cercando di ottenere l’assoluzione tramite un approccio molto chiaro: ci opponiamo a una legge creata durante il periodo dell’apartheid che di fatto offre alla polizia il potere discrezionale di impedire il diritto alla mobilitazione, riconosciuto dalla Costituzione. Per questo all’ultima udienza insieme al team di avvocati del Socio-Economic Rights Istitute of South Africa (SERI), che mi sta assistendo, abbiamo chiesto l’incostituzionalità della legge. Mettere in arresto i leader dei movimenti è una pratica molto diffusa qui in Sudafrica, in questo modo la polizia stronca il dissenso e impedisce il mutamento dello status quo. È una pratica anti-democratica alla quale sia MACADEFO che il DLF si oppongono. Inoltre tramite la partecipazione del DLF allo United Front, che sta prendendo piede in Sudafrica negli ultimi mesi, riusciamo ad avere un appoggio più forte sia da parte dei lavoratori del sindacato del NUMSA che da parte delle altre comunità.

Fuori ha smesso di piovere, saltiamo sul retro di un pick-up  e ci dirigiamo verso un altro informal settlement per organizzare una mobilitazione che avverrà tra qualche giorno. Ad attenderci una decina di persone in una costruzione di legno e lamiere, illuminati dalla luce di due candele e dalla volontà di chi ogni giorno lotta contro un sistema che non è disposto ad ascoltare.

È abbastanza per proseguire il cammino.

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