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Intervista a Daniele Vicari, regista di 'Diaz': 'Il mio film fa parlare i fatti'

  • Scritto da  Maurizio Marinaro e Alberto Pallone
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Intervista a Daniele Vicari, regista di 'Diaz': 'Il mio film fa parlare i fatti'

È uscito ieri nelle sale cinematografiche l'atteso film di Daniele Vicari Diaz - Don't clean up this blood. Noi eravamo in sala a Padova ad assistere alla proiezione, durante la quale un ragazzo di circa 20 anni si è sentito male durante le scene della mattanza avventa all'interno della scuola. Abbiamo incontrato il regista al termine della proiezione.

Era tuo intento far sì che una persona uscisse domandandosi cosa sia oggi la democrazia?

Io spero che sia così, che gli spettatori entrino nella sala cinematografica con 3-4 domande e ne escano con 3-400. È l'unica cosa seria che un cineasta può proporsi di fare raccontando fatti di questa natura.

Hai preso in considerazione la paura che è stata espressa da certe persone che questo tuo film possa scatenare un sentimento collettivo contro la polizia?

Non credo, ho molta fiducia nell'intelligenza delle persone, credo che guardando questo film si provi molto dolore più che rabbia. Penso che se noi non  facciamo saltare fuori questo dolore che tutti abbiamo dentro, il pericolo vero è quello lì. Io sento intorno a me che c'è qualcosa che non va, un film ci permette anche di guardare in faccia queste cose. Credo che sia una cosa tosta, soprattutto per i poliziotti che hanno fatto queste cose e hanno passato la loro vita a nasconderle. Sicuramente è una cosa tosta, però dobbiamo guardarla in faccia. Ogni tanto qualche poliziotto mi contatta, mi manda dei messaggi, mi dice: "Io non sono come loro, non sono quel tipo di poliziotto". Poi c'è una circolare del ministero che vieta ai poliziotti di parlare del film, è una situazione molto difficile; questa circolare è conosciuta perché un sindacalista l'ha passata a un giornale ed è allucinante.

Per girare questo film hai avuto problemi a trovare fondi e anche una casa di distribuzione, sei addirittura dovuto andare a girare in Romania: hai avvertito un blocco da parte delle istituzioni italiane?

Il mio produttore, che ha fatto più di 60 film, ha avuto all'inizio dei grandissimi problemi, per la prima volta nella sua carriera si è sentito dire: "No, non ce la mandare la sceneggiatura". Gli è bastato sentire il titolo... Infatti il film abbiamo dovuto rimandarlo di un anno, cercavamo fondi in maniera differente,  non riuscivamo a trovare nulla, ma Procacci ha comunque deciso di andare avanti e di farlo. Una volta che siamo partiti con le riprese un po' si è sciolto questo iceberg; per esempio una cosa che mi ha fatto veramente molto piacere, lo dico senza retorica, è che il Mibac – il ministero dello spettacolo – valutando la domanda ci ha dato un contributo microscopico, perché per un film costato 8 milioni un contributo di 400.000 euro è un ventesimo, ma che considero simbolicamente un fatto di un'importanza capitale, perché è lo Stato che ci dice: "Fate bene a girare questo film, è giusto farlo". E lo Stato siamo noi.

C'è una frase pronunciata da uno dei poliziotti nel film: "Manganello, manganello che rischiara ogni cervello": sono 11 anni che l'Italia aspetta un serio dibattito su questo tema. In questo momento, questo film, a cosa può servire?

Io raccontando questa storia ho inteso fare una metafora, sicuramente un po' dura, della condizione piuttosto critica della nostra democrazia. Noi non ci stiamo rendendo conto che stiamo scivolando verso una forma di gestione della cosa pubblica che è fuori da ogni controllo democratico. Questo lo dobbiamo capire, altrimenti non ci troviamo ad avere gli strumenti adatti ad interloquire con i nuovi poteri e con la realtà che ci troviamo a vivere; per poterla modificare. Siamo anche arrivati al punto di pensare che magari sospendere le elezioni politiche può essere giusto se c'è una crisi economica. Questo secondo me è molto problematico, non dico che siamo diventati un paese antidemocratico, però è uno dei tanti segnali che mi fanno dire: "Attenzione, il confine tra una democrazia partecipata e una democrazia autoritaria è molto labile".

Durante il dibattito in sala ti è stato fatto notare come tu non citi il contesto politico in cui si era sviluppato il G8.

Citare il contesto avrebbe significato dover fare un lavoro improbo e impossibile dal punto di vista cinematografico. Lo dico perché ci sono delle persone, poche per fortuna, che stanno dicendo che questo film è elusivo perché non ho messo i nomi dei poliziotti e perché non parlo dei politici. Io rispondo a queste persone che se avessimo dovuto fare tutte queste cose, avremmo dovuto fare una serie di 12 puntate per la televisione e partire dai fatti di Napoli: è stato a Napoli che per la prima volta dopo tanti anni sono accadute cose totalmente fuori controllo dal punto di vista democratico. Alla caserma Raniero sono successe le stesse cose nel marzo 2001 che poi sono successe a luglio a Genova, infatti alcuni poliziotti condannati per sequestro di persona alla caserma Raniero – delle persone sono rimaste là dentro una notte e sono state massacrate – poi sono stati condannati anche per i fatti della Diaz; e tutto il clima che poi è venuto a mano a mano montando nei mesi successivi fino al G8 è un clima che vede un modus operandi da parte di politica, forze dell'ordine e anche potere mediatico, volto a far crescere la tensione in maniera continua e incontrollabile, addirittura arrivando a preconizzare i morti durante le manifestazioni. Credo che noi non abbiamo riflettuto abbastanza sulla gravità di questa situazione. Raccontando solo i fatti della Diaz e di Bolzaneto ho pensato di poter andare in profondità rispetto al modo in cui quelle persone che erano lì dentro sono state massacrate, perché è in quel modo lì, mostrando quelle azioni, che avevano un intento mostruosamente denigratorio nei confronti della dignità delle persone, che ci sono tutte le motivazioni politiche, ideologiche e anche sociali che ci possono aiutare a comprendere, o quantomeno a farci fare delle domande radicali, perché non è più il tempo di farsi delle domande superficiali.

Maccari, segretario generale del Coisp, ha affermato che il tuo film è "falso e inutile" in quanto non mostra il contesto in cui si svolsero i fatti; è la stessa critica che ti muove Agnoletto. Cosa hai da dire?

Che mi fa molto ridere. Quando ho letto l'articolo di Agnoletto ho pensato subito al comunicato del Coisp, che per chi non lo sapesse è un sindacato di estrema destra, e il fatto che questi due uomini politici o sindacalisti abbiano da due fronti diversi la stessa idea sul film dice solo una cosa: che c'è tanta falsa coscienza in giro; uno vorrebbe che io raccontassi i buoni propositi del movimento per dimostrare che la repressione era contro queste idee, fregandosene un po' dei diritti civili e della condizione in cui sono state ridotte queste persone, un approccio solo politico alla questione – una volta si sarebbe detto "politicista". L'altro, il sindacalista, che dal suo punto di vista difende una categoria, quindi fa un'azione più dignitosa, dice che avrei dovuto mostrare la distruzione a Genova in modo da giustificare la violenza dei poliziotti all'interno della Diaz. Tutte e due queste persone fanno passare in secondo piano la gravità dei fatti accaduti dentro la scuola Diaz e nella caserma Bolzaneto, che per me, da soli, bastano per mettere in discussione il luogo comune che viviamo in un paese democratico.

Ieri Casarini dopo aver visto il film ha dichiarato: "Genova ha mostrato quello che sarebbe avvenuto dopo" (da parte della polizia). Cosa hai da dire?

Una cosa di cui sono convinto è che Genova sia stata una sorte di esperimento – sconclusionato, non è che ci fosse chissà quale organizzazione perfetta dietro queste operazioni – ripeto, è stata un esperimento di sospensione dei diritti civili, con l'intento di affermare un modus operandi da parte dello stato che poi alla lunga somiglia assai a ciò che sta accadendo oggi in tutta Italia nei CIE. Questo tipo di stato di eccezione dichiarato all'occorrenza è un qualcosa di molto discutibile; il fatto che ci siano delle zone franche all'interno delle quali non vale la legge costituisce un problema molto serio sul quale dovremmo tutti riflettere a fondo.

La tua preoccupazione da regista è stata che uno spettatore si interrogasse maggiormente sui fatti della notte del 21/7/2001 o di fare un bel film?

Ho presentato ormai il film in tutta Italia: moltissime persone – dal Sud al Nord – mi hanno fatto un discorso secondo me sorprendente, ma siccome si ripete lo voglio elaborare parlandone; mi dicono: "Mi vergogno, perché io non avevo capito cosa era successo, e non ho fatto niente nemmeno per capirlo, sono andato avanti per luoghi comuni". Questa cosa è molto importante perché il film svolge una funzione di presa di coscienza. Questo è il massimo che si può chiedere a un film, non è che gli si può chiedere di processare delle persone e schiaffarle in galera.

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