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Monti si, Monti no? Il frasario di Bersani rischiare di mandare in tilt il centrosinistra

  • Scritto da  Gabriele Mastroleo & Riccardo Pariboni
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 A tre settimane dal voto, la confusione rispetto alle alleanze di un futuro, probabile governo di centrosinistra regna sovrana. La responsabilità? Del segretario del Partito Democratico, Pier Luigi Bersani, che ancora una volta, nelle scorse ore, trovandosi a Berlino per un vertice europeo, apre le porte del centrosinistra alla coalizione guidata dall'attuale premier: “Mario Monti ha costruito una sua forza politica, è nella competizione, ci sono le schermaglie elettorali, ma ho sempre detto che sono prontissimo a una collaborazione con tutte le forze contrarie al berlusconismo e al leghismo, certamente anche con il professor Monti”.

Le parole di Bersani hanno subito messo in apprensione Sel, che da giorni martella il proprio potenziale elettorato con la promessa che, comunque vadano le cose, Nichi Vendola non è disposto a scendere a questo tipo di compromessi. Da parte sua, invece, Mario Monti stavolta non si è fatto desiderare e forse perché le missive da Berlino hanno su di lui un'attrattiva maggiore ha detto il suo “Sì!”, precisando “Purché sia sulle riforme”. Che sembra voler significare: “Va bene, rinuncio alla presidenza del Consiglio, purché si vada avanti con l'Agenda Monti”. Tutto questo potrebbe andare a vantaggio dell'eterogenea accozzaglia messa in campo da Berlusconi nel centrodestra. 

Sembra in ogni caso che a Bersani piaccia molto fare queste uscite il martedì, soprattutto se si trova al di là delle Alpi. Esattamente una settimana prima dell'outing berlinese, il 28 gennaio, aveva dichiarato al francese Les Echos: “Anche se avessimo la maggioranza, vista la situazione del Paese, il centrosinistra non sarà settario e mi impegnerò a discutere con le forze europeiste, non populiste e costituzionaliste. Il nostro avversario è Berlusconi, la Lega Nord, Beppe Grillo e tutte le forme di populismo anti-europeo. Sul governo siamo pronti a discutere con Mario Monti. Starà a lui decidere. Non voglio che il centrosinistra appaia come settario”. Praticamente, parola più parola meno, il concetto ribadito ieri.

Peccato che quando si trova ad affrontare direttamente il proprio elettorato, come nel corso della presentazione dei candidati a Napoli, il 30 gennaio, Bersani non abbia dubbi sul male che affligge la politica italiana: l'eccesso di personalismo. E dal palco non risparmia veramente nessuno: “Il guaio storico da superare è il sistema politico organizzato sulla persona. Lo sapevano tutti che Berlusconi non poteva andare avanti così, ma nessuno sapeva come tirarlo via. La mia domanda è ora questa: dopo Berlusconi, dopo Monti, dopo Ingroia, dopo Grillo cosa c’è lì? Se vanno via non si sa come riempire il vuoto, se restano lì sono un problema”.

Peccato che, dopo aver parlato coi giornalisti francesi, Bersani attacchi senza mezzi termini Monti: “Io sono stanco di manovre come credo tutti gli italiani, non si può inseguire la recessione con delle manovre e quindi sono contro”. Parole, queste, pronunciate sempre il 28 gennaio, ma a Omnibus su La7. “Benché dimissionario, dovrebbe ricordarsi di essere il presidente del Consiglio” - ha proseguito il leader del Partito Democratico e candidato dell'intero centrosinistra, quindi anche di Sel -  “Dovrebbe rispondere su a che punto lascia i conti del Paese e non può sostenere che la manovra ci può essere o no a seconda di chi vince anche perché appare un messaggio minaccioso agli elettori”.

Il giorno dopo, Mario Monti fa una proposta che lascia sbigottiti gli studenti italiani e Bersani sbotta: “Prima di parlare di allungare o accorciare vacanze estive, teniamo le scuole aperte tutto il giorno per attività didattiche. Le scuole devono stare in piedi”. Poi, il 30 gennaio, prima di spostarsi verso Napoli, il segretario del Pd, intervenendo a Trieste, dimentica due giorni di anatemi e ammicca: “Noi abbiamo messo in campo una proposta civica, c'è qualcuno che si chiama Scelta civica, vedi mai che faccia una riflessione, finché ci si punzecchia è la campagna, poi si ha la sostanza, vince chi arriva primo”. Per onor di cronaca, il riferimento, in questo caso, era alle elezioni regionali in Lombardia, dove la coalizione centrista con a capo l'ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, sembra fuori dai giochi. 

Ma il premier Monti è in grado di far perdere la pazienza anche a una persona morigerata nei modi come Bersani, soprattutto quando si fa sfuggire una berlusconata in piena regola, quella del Pd fondato nel 1921. Così, intervenendo da Firenze, dove si trova al fianco di Matteo Renzi, suo principale outsider nelle primarie di due mesi prima, il segretario di quello che è, secondo tutti i sondaggi, il partito di maggioranza relativa in Italia, attacca: “In un anno Monti non ci ha mai trovato un difetto e ora da 15 giorni ce ne trova uno al giorno. Quella di oggi sul Pd nato nel ’21 è veramente infelice. Si può dire di tutto ma non ferire un progetto di cui non ha neanche una vaga idea”.

Infine, due giorni dopo, in seguito all'ennesima “scaramuccia elettorale”, Bersani lancia il suo ultimatum: “Monti deve ricordarsi che il comune avversario è Berlusconi, ma attenzione perché, se continua così, rimette in discussione la possibilità di collaborare con noi dopo le elezioni. Così l'alleanza dopo il voto salta”.

Ciò che sembra configurarsi, nella realtà dei fatti, è purtroppo un mero gioco delle parti, una messa in scena utile a mantenere artificialmente alta la tensione elettorale e a non demotivare eccessivamente elettori e militanti. Si prospettano quindi davanti a noi due ipotesi, entrambe inquietanti: la prima è che, comunque vadano le elezioni, il Partito Democratico finirà con l'allearsi con Monti; la seconda è che, qualora questo non fosse vero, come continua a sostenere la base militante di Sel, è in atto un disperato tentativo, tutto psicologico, di rincorsa al “voto utile” atto a indebolire le forze di centro e soprattutto quelle a sinistra della coalizione Italia Bene Comune.

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