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La ministra Cancellieri e la vendita dei beni confiscati

  • Scritto da  Federico Bassi
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cancellieriC’era una volta un paese in cui non si parlava di mafia, perché parlarne significava far conoscere una realtà e creare una coscienza popolare contro una piaga sociale che distruggeva e distrugge ancora l’Italia. Rimpiango quel paese, perché ritengo preferibile non parlare di mafia piuttosto che parlarne poco e in termini burleschi, come hanno fatto recentemente Beppe Grillo o il Ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. E’ evidente che la mia è una provocazione (ça va sans dire), ma non è possibile che in Italia, dopo più di un secolo e mezzo di dominazione mafiosa, non siamo ancora in grado di affrontare il tema delle mafie con la serietà che merita.

L’articolo 416 bis del Codice Penale recita:  “L'associazione è di tipo mafioso quando coloro che ne fanno parte si avvalgono della forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva per commettere delitti, per acquisire in modo diretto o indiretto la gestione o comunque il controllo di attività economiche, di concessioni, di autorizzazioni, appalti e servizi pubblici o per realizzare profitti o vantaggi ingiusti per sé o per altri”, e prosegue affermando che “Nei confronti del condannato è sempre obbligatoria la confisca delle cose che servirono o furono destinate a commettere il reato e delle cose che ne sono il prezzo, il prodotto, il profitto o che ne costituiscono l'impiego.”

A qualcuno potrà sembrare banale, ma si è dovuto aspettare che Pio La Torre venisse brutalmente assassinato dalla mafia per introdurre in Italia la confisca dei beni mafiosi con la legge 646 del 13 settembre 1982, detta "Rognoni-La Torre", e si è dovuto aspettare la raccolta firme dell’associazione “Libera- associazioni, nomi e numeri contro le mafie” per introdurre il riutilizzo sociale di questi beni con la legge 109 del 7 marzo 1996. Se non viene ammazzato  qualcuno, o se non nasce un movimento sociale che sensibilizzi i cittadini su questi temi, in Italia è impossibile riuscire ad affrontare le mafie nel loro nervo più sensibile: il potere economico.

Nel 2008, per iniziativa delle associazioni “Libera” e “Terra del Fuoco”, nasceva a Bruxelles FLARE (Freedom, Legality And Rights in Europe), una rete di associazioni Europee impegnate nella lotta alla criminalità organizzata, con lo scopo di esportare in Europa il modello italiano della confisca e del riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie, considerato un modello efficace per combattere la criminalità organizzata internazionale. Chi scrive si trovava al Parlamento Europeo quel giorno il cui il progetto venne ufficialmente presentato, e non lo dimenticherà mai, perché in quel giorno si rese conto che Giovanni Falcone aveva ragione quando sosteneva che la mafia è un fenomeno sociale che in quanto tale ha un inizio e una fine, e che spetta a noi, società civile, crearne le condizioni. E la strada che stavamo intraprendendo era senz’altro quella giusta!

La strada che si sta intraprendendo oggi in Italia è diametralmente opposta. Nel tentativo di liberare lo Stato da questo compito ingombrante che è la gestione e l’affidamento alle cooperative sociali dei beni confiscati, la Ministra degli Interni Anna Maria Cancellieri ha riproposto la vendita all’asta dei beni confiscati alle mafie, proposta peraltro già presentata dal precedente Ministro degli Interni Roberto Maroni.

La gestione dei beni confiscati alle mafie comporta senza dubbio un attività ingombrante e onerosa, in quanto confiscare un bene ai mafiosi richiede di per sé tempo e risorse economiche, dopodiché possono trascorrere mesi e mesi prima che un bene confiscato venga affidato ad una cooperativa sociale, e questo perché molto spesso questi beni risultano ipotecati o ancora occupati (un articolo pubblicato sul sito di Libera il 24 novembre 2009 rivelava che il 36 per cento dei beni confiscati erano sotto ipoteca delle banche e il 30 per cento era ancora occupato.). Tuttavia, si tratta certamente di un costo necessario affinché non soltanto questi beni confiscati possano effettivamente ritornare alla comunità, ma soprattutto per evitare che essi possano ritornare nelle mani dei mafiosi, i quali potrebbero altrimenti riacquistarli all’asta attraverso dei prestanome.

Quando allora il Ministro Cancellieri afferma che non c’è nessun problema se i mafiosi riacquistano i propri beni all’asta, perché così facendo permettono allo Stato di riconfiscarli nuovamente e di guadagnarci due volte, è evidente che non tiene conto non soltanto dei sofisticati  mezzi politici, economici e giuridici di cui dispongono le mafie, ma anche degli stretti legami e delle relazioni politiche che intercorrono tra mafiosi e amministratori locali.

Tutto questo il Ministro Cancellieri lo sa benissimo, ma evidentemente non conosce la storia di Placido Rizzotto, di Pio La Torre, di Giuseppe Impastato, di Giuseppe Fava e di tutti coloro che da giornalisti, sindacalisti, militanti politici e non solo, hanno dato la vita affinché la lotta alle mafie fosse costantemente all’ordine del giorno, e affinché si potesse superare quell’idea arcaica della mafia con la coppola e la lupara che ammazza qualche contadino per assicurarsi il controllo indisturbato del proprio feudo.

E soprattutto non conosce le esperienze di Libera Terra e di tutte quelle cooperative che gestiscono quotidianamente i beni confiscati alle mafie e con sforzo li restituiscono alla società civile, anche a rischio della vita di chi ci vive e ci lavora. Capita infatti che i mafiosi a cui vengono confiscati i terreni appicchino incendi ai terreni stessi a scopo intimidatorio e vessatorio, perché sanno benissimo che è producendo sui territori confiscati e rivendendo i prodotti del lavoro che le cooperative sociali riescono a vivere e a creare sviluppo economico e culturale, e le mafie non vogliono né l’uno né l’altro, perché è con lo sfruttamento della povertà e dell’ignoranza che da sempre riescono ad imporsi e a riprodursi.

Vendere all’asta i beni confiscati alle mafie significa da un lato decretare la sconfitta delle cooperative sociali e della società civile intera, e dall’altro decretare la vittoria delle mafie che riuscirebbero in questo modo a riacquisire i loro patrimoni precedentemente confiscati dimostrando nuovamente chi detiene realmente il controllo e il potere.

A livello europeo, tuttavia, le cose sembrano andare diversamente, e il dibattito sta proseguendo in una direzione decisamente positiva. Il 24 aprile, il Commissario Europeo per gli Affari Interni, Cecilia Malmstrom, è venuta in visita in Italia per studiare meglio il nostro sistema di confisca del patrimonio mafioso, ed ha visitato insieme al Presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, la cooperativa sociale di Libera Terra Puglia a Torchiarolo, una cooperativa che gestisce nella provincia di Brindisi i terreni confiscati alla Sacra Corona Unita. Il Commissario Malmstrom ha infatti presentato una proposta di direttiva che introduce il sequestro e la confisca dei beni mafiosi in tutti gli Stati membri, consapevole che il modello italiano è un modello vincente e lungimirante.

Chissà se anche il nostro Ministro Anna Maria Cancellieri si  renderà conto di quanto la sua proposta sia pericolosa, e di quanto in Italia ci sia bisogno della presenza dello Stato più che in altri paesi. Se anziché smontare quel poco di buono che è stato fatto fino ad oggi ci impegnassimo a fare di più, riusciremmo sicuramente a fare passi avanti nella lotta alle mafie, e non solo in Italia ma anche in Europa.

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