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Il diritto alla città ai tempi di Airbnb

  • Scritto da  Fabio D'Alfonso
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Il diritto alla città ai tempi di Airbnb

«Siete qui per disegnare il futuro in cui volete vivere» è la frase che Brian Chesky, co-fondatore della piattaforma digitale Airbnb, ripete ogni mattina ai suoi dipendenti.
Effettivamente, l’idea avuta nel 2008 da Chesky, Joe Gebbia e Nathan Blecharczyk, a quei tempi appena ventenni, ha ridisegnato il futuro della più grande industria mondiale, quella turistica.

Airbnb, secondo il bilancio pubblicato quest’anno e relativo al 2017, può contare su 2,6 miliardi di fatturato e su oltre 260 milioni di prenotazioni di case o stanze in quasi dieci anni di attività. Cifre astronomiche, che non fanno altro che mettere in luce ancora una volta la vera natura della “sharing economy” e di un modello turistico ormai ampiamente affermato. Non è di certo grazie ad una paventata messa in condivisione di stanze e appartamenti tra soggetti alla pari che l’ “air-tourism” si è affermato, quanto piuttosto grazie ai costi mediamente molto bassi per gli utenti dovuti ad un complesso sistema di evasione fiscale su più livelli.

Come altre grandi web companies, la Airbnb Holdings Llc é domiciliata a Washington, nel Delaware, paradiso fiscale statunitense, e tutte le transazioni compiute fuori dagli Stati Uniti vengono gestite dalla filiera irlandese della società, dove viene applicata un'imposta molto bassa sugli utili societari, il 12,5%.

La strategia - o, se volete, la truffa - é molto simile a quella per la quale la Commissione Europea ha sanzionato Apple e Starbucks, obbligando i due colossi a rimborsare rispettivamente 13 miliardi di euro più interessi e circa 30 milioni di euro a causa di accordi fiscali illegali (tax ruling, in inglese).

Non é tutto, poiché va considerata anche l’incessante, e ben finanziata, attività di lobbying, la quale garantisce la permanenza di enormi buchi normativi a livello nazionale e comunitario, che permettono ulteriori raggiri dei vincoli fiscali nazionali specialmente da parte dei grandi multi-proprietari di immobili.

È suggestivo pensare come Airbnb sia nata proprio nel 2008, l’anno in cui la tossicità speculativa insita nel mercato immobiliare si è mostrata al mondo, provocando una crisi finanziaria con conseguenze devastanti per le economie occidentali. In dieci anni non si è registrata nessuna inversione di tendenza significativa nel terreno delle politiche pubbliche che garantiscano il diritto di ogni individuo ad avere un tetto sopra la testa a prezzi accessibili, lasciando ai grandi speculatori immobiliari e alla finanza la libertà di accentrare ulteriormente ricchezze e capitali, anche grazie alla seducente retorica della sharing economy.

Nel nostro paese la diffusione di Airbnb prende la forma di numeri, grafici e statistiche alquanto preoccupanti solamente grazie a recenti ricerche.

Airification of cities” è il nome di un interessante studio pubblicato nel 2017 dal Laboratorio Ladest dell’Università di Siena che mette in luce l’impatto devastante che Airbnb sta avendo nei centri storici - ma recentemente anche in alcune periferie - delle città italiane. Ovunque aumentano le percentuali di appartamenti interi disponibili sulla piattaforma rispetto alle singole stanze e i proventi maggiori vengono registrati dai cosiddetti “super-host” a scapito di chi utilizza la piattaforma per affittare esclusivamente una stanza o due. La ricerca inoltre dimostra come gli affitti turistici stiano prendendo il posto di quelli a lungo termine, e come l’introduzione della cedolare secca al 21% per le transazioni sulla piattaforma, approvata lo scorso anno dal governo Gentiloni, stia provocando ricadute significative esclusivamente su quella parte di host che tra mille difficoltà tenta di sbarcare il lunario grazie ad Airbnb.

Col sopraggiungere del governo giallo-verde la situazione non sembra migliorare. Nonostante l’annuncio di un accordo con Airbnb, raggiunto dal Ministro del Turismo, Gian Marco Centinaio, per un codice identificativo unico che faccia valere il criterio “one home, one host”, la circolare riguardante le occupazioni abitative diffusa dal Ministero degli Interni a settembre, lasciava intendere che non ci sarà nessun cambiamento radicale delle politiche in merito alla grave e decennale emergenza abitativa in cui versano milioni di italiani.

Serve, allora, un’azione mossa dal basso delle città, che tenga conto del contesto urbano su cui si agisce e delle differenti situazioni territoriali.

Ogni città, infatti, sempre secondo lo studio del Ladest, presenta delle peculiarità. Roma, Milano e Firenze stanno vedendo una grande crescita degli annunci in alcuni quartieri periferici altamente gentrificati, mentre a Bologna, nonostante significative eccezioni, e a causa di una particolare conformazione urbana, si assiste ad un’elevata concentrazione di annunci nel centro storico, con conseguenze drammatiche per studenti e lavoratori fuorisede che ogni anno sono alla ricerca di una stanza all’interno delle “mura” bolognesi.

Proprio a Bologna, grazie alla nascita della campagna Air Buy'n Bye, promossa da associazioni universitarie e spazi sociali quali Link - Studenti Indipendenti e il circolo Arci Ritmolento, ci si é interrogati sulla necessità di un’azione concreta che permettesse da un lato di creare connessioni e legami tra soggetti messi in competizione, e dall’altro di attuare pressioni sul decisore politico affinché si intervenga in maniera radicale per mettere fine all’airbnbizzazione della città, prendendo spunto dalle lungimiranti azioni messe in atto da alcune amministrazioni municipali europee e statunitensi.

Così nasce l’idea di un “couchsurfing solidale”, per evitare che migliaia di giovani, a causa delle difficoltà nel trovare una stanza, siano costretti a dover alloggiare per settimane, se non anche mesi, in costosi hotel, bed and breakfast, ostelli o, paradossalmente, in stanze prenotate su Airbnb. Grazie ad un appello lanciato alla città, che invitava ad accogliere per un breve periodo di tempo dei e delle fuorisede alla ricerca di una casa, si è fatto in modo che decine di ragazze e ragazzi avessero la possibilità di non ricorrere a soluzioni drastiche, come ad esempio prendere casa a decine di chilometri di distanza dal luogo di lavoro o di studio, o compiere costosi e ripetuti viaggi dal proprio territorio di provenienza.

Dopo più di un mese di attività, i fuorisede ospitati sono stati i primi a voler mettere a disposizione un divano o un posto letto, dopo essere riusciti a portare a compimento la miracolosa impresa di trovare una stanza. Il forte spirito di solidarietà non è passata inosservato, tanto da raccogliere numerosi messaggi di incoraggiamento e di sostegno da attori sociali più disparati, ma anche di mettere in risalto negativo le politiche abitative dell’amministrazione comunale.

Ora l’intento è quello di promuovere una discussione quanto più allargata, che coinvolga le reti e le organizzazioni sociali, i comitati ambientali, e i comitati di host, che portano avanti gli interessi di chi affitta una sola stanza, piuttosto che di multi-proprietari che a loro volta tendono ad affidarsi - o a costituire - società di intermediazione che si occupano di offrire servizi di portineria e di pulizia degli appartamenti interi. L'esistenza di queste società rende sempre più urgente indagare le condizioni di lavoro invisibilizzate dallo scintillante graphic design delle piattaforme di “condivisione”, considerando la natura già di per sé stagionale e terziarizzata dell'industria turistica che espone maggiormente i lavoratori alla mancanza totale di tutele.

Serve un confronto largo e partecipato, poiché le proposte da avanzare devono necessariamente prendere in carica un intervento complessivo sul tessuto urbano.

Insomma, bisogna fare nostra la frase pronunciata ripetutamente da Brian Chesky.

Siamo qui per disegnare il futuro in cui vogliamo vivere, e non intendiamo sottometterci agli interessi di una piattaforma che amplifica le diseguaglianze e si fa strumento della speculazione immobiliare.



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