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Stupro: la lotta femminista dentro ed oltre le sentenze

  • Scritto da  Irene Ricciuti
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Stupro: la lotta femminista dentro ed oltre le sentenze

Ci tengo a condividere alcune riflessioni a partire dalla tanto dibattuta sentenza della Cassazione in materia di stupro (n. 32462/18). Lo faccio perchè da donna, femminista, compagna e studentessa di giurisprudenza in questi giorni ho pensato, discusso, letto: ho sentito il bisogno di mettere a sistema alcuni elementi e di condividerli con l’auspicio che possano contribuire ad arricchire un dibattito decisamente acceso; dibattito da cui le coordinate su cui si muove la lotta femminista hanno la possibilità di uscire riaffermate e rafforzate. Lo faccio in questo modo perchè penso che tutte e tutti abbiamo la necessità di discutere e confrontarci dialetticamente, dando dignità alla complessità di una questione che viene immensamente svilita dai titoli sensazionalistici dei giornali e dalla dinamica “botta e risposta” incompleta e/o emotiva dei commenti sui social. Parlarne apertamente, faccia a faccia, sarebbe l’ideale, eppure, nell’impossibilità, un contributo del genere mi pare la scelta meno inopportuna.

Premetto: mi sto esprimendo con qualche giorno di ritardo, solo dopo aver letto il testo della sentenza, la cui pubblicazione si è fatta attendere a lungo. Masticare notizie di seconda, terza, quarta mano non poteva che contribuire a rendere meno igienico il dibattito, e lasciava effettivamente inappagata la curiosità di sapere se e in che modo l’afflato moralista e l’obiettivo di disciplinamento del corpo della donna emergessero da quel testo. L’unica cosa certa era ed è solo il fardello che tutte noi portiamo sulle spalle: quello di una giustizia che - come esemplifica il caso spagnolo de La Manada - troppo spesso punisce la vittima e non il carnefice, legittima la violenza ricorrendo a stereotipi e stratagemmi con cui riaffermare i rapporti di potere della società patriarcale.

Effettivamente sul testo della Cassazione ho trovato righe da brivido: gli stupratori motivano il loro ricorso attraverso argomenti feroci, mettendo in discussione ancora una volta l’attendibilità della vittima. La donna, infatti, non avrebbe espresso la mancanza di consenso in maniera esplicita, ed i suoi ricordi sarebbero eccessivamente confusi e non lineari per poter essere assunti come veritieri. Anzi, la donna avrebbe persino accettato di farsi riaccompagnare a casa dai due, nonostante le avessero già presentato delle avances. Una retorica di cui siamo decisamente stanche, che ha una carica di violenza indescrivibile.

Eppure, il giudice di Cassazione non rimane insensibile al tenore di queste affermazioni: dichiara inammissibili, infatti, tutte le questioni proposte dai ricorrenti, eccetto quella relativa all’insussistenza dell’aggravante di cui all’art. 609 ter, comma 1, n.2, del codice penale (su cui tornerò tra breve). La Corte smonta, dunque, le gravi argomentazioni degli stupratori, enunciando un principio di diritto che, come tale, sarà vincolante per i giudici che in futuro dovranno esprimersi in materia:  "integra il reato di violenza sessuale di gruppo (art. 609 octies cod. pen.), con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica, la condotta di coloro che inducano la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole, anche se la parte offesa ha volontariamente assunto alcool e droghe, rilevando solo la sua condizione di inferiorità psichica o fisica seguente all’assunzione delle dette sostanze".

L’aspetto importante di questa sentenza, probabilmente, sta proprio qui: dire a chiare lettere che lo stupro è tale anche se la vittima si è volontariamente ubriacata, non facendo differenza che questa urli il suo NO oppure che gli effetti dell’alcool le impediscano di farlo. La Corte supera la retorica del “se l’è cercata”, dando effettività ad una norma (art. 609 bis) che già equipara lo stupro esercitato nei confronti di una vittima capace di intendere e di volere a quello esercitato a danno di persona in condizioni di minorazione psico-fisica, anche temporanea, sia che venga indotta subdolamente dalla vittima - che avrebbe, per esempio, creato un contesto in cui la vittima si sia sentita libera di bere - sia che si tratti semplicemente di una scelta volontaria, una ipotetica sbronza serale che chiunque potrebbe avere. Questo è, a mio avviso, un passo avanti non indifferente verso un sistema che dia centralità all’elemento del consenso espresso e consapevole, da non intendersi come “carenza” di dissenso; un passo avanti che segue peraltro alcuni avanzamenti promossi dalla stessa Corte negli anni precedenti (per esempio, nel 2017 la stessa Cassazione aveva affermato la sussistenza del reato di stupro anche se la vittima aveva inizialmente “approcciato” il futuro carnefice, manifestando il consenso e successivamente revocandolo).

Come scrivevo sopra, tuttavia, la Corte ritiene fondata una argomentazione portata dal ricorrente: quella della inapplicabilità dell’aggravante di cui all’art. 609 ter del Codice Penale.

Provo a fare una breve ricognizione tecnica di ciò di cui si parla, per chi non ha ancora avuto modo di approfondire ma anche per poter procedere logicamente nel ragionamento. La faccio perché noi, che abbiamo conosciuto a nostre spese quali sono gli effetti della retorica della tecnocrazia, sappiamo bene che la tecnica non è mai neutrale: è, al contrario, sempre politica, ed è un elemento da non sottovalutare nella dialettica democratica. Allora a poco serve affrontare il nodo politico se non ci si sofferma a comprendere come tecnicamente il giudice è giunto a quella decisione. E vorrei che ognuno ed ognuna - me compresa- si fermasse a sciogliere i propri dubbi o li mettesse sul piatto: sono infatti convinta che occasioni come queste, in cui un giudizio sul reato di stupro ha sfondato i muri del dibattito pubblico, possano e debbano costituire un’occasione per un’alfabetizzazione giuridica il più larga possibile. Studio la legge da diversi anni e non lo faccio di certo per rinchiudermi meccanicamente in uno studio e vivere a suon di commi: proprio per il suo profondo senso politico, il sapere tecnico giuridico non deve essere ostracizzato, ma sempre più collettivizzato.

Tornando a noi, l’aggravante di cui la Corte esclude la rilevanza è quello previsto, appunto, dall’art. 609 ter, c.1, n. 2. Questo prevede un aumento di pena qualora in reato sia commesso tramite l’utilizzo di armi, sostanze alcoliche, narcotiche o stupefacenti, se tale utilizzo sia in un nesso di strumentalità col reato. Ipotesi ben diversa, dunque, da quella in cui il reo abbia contribuito a costituire, con l’intenzione di compiere il reato, un contesto tale da far sentire la vittima a proprio agio, a tal punto da bere senza sentirsi in pericolo: questa ipotesi è equiparata infatti ad ogni altra ipotesi di stupro, poiché appare difficile - e anche, per quanto mi riguarda, poco condivisibile - stabilire una “percentuale” di volontarietà nell’ubriacatura; essa potrà rilevare, in ogni caso, in sede di commisurazione della pena, in quanto espressiva di un dolo particolarmente intenso da parte del carnefice.

Il giudice di Cassazione quindi non avrebbe potuto ricondurre questa seconda ipotesi nell’aggravante di cui all’art. 609 ter, per il fatto che - non essendoci stata alcuna somministrazione di bevande alcoliche da parte dei colpevoli- ciò avrebbe significato andare oltre l’attività di interpretazione estensiva della norma. Un’attività “creativa” di diritto che, lungi dall’essere nelle possibilità della Corte, rappresenterebbe, al contrario, una inammissibile ingerenza nel “potere legislativo”, separato da quello giudiziario per evidenti necessità di garanzia verso l’intera cittadinanza.

La Cassazione non mette in discussione la condanna per stupro, dunque, la cui pena dovrà essere quantificata dalla Corte d’Appello di Torino. Sì, perché è questa ad avere competenza a decidere nel merito quanto dovranno scontare in carcere gli stupratori.

E qui sorge un’altra questione: il ruolo giocato dai giudici di merito. Il Tribunale di Brescia aveva infatti, in primo grado, negato qualsiasi credibilità alla vittima, negandole giustizia e riproponendo il meccanismo di colpevolizzazione ed umiliazione necessario per ribadire quali sono i rapporti di potere, imperanti nelle aule di tribunale come nella società tutta.

E poi arriva la revisione da parte della Corte d’Appello, che ribalta la prospettiva vergognosa del giudice di primo grado, riconoscendo lo stupro ma disponendo una pena piuttosto bassa per l’applicazione di attenuanti generiche (prevalenti, di fatto, sull’aggravante di cui all’art. 609 ter). Le attenuanti generiche permettono al giudice di ridurre, entro certi limiti, la pena: in questo caso suscita interesse, dunque, capire di quali elementi ha tenuto conto il giudice per riconoscere -questa volta, sì, discrezionalmente- un disvalore inferiore ai fatti.

In tutto ciò, proviamo solo ad immaginare il lento stillicidio della vittima: abusata, umiliata, pur sempre testarda nel cercare giustizia. Una sofferenza sicuramente acuita da un sistema giudiziario lento e basato sul sistema della prova, spesso dolorosa per chi ha subito traumi. Questa è una difficile realtà del sistema giudiziario di una democrazia liberale: un problema di sostenibilità psicofisica da affrontare per tutte e tutti coloro che si trovano ad attraversare le aule di giustizia, per il reato di stupro come per altri reati. Un problema da affrontare nella sua complessità: non dimentichiamo, infatti, che la presunzione di innocenza è un principio di garanzia irrinunciabile per tutelarci dalla giustizia sommaria. Come avanzare la battaglia per una giustizia meno lenta, più attenta e umana, che non tratti donne -ma, a ben dire, chiunque viva delle condizioni di subalternità- come fogli di scarto di un fascicolo di cancelleria? Temo che la risposta sia ancora pazientemente da costruire, vista la necessità di coniugare questa esigenza con quella, imprescindibile, della presunzione di innocenza.

Date queste ultime evidenze concordo sempre più con chi dice che oggi è importantissimo lottare per far sì che le aule giudiziarie non siano il luogo in cui si legittima e rafforza la cultura dello stupro. E sono altrettanto convinta che il diritto debba essere un campo di battaglia, perché mezzo di affermazione e riproduzione delle gerarchie della società patriarcale. Nel caso di specie, nonostante che il dito sia stato puntato perlopiù contro la Cassazione, è però a mio avviso l’attività dei giudici nei primi due gradi di giudizio che necessita di un’attenzione particolare: se da un lato l’attività della Corte Suprema è importante perché determina, con i suoi principi, l’evoluzione del diritto “vivente”; dall’altro l’operato quotidiano dei Tribunali e delle Corti d’Appello, che decidono se assolvere o condannare, svolge un ruolo centrale per la vita delle persone e di tutte le donne. Dunque un attento lavoro di denuncia e solidarietà pubbliche e private per tutte coloro che si trovano a subire le estenuanti trafile dell’iter processuale è il primo passo, indispensabile ma ancora sottovalutato, per cominciare a tutelarci dalle storture di una giustizia che puzza di patriarcato.

C’è un’ultima questione, a cui tengo abbastanza: quella legata alla prospettiva con cui guardiamo il sistema di giustizia penale: non penso sia utile, in nessun caso, inneggiare ad aggravamenti di pena invocando interpretazioni larghe del testo di legge. Ne sono convinta, anche se questo è ciò che ci viene più spontaneo fare quando sentiamo al telegiornale che un giudice intralcia la giustizia sostanziale. Ne sono convinta principalmente per tre ragioni. La prima è che sono stata disgustata, ovviamente, dal sensazionalismo giornalistico al limite della fake news, che è un pericolosissimo strumento per veicolare l’opinione pubblica: non dovremmo mai prestare il fianco a questi tranelli, perché conoscere la realtà ed essere in grado di metterla a critica è una condizione imprescindibile per riappropriarsi della decisionalità democratica. Il secondo motivo è che ragionare di aggravanti e di attenuanti su un tema simile apre una strada scivolosa, cioè la possibilità di ammettere l’esistenza di stupri più gravi e stupri meno gravi: uno stupro è uno stupro, una violenza feroce, sempre ugualmente abominevole. La terza ragione è che, in ultima istanza, parlare di pene vuol dire parlare di carcere. Un tema che dovrebbe necessariamente essere affrontato con l’obiettivo di un progressivo superamento. Il sistema carcerario è inumano, troppo spesso incompatibile con la funzione rieducativa affermata dalla Costituzione, ancor meno compatibile con obiettivi di risocializzazione. Angela Davis scrive che le prigioni sono i buchi neri in cui vengono depositati i detriti del capitalismo contemporaneo: il carcere è oggi uno strumento di controllo sociale repressivo. Cogliamo la sfida di essere femministe e femministi non solo negli obiettivi, ma anche negli strumenti, nei metodi e nelle pratiche di ogni giorno.

Queste riflessioni sparse delineano dunque una esigenza non più rimandabile: quella di rilanciare una battaglia femminista che, nutrendosi della forza che le mobilitazioni del movimento di Non Una Di Meno hanno mostrato di possedere, sappia parlare ai bisogni di tutte le donne e di ogni altra soggettività subalterna. Sappia, cioè, smascherare la pervasività dell’oppressione patriarcale, mostrando che le storture dei rapporti di potere hanno una radice sradicabile solo se si persegue l’obiettivo di distruggere le narrazioni stereotipate e dominanti sulla donna e sul suo corpo ed i dispositivi con cui questo si controlla e disciplina. E ciò, penso, sarà possibile solo se si accoglie la scommessa di costruire con pazienza un meccanismo di solidarietà e convergenza con tutte le donne e gli oppressi della società. Meccanismo tuttora ostacolato da una cultura di stampo ancora profondamente patriarcale, che mina l’allargamento del fronte della lotta: per fare ciò è necessario individuare con attenzione il campo di tale lotta. E questo è, in fin dei conti,  sempre quello della politica: per cambiare il diritto e renderlo un veicolo di progresso sociale è necessario concentrarsi su un fronte di rivendicazione che non può coincidere con il perimetro delle aule di tribunale e dell’attività interpretativa del giudice. Quelle aule sono il luogo dove si applica la legge e non la si fa, in nome del più importante baluardo garantista delle democrazie moderne che è la separazione dei poteri. Il sostegno convinto alle battaglie giudiziarie delle donne che hanno subito violenza è una prospettiva necessaria per decostruire i meccanismi di colpevolizzazione e condanna morale della vittima, e può anche essere potenziale grimaldello per porre nel dibattito pubblico la questione della negazione di giustizia in nome di un diritto dalle sembianze patriarcali. Il diritto delle aule giudiziarie è però anche il mondo dei tranelli, dei tecnicismi, della complessità, della difficile comunicabilità senza incorrere in approssimazioni, della ingerenza in storie private e delicate. È per questo che processi solidali e politici di importanza storica come quello de “yo sì te creo" costituiscono un esempio interessante a cui guardare per allargare la lotta e scompaginare il discorso dominante, ma vanno perseguiti ed implementati con cautela ed attenzione.

Siamo testarde e spregiudicate, abbiamo fatto della vulnerabilità a cui la società ci relega un volano per abbattere ogni tabù, abbiamo fatto dell’acquisizione di consapevolezza di sé e del proprio corpo uno strumento di liberazione: eccoci, è il momento di metterci in gioco cambiare la politica e rivoluzionare i rapporti sociali.

 

 

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