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Fuori dai personalismi, entriamo nel merito della modernizzazione Istat

  • Scritto da  Emilia Quetelet
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Fuori dai personalismi, entriamo nel merito della modernizzazione Istat

Negli ultimi giorni l’Istat è finito sotto i riflettori mediatici e dei social network, insolitamente non per le sue stime sul Pil o sull’occupazione, ma per le nuove nomine dirigenziali a seguito del processo di modernizzazione che l’Istituto ha avviato su proposta del presidente Giorgio Alleva.

Vale innanzitutto la pena rassicurare tutti coloro che si sono allarmati per un presunto attacco alle statistiche sociali e di genere: la statistica ufficiale è prodotta da centinaia di lavoratori in virtù della missione istituzionale dell’Istat, non è di proprietà di un singolo dirigente e possiamo facilmente prevedere che almeno nel medio periodo tutti quei dati che in questi giorni sono stati presentati come il risultato esclusivo del lavoro della sola Linda Laura Sabbadini continueranno ad essere prodotti e pubblicati, non fosse altro perché per la maggior parte vincolati da regolamenti europei e internazionali. Vale la pena anche sottolineare che fare appelli al Presidente del Consiglio e alla Ministra della Funzione Pubblica è del tutto inappropriato. Se è assolutamente legittimo sollevare dubbi su nomine e riorganizzazione, non è invece accettabile chiedere a chi detiene il potere esecutivo di intervenire nelle scelte autonome di un ente di ricerca pubblico e indipendente come l’Istat.

Eppure questa riorganizzazione dell’Istituto preoccupa moltissimo non solo chi la osserva dall’esterno ma anche chi ci lavora: quindi ben venga un dibattito pubblico sulla riforma dell’ente che produce la statistica ufficiale nel nostro Paese.

Nella sua risposta di domenica 3 aprile a La Repubblica il presidente spiega che la selezione dei dirigenti è avvenuta “sulla base delle loro competenze e del loro orientamento nei confronti dell’attuazione del programma”: Alleva parla come un dirigente di azienda che rivendica il diritto di scegliersi lo staff che più gli aggrada.

Chi legge dall’esterno immagina che in un istituto di ricerca quel programma sia stato discusso come si fa nella comunità scientifica, tra i dirigenti, i ricercatori e i lavoratori tutti, e che i lavoratori e i suoi dirigenti siano oggi pronti e motivati a affrontare la sfida che la modernizzazione pone. Invece chi legge sicuramente non immagina che questa modernizzazione è stata costruita in poche stanze, non coinvolgendo affatto le persone che lavorano nei processi di produzione, e che solo nelle ultime settimane il disegno, rimasto a lungo fumoso, si sia andato concretizzando.

Ancora oggi, a nemmeno 15 giorni dall’entrata in servizio dei nuovi dipartimenti, la maggior parte delle persone non sa ancora dove andrà a lavorare (e il dove per i romani è collocato anche geograficamente in quattro diverse zone della città, per chi lavora negli uffici regionali presenta ancora più incognite), con quali compiti e quali colleghi.

Questa modernizzazione rischia di aumentare la parcellizzazione dei processi produttivi: tendenza che mal si concilia con l’autonomia e l’indipendenza della ricerca. Per non parlare del ruolo marginale in cui sono confinati gli uffici regionali nel processo di modernizzazione del presidente: se l’obiettivo della modernizzazione è potenziare fonti amministrative e archivi, ci si sarebbe aspettato un forte investimento in formazione e valorizzazione delle competenze là dove i dati primari sono raccolti, per accompagnare gli enti locali che certamente non hanno le risorse e gli strumenti adeguati ad una sfida del genere. La rete del Sistan e delle sedi territoriali dell’Istat avrebbe quindi dovuto avere un ruolo centrale nella prospettiva della modernizzazione voluta dal presidente. E non è un caso che sia proprio questo l’ambito in cui si riscontra una totale mancanza di di visione strategica: per progettare il rilancio dell’Istat nei territori serve un’idea dell’autonomia di ricerca fortemente dispiegata nell’organizzazione della statistica pubblica, fattore del tutto assente nella cultura organizzativa dell’Istat. Assenza a cui la modernizzazione di Alleva sembra voler dare totale continuità.

A proposito di statistiche sociali, nel nuovo dipartimento di “produzione statistica” c’è una direzione che si occuperà di “statistiche sociali e censimento della popolazione”. Proprio questa parte del “programma di modernizzazione”, nonostante i numerosi documenti prodotti nell’ultimo anno e mezzo dal “team” del presidente, rimane in gran parte ancora oscura e quindi i timori sollevati dagli appelli di questi giorni trovano alcuni elementi di fondamento.

Il passaggio al “censimento permanente” della popolazione e delle abitazioni, l’integrazione di informazioni da indagini sul campo come l’attuale “multiscopo” con quelle censuarie, sulla base di registri ed archivi, rappresenta certamente un’opportunità, al fine di dare informazioni sui fenomeni sociali in modo più ampio e dettagliato. Ma per farlo occorrono le risorse, necessarie in primo luogo per la stabilizzazione dei 344 precari che ad oggi lavorano all’Istat. E di queste risorse e interventi legislativi necessari ad oggi non c’è traccia.

Le scelte compiute sono ulteriormente aggravate da un metodo poco trasparente, discutibile e di certo poco appropriato per un ente di ricerca, dove si preparano i dati sulla statistica pubblica necessari a comprendere la situazione economica e sociale del paese, un patrimonio pubblico che non può essere gestito come cosa privata tra interessi personalistici.

I dirigenti sono stati scelti dal presidente insieme a  una commissione di esperti non meglio specificata e ad oggi non si conoscono i nomi di quelli che hanno fatto domanda per le diverse posizioni dirigenziali, né di quelli che hanno fatto domanda per dirigere i servizi che verranno istituiti il 15 aprile. I criteri di scelta non sono stati esplicitati nei bandi, ma li svela appunto nel suo intervento su La Repubblica il presidente: l’adesione al progetto di modernizzazione. Quindi oggi per far parte della dirigenza dell’Istituto l’adesione al progetto del presidente conta quanto o più delle competenze tecniche e gestionali.

L’istituto di statistica oggi è solido perché si basa sul lavoro di centinaia di lavoratori seri, che amano il proprio lavoro e negli anni sono sopravvissuti al vuoto di potere, alla gestione clientelare degli incarichi, agli avanzamenti di carriera non sempre trasparenti e alle scelte non motivate. Nessun dirigente della vecchia guardia escluso, sia chiaro. A cominciare dall’ex presidente Giovannini, che con il suo ultimo “riordino”, accentrando i poteri sulla presidenza, ha posto le basi anche per la situazione attuale. Si ricorderà che le nomine della riorganizzazione voluta dall’ex Giovannini non suscitarono nessun clamore sui giornali o appelli pubblici, forse perché si mossero in una logica di allargamento delle poltrone super-dirigenziali, in un’epoca di austerity per tutto il personale dell’Istituto, facendo arrabbiare i semplici lavoratori ma non togliendo il posto a quasi nessuno dei dirigenti dell’ente.

Nonostante tutto la macchina è stata portata avanti fin qui da lavoratori che credono nel ruolo della ricerca pubblica e nell’importanza di fare bene il proprio lavoro. Si tratta di un giacimento prezioso, e la nuova classe dirigente dovrebbe sapere che si tratta di un giacimento in via di esaurimento. I lavoratori sono stanchi di non contare, di non essere coinvolti nelle decisioni strategiche, di dover lavorare “nonostante tutto” mettendoci il cuore e la testa.

Il presidente dovrebbe quindi fermarsi un attimo a riflettere, perché non basta un gruppetto di  dirigenti convinti del nuovo programma, se non si riesce a contagiare i lavoratori dello stesso entusiasmo.

Tra i lavoratori di sicuro nessuno è interessato a difendere rendite di posizione, ma c’è grande preoccupazione che si configuri un istituto un po' più chiuso e rigido dal punto di vista metodologico, dove ci sia poco spazio per rilevazioni e analisi capaci di osservare i cambiamenti sociali e non solo di fotografare strutture e fenomeni consolidati. Questa preoccupazione dovrebbe stare a cuore prima di tutto al suo presidente, che - peraltro - venendo dal mondo universitario dovrebbe sapere meglio di chiunque altro quanto sia importante la libertà di ricerca. E anche coloro che fuori dall’Istituto stanno alimentando le polemiche dovrebbero provare a prendere le distanze dai personalismi, per riflettere meglio non solo sulla “quantità” ma sulla “qualità” dei dati, soprattutto in una fase in cui tanta enfasi viene posta ai “necessari” risparmi della statistica pubblica.

In un processo di costruzione di conoscenza, “qualità” vuole dire risorse, formazione, valorizzazione delle competenze e autonomia.

A ben guardare, questi sono i punti dolenti di questa riorganizzazione: proviamo a concentrare sugli aspetti di merito il dibattito pubblico sull’Istat?

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