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E se iniziassimo da articolo 8, collegato lavoro e sicurezza?

  • Scritto da  Angelo Buonomo
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Con l’inizio dell’anno nuovo il governo Monti lancia un appello ai sindacati, introducendo subito il dibattito sul mercato del lavoro. Continua la solita impostazione dei tecnici del "fare presto", eredità di una celebre prima pagina de Il Sole 24 Ore. Il dibattito mainstream sì è fossilizzato sul contratto unico d’ingresso e sull’abolizione dell’ ultimo brandello di protezione del nostro diritto del lavoro, l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Come abbiamo discusso nei nostri articoli questo dibattito viziato è evanescente nella misura in cui non c’è nessun nesso tra crescita e licenziamenti, tra questi e la dilagante disoccupazione nel nostro paese. Inoltre, un’indagine di UnionCamere mette in luce che per le aziende il problema non è quello di licenziare, bensì di superare l’attuale difficoltà. Come si legge dall’indagine. alla domanda sul perché l’azienda non ha assunto nel 2011 il 77% delle imprese ha risposto “perché l’organico è adeguato”, il 14,1 per la congiuntura sfavorevole, il 5,7 “assumerei se avessi nuove commesse”. In poche parole nemmeno le aziende reputano necessario che si tocchi l’articolo 18.

Monti sollecitato dal mondo sindacale - unito nell’avanzare richieste e nell’incalzare il governo ma incapace di fare proposte complessive di trasformazione del mercato del lavoro, vizio di una ricerca ossessionata di una unità tra le sigle e non di unità tra i lavoratori - ha dovuto sottolineare la necessità di cambiare il mercato del lavoro. Eppure gli scioperi e le mobilitazioni promosse negli ultimi mesi hanno avanzato delle proposte concrete, hanno tracciato un orizzonte, hanno fatto emergere con forza le rivendicazioni di lavoratori e dei precari. Ma come recita un vecchio detto popolare “Non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire”. E allora eccoci qua. Insomma aperto il calderone della riforma ora la domanda è: come cambiare il mercato del lavoro?

Una minoranza sta costruendo il consenso sull’introduzione del contratto unico e sull’abolizione dell’articolo 18. Ma non è questo il punto. La domanda del come non dovrebbe ancora porsi. Pensando alla celebre imitazione del Crozza-Montezemolo non è ancora il momento del foglio del come. Serve un prologo alla discussione sul mercato del lavoro. Serve un pacchetto di norme non negoziabile da imporre al governo prima di aprire una discussione sul mercato del lavoro. Un pacchetto con chiari intenti pedagogici, di monito per le generazioni future e di interventi forti a “costo zero” per la spesa pubblica e per i diritti lavoratori (che hanno pagato sin troppo).

Per aprire questa discussione sarebbe necessario un pacchetto di norme capace di ricostruire il diritto del lavoro nel nostro Paese e di riallacciare il diritto privato (la libera associazione dei lavoratori) al diritto pubblico (l’esercizio pubblico dei sindacati che devono difendere i lavoratori e non solo gli iscritti). Immaginare un pacchetto di norme rapide, magari ponendo la fiducia in parlamento. Un decreto legge vero, vista l’urgenza, per ridare senso e valore al lavoro nel nostro Paese. Un insieme di norme senza contropartite, un atto di onestà intellettuale prima di una discussione complessa. Bisogna dire a gran voce che senza l’abolizione immediata dell’art. 8, del collegato lavoro e delle norme - sul lavoro - contenute negli ultimi provvedimenti del governo Berlusconi e senza l'inasprimento di controlli su sicurezza sul lavoro non ci può essere nessuna discussione.

C’è un’altra riflessione urgente da fare. Si può riformare il mercato del lavoro con numerosi i tavoli sulla crisi ancora aperti? Se non si risolvono i tavoli anti-crisi, con un piano sul lavoro, è impossibile ragionare di una riforma complessiva. Insomma ci vuole almeno un mese di lavoro prima di aprire un dibattito. Serve un dibattito serio nel paese che riconosca i limiti dell’attuale mercato del lavoro e che sia capace di disegnare nuove regole chiare ed inclusive. Questo tipo di approccio servirebbe a ridare dignità a lavoro e alla rappresentanza del mondo del lavoro (il sindacato, dato che non esiste un partito con questo obiettivo). Uno scacco al re per ridare fiducia a questo paese e a chi lo regge – i lavoratori – e non ai mercati.

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