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I forconi a Torino: cosa accade all'ombra della Mole?

  • Scritto da  Alice Graziano, Luca Spadon, Alessandra Quarta, Andrea Aimar
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I forconi a Torino: cosa accade all'ombra della Mole?

Questo articolo non vuole fornire un quadro completo né essere una cronaca di ciò che è successo negli ultimi giorni a Torino, ma prova a mettere su carta alcune delle impressioni, frutto di tanti sguardi parziali sulla giornate di ieri e di lunedì.

Una città diversa: Cos'è successo a Torino?

Lunedì la percezione diffusa di molti è stata di svegliarsi in una città diversa. Anche se da giorni giravano notizie e voci su ciò che sarebbe potuto accadere, in molti si era sottovalutato l'impatto che la protesta dei “forconi” avrebbe avuto. Chi aveva partecipato all'assemblea organizzativa e aveva visto circa 500 persone aveva la percezione che avremmo avuto a che fare con qualcosa di grosso, ma lunedì ha comunque prevalso lo stupore e lo sbigottimento. Una città chiusa dalla mattina, bloccata in più punti, isolata, quasi tutti i negozi e i bar chiusi, le piazze dei mercati deserte, una serrata generale mai vista.

La serrata era il dato che più colpiva. Nei giorni precedenti si erano registrate minacce ai danni dei negozianti e degli esercenti, alcuni hanno ricevuto chiamate da persone che si identificavano come personale della Questura e consigliavano la chiusura, voci varie a cui seguivano smentite che avevano solo il ruolo di aumentare la confusione e amplificare l'effetto delle minacce. Sarebbe però riduttivo dire che la serrata di lunedì sia stata dettata solo dalla paura. C'è stata sicuramente anche un'adesione spontanea di tanti che condividevano le parole d'ordine (vaghe a tal punto da intercettare un malessere diffuso che covava da molto tempo) della protesta. Stabilire le percentuali non è possibile. Ieri la serrata ha avuto una prosecuzione, in tono minore, e gli episodi di minaccia sono stati più palesi e aggressivi.

Abituati a vivere in una città di sinistra, di tradizione operaia, con un retroterra culturale operaista e novecentesco, cresciuti nella bolla della Città della Cultura, lunedì ci siamo trovati di fronte una realtà diversa, su cui spesso sappiamo di aver chiuso gli occhi.

La piazza, i blocchi e i gli scontri

Questi due giorni sono stati teatro di un susseguirsi di azioni e pratiche diverse, alcune non necessariamente appannaggio della destra, come i blocchi pacifici del traffico o il blocco delle stazioni. Diverso quello che è accaduto in Piazza Castello di fronte alla Regione, con oltre un'ora di scontri, sampietrini e pavimentazione divelta, cassonetti a terra. Dall'altra parte polizia che carica ripetutamente e lancia lacrimogeni a pioggia. Un riot vero e proprio, come poche volte abbiamo visto in pieno centro città, mentre in periferia continuavano blocchi e volantinaggi.

Esiste una distanza tra queste azioni? Gli organizzatori rivendicano il carattere pacifico della loro protesta e sulla pagina facebook si moltiplicano i post che prendono le distanze delle “azioni violente”. Ma non possiamo non interrogarci sul fatto che un'azione fa seguito ad un'altra e che, evidentemente, in queste giornate c'è stato spazio per proteste frutto di pratiche differenti ma accomunate dallo stesso humus culturale.

Allo stesso modo ieri abbiamo vissuto un confronto molto duro tra “forconi” e un presidio sotto al palazzo del Consiglio Regionale composto da studenti e operai. Un momento che non solo è stato complesso da gestire, anche per chi ha lunga esperienza movimento, un momento soprattutto molto “strano”, frutto di una contrapposizione tra categorie che vivono disagi forse simili, ma che danno risposte differenti.

Il quadro descrittivo non potrebbe però essere chiaro senza considerare ciò che è avvenuto nelle scuole: circa duemila studenti, in gran parte delle scuole periferiche e degli istituti professionali scesi in piazza dietro a 12 metri di bandiera tricolore. Vedere un migliaio di studenti che occupano una stazione dietro al tricolore impressiona notevolmente chi, come noi, viene dai movimenti studenteschi e ci deve interrogare sulla nostra capacità di comunicare con quegli studenti, confinati nelle scuole di periferia e oggi probabilmente esclusi dall'accesso all'università.

La destra e l'eversione: spontaneismo, rabbia sociale o fascisti?

Possiamo scrivere senza troppa paura di essere smentiti che tutta la protesta si muove all'interno di un substrato culturale di destra. Ciò non è però sufficiente a descrivere una piazza molto composita e complessa: curve, persone riconducibili ad organizzazioni di destra più o meno estrema, ex elettori di Berlusconi, lavoratori autonomi occupati in settori molto basati sulla competizione (negozianti, lavoratori dei tanti mercati della città, corrieri, piccoli imprenditori a capo di aziende in difficoltà). Categorie che guardano tradizionalmente a destra, che spesso la sinistra condanna come evasori, messi in difficoltà dalla crisi. Persone tendenzialmente disinteressate alle forme tradizionali della politica, che si percepiscono – a torto o a ragione – estranee al patto fiscale e ad alcuni principi di solidarietà sociale.

Il problema che evidenziamo non è tanto la presenza della destra, ma piuttosto il carattere eversivo degli atti cui abbiamo assistito. La scena della polizia che si è tolta i caschi è avvenuta dopo un'ora di scontri e questo gesto, nonostante la smentita dalla questura, è stato comunque rivendicato come atto di protesta da un'associazione di categoria. Il confronto con il comportamento delle forse dell'ordine in altri contesti, anche meno tesi, non è neanche da fare. Altro elemento inquietante sono state le minacce che sono continuate anche per tutta la giornata di ieri nei confronti di chi teneva aperti i negozi, in un clima di totale impunità. Nello stesso clima si inserisce ciò che è accaduto ieri a Nichelino, dove il comune (governato dal centrosinistra) è stato assaltato con la copertura politica di esponenti, anche istituzionali di centrodestra, e un comportamento a dir poco ambiguo delle forze dell'ordine.

La composizione sociale e le giuste rivendicazioni: Chi c'è in piazza?

A settembre aveva fatto scalpore una puntata di Report che definiva Torino la città più povera del Nord Italia. Dal servizio, da molti criticato, emergevano dati più semplici da comprendere, la cassa integrazione e le crisi industriali, ma apparivano altresì situazioni passate sotto silenzio: tra tante, in centro sono sempre più numerosi i negozi che chiudono rispetto a quelli che aprono. Questa probabilmente è una lente attraverso cui leggere la composizione sociale dei cortei di questi giorni: un ceto medio impoverito, dei trenta-cinquantenni che non hanno o non trovano soluzioni, alla ricerca di risposte egoistiche ed individualistiche a cui si accompagnano in parallelo, la depressione, la solitudine e l'incapacità a costruire legami all'interno delle stesse categorie.

Le diverse anime della protesta, spesso contraddittorie, si respiravano tutte: in una piazza, principalmente maschile, convivevamo l'impoverimento reale e il peggioramento della propria condizione determinato dalla crisi, un razzismo strisciante e un certo numero di immigrati, l'egemonia tematica della destra e l'ombra inquietante di una regia esterna che ha minacciato, assaltato, seminato paura.

L'incapacità di lettura della sinistra e l'uscita da destra dalla crisi

Come militanti di sinistra ci dobbiamo dire che abbiamo visto in piazza una componente sociale che spesso non intercettiamo: non vi è infatti il precariato cognitivo che frequenta i nostri cortei o i nostri spazi sociali, non ci sono gli studenti universitari. Le categorie sociali (gli autotrasportatori, i lavoratori dei mercati) che si sono mobilitate non considerano come interlocutori i “classici” corpi intermedi (partiti e sindacati), ma portano rivendicazioni e problemi che meritano comunque una nostra analisi.

Una nostra attenzione è ancor più necessaria con Grillo e Berlusconi che si contendono la piazza e questo elettorato; a Torino si parla di una presunta “marcia su Roma” per costruire un'uscita da destra delle larghe intese, mentre la sinistra è incapace di articolare una risposta a questi fatti che vada oltre alla condanna delle violenze e dei toni fascisti, oltre che di creare una proposta politica ed economica alternativa all'austerity.

D'altra parte, provare a comprendere i motivi e le ragioni di chi protesta non significa giustificarne o sminuirne le minacce, le intimidazioni, gli aspetti eversivi. Siamo convinti che il conflitto debba essere collettivo e le pratiche decise in assemblea e troviamo inaccettabile un conflitto che sembrerebbe creare confusione e paura, più che un consenso diffuso sul piano delle rivendicazioni.

Quanto sta succedendo non può essere liquidato attraverso il ricorso ad un'etichetta unica: i metodi violenti vanno stigmatizzati, ma sostenere che tutti i manifestanti a Torino siano fascisti non solo non è vero, ma soprattutto è una facile autoassoluzione.

Vorremmo problematizzare la situazione per costruire un'uscita da sinistra dalla crisi, che sia frutto della partecipazione e del conflitto collettivo, capendo alcune delle ragioni della protesta e facendole nostre, ma senza smarrire la prospettiva di costruire una società più solidale e non più basata sull'individualismo.

Risposte possibili?

Il nostro ruolo non può limitarsi ad essere quello degli apprendisti sociologi. Chi ha organizzato la protesta ci ha colto impreparati. Nessuno aveva davvero capito cosa si stesse muovendo in città, né  percepito il piano di battaglia in costruzione da tempo. Ora però serve una risposta, che non sia arrogante ma di piazza, collettiva, in grado di reagire, di sfidare le forze sindacali e politiche, per dire loro che non sarà mettendo la testa sotto la sabbia che le cose cambieranno. Anche se tutto ciò finisse domani, rimarrebbero danni e cicatrici che non possono essere ignorati.

Lunedì sera abbiamo partecipato ad una grande assemblea cittadina per costruire l'opposizione politica e sociale al governo Cota, ora serve trasformare quell'intuizione in una risposta che sappia creare partecipazione e sviluppare un dibattito pubblico per un'alternativa politica, consapevoli che ci sono le capacità e le forze per costruire un movimento che trasformi la rabbia in speranza. Questo percorso mancherebbe di un parte importante se, dal livello locale non si passasse a un piano nazionale, in cui articolare un'uscita da sinistra dalla crisi e un superamento delle larghe intese. In assenza di questo scatto di qualità nel progetto politico, l'aver avvistato il primo fuoco non sarebbe sufficiente di fronte ad un incendio peggiore che, in futuro, potrebbe scoppiare.

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