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FIAT condannata per il licenziamento degli operai FIOM

  • Scritto da  Mattia Bertin
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operai FIATLa FIAT poche ore fa è stata condannata in appello a riassumere 145 operai FIOM licenziati senza giusta causa. L’azienda automobilistica, dopo il referendum coercitivo del giugno 2010, con cui aveva imposto ai dipendenti di Pomigliano D’Arco di scegliere tra la chiusura dello stabilimento ed un contratto anti-sindacale svilente, aveva provveduto a licenziare tutti gli operai iscritti alla sigla metalmeccanica della CGIL, per un totale di 145 persone.

Il sindacato in questione, in risposta, aveva provveduto a ricorrere in giudizio, vincendo già la causa in primo grado, ed oggi in appello.

Al di là ed in aggiunta della giustizia resa a 145 famiglie di operai, l’importanza fondamentale di questa sentenza è nel suo valore politico e civile: è stato riaffermato che il comportamento di Marchionne nella gestione dell’azienda è criminale, e che ogni lavoratore ha diritto ad esprimere il proprio parere e promuovere i diritti e la qualità della vita, e del lavoro, nei modi e nelle forme stabiliti dalla legge.

Possono sembrare parole grandi, ma sono pienamente giustificate: criminale è chi commette un reato, ossia un illecito penale. Marchionne è stato più volte condannato proprio per questo, e quindi la parola non è esagerata.

Il secondo aspetto è quello che ci deve far ragionare: siamo arrivati alla necessità che intervenga un giudice per garantire il diritto di difendere se stessi ed i propri colleghi sul posto di lavoro senza essere minacciati o cacciati. Siamo tornati all’era in cui se una persona ha la tessera di un sindacato scomodo viene allontanata persino senza aver compiuto nessun atto considerabile come nocivo.

Tutto ciò può apparire spaventoso, per chi era distratto, ma è ancora molto poco se si considera in relazione ai nuovi contratti di lavoro od ai contratti in aziende con meno di quindici dipendenti: per tutti coloro che non hanno un contratto a tempo indeterminato in un’azienda con più di quindici dipendenti il giudice non avrebbe potuto chiedere la riassunzione, che, come si può vedere oggi, non è un vezzo modernista novecentesco, come ci raccontano Ichino, Fornero e compagnia, ma un diritto fondamentale per impedire comportamenti antisindacali e padronali.

I diritti di pochi non vanno a bloccare il futuro occupazionale delle giovani generazioni, anzi, sono una sicurezza ed una garanzia per mantenere il potere economico, la spesa e l’occupazione a livelli costanti, impediscono fughe di capitali e fallimenti a catena. Festeggiando 145 volte questa bellissima vittoria ripensiamo a quanto fondamentale sia il diritto a difendere il lavoro con la serenità di non subire ripercussioni sulla propria esistenza.

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