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Sogno di una notte di mezza estate: il Polo della Speranza

  • Scritto da  Andrea Aimar e Alessandra Quarta
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besani vendolaTra grandi annunci e smentite, il nascente Polo della Speranza ha presto conquistato le prime pagine dei giornali, candidandosi ad essere la novità estiva della politica italiana.

È sufficiente però una modesta memoria storica perché il neonato Polo faccia venire i brividi: il “nuovo” centro sinistra che dovrebbe unire SEL, PD, forse UDC e chissà chi altro – purché non sia Tonino Di Pietro – ricorda troppo la “gioiosa macchina da guerra”, capitanata da Achille Occhetto e passata alla storia con il nome de “i Progressisti”. Molte le affinità: identica incapacità di offrire un profilo ed una proposta alternativi, classe dirigente non all'altezza (per usare un eufemismo) e, soprattutto, distacco siderale dalla società formata da uomini e donne in “carne ed ossa” (avrebbe scritto Gramsci).

Le sorti della gioiosa macchina probabilmente le ricordano tutti: la tornata elettorale registrò la vittoria di Berlusconi, mentre la sinistra continuò imperterrita il proprio declino, a cui pare ormai essersi affezionata. Il Polo della Speranza condividerà la stessa (meritata) fine? Per rispondere a questa domanda è necessario analizzarne il DNA e guardare agli attori che si muoveranno sul palco elettorale del 2013.

I protagonisti

Che di questo Polo si facciano alfieri Bersani ed il Pd, un partito dalla sua nascita destinato ad essere un carrozzone, parrebbe una scelta coerente: l’intenzione dichiarata di porsi in continuità con le scelte del Governo tecnico ed il grande sogno di conquistare il voto dell’elettorato centrista rappresentano ragioni più che sufficienti per imbarcarsi nell’avventura della grande mischia a sinistra.

Ciò che stupisce è invece il fatto che si unisca alla festa (mesta) Nichi Vendola. In realtà, sarebbe più corretto dire che la sua mossa, che era nell'aria da parecchi mesi, avrebbe stupito fino a un po’ di tempo fa: del Vendola delle primarie in Puglia, del leader che tentava la costruzione di una nuova sinistra e ne accettava la sfida culturale e politica, si sono ormai perse le tracce. I più disicantati ed i cinici saranno già lì a cantar vittoria con il loro “io l'avevo detto”, ma da festeggiare c'è davvero ben poco.

Il Vendola presente alla cerimonia di battesimo del “Polo della Speranza” è la controfigura del personaggio carismatico dei “vecchi” tempi, trasformato nell’immagine perfetta di una politica tutta chiusa in un recinto fatto di tattiche, politicismi, pensiero corto e cartelli elettorali. Vendola ha rinunciato a credere di poter cambiare davvero la sinistra aprendosi ai movimenti e al sindacato, e ha preferito, invece, attestarsi su un ruolo più umile, quello di traghettatore di un pezzo di sinistra in Parlamento. Del resto, SEL è un partito dai contorni indefiniti, capace di grandi intuizioni ma anche di errori grossolani sul livello territoriale (vedi Palermo). Con questa struttura sarebbe davvero un grande risultato se Nichi portasse a casa qualche seggio.

E a destra, cosa succede? Gli “speranzosi” potrebbero doversi confrontare con una coalizione che, orfana dei moderati transitati a sinistra, sarebbe libera di sfoderare tutto il peggio di sé: un po' di nazionalismo per il ritorno di una grande Lira, una vena di razzismo che, con tutti gli immigrati che ci sono in giro per il Paese, non guasta mai, tentazioni dittatoriali che consentano il recupero dei vecchi fasti scippati dall’Europa, populismo in pillole, voce agli istinti più bassi di questo paese. A guidarla potrebbe esserci sempre lui: il redivivo Berlusconi con il suo elisir di lunga vita, la sinistra.

A raggruppare quel che rimane della sinistra radicale e qualche (ma quale?) movimento toccherebbe a Tonino Di Pietro. Ispira simpatia, Tonino, ma che debba essere lui con il suo partito a dare una prospettiva a chi spera in una politica di sinistra è veramente un vestito che calza stretto.

Degni di nota sono i compagni di Rifondazione e dintorni, che tuttavia – purtroppo per loro – hanno dimostrato a più riprese di faticare ad intraprendere un rinnovamento politico e culturale più che necessario. A loro dobbiamo comunque riconoscere il merito di una resistenza, anche se, per citare Marco Revelli, “sbaglierebbe chi pensasse che possa innescarsi, senza soluzione di continuità, il processo di ricostruzione di una sinistra autentica per semplice ripetizione dell'esperienza storica del movimento operaio” (Marco Revelli, Le due destre, Torino, Bollati Boringhieri, 1996, p. 12).

Infine, i grillini. Si barcamenano tra il nuovo che avanza e un leaderismo puro che di innovativo non ha veramente nulla. Su temi e progetti alternano proposte sacrosante a sonore ed imbarazzanti cadute su lavoro e immigrazione. Non andrebbero demonizzati, né esaltati. Come vera alternativa non convincono e, soprattutto, colpisce a volte la loro eccessiva arroganza, brutto vizio ereditato dalla vecchia politica.

Il pubblico (pagante)

Rimangono sullo sfondo di questo agone, completamente dimenticati il paese reale, i bisogni delle persone, l'alternativa, abbandonati insieme ad una narrazione che non convince più perché non affabula, non spiega e non traccia un percorso complessivo.

Può essere questo l’epilogo dell'Italia Migliore? Da un entusiasmante assalto al cielo alla mancanza di coraggio ed all’accettazione di un’alleanza utile soltanto ad ottenere qualche parlamentare e poco più? Con l’aggravante che i suoi protagonisti presentano questa scelta non come il “male minore” (sempre non condivisibile, ma quanto meno onesto!) ma come la “speranza” per un'alternativa politica italiana.

Ed allora, difficile non domandarsi – come direbbe il grande escluso Tonino Di Pietro – “che c'azzecca Vendola con Bersani e soprattutto con Casini?”. Che c'azzecca la sinistra, e l'idea di politica e società che dovrebbe rappresentare, con le scelte del governo Monti? Che c'azzecca la sinistra con un'idea di sviluppo à la Tav, con le politiche neoliberiste e con la svendita del patrimonio pubblico? Che c'azzecca la sinistra, infine, con la subalternità culturale e politica nei confronti della finanza internazionale e del grande capitale?

A Monti va riconosciuto di aver centrato l’obiettivo di ridare all'Italia credibilità internazionale; tuttavia, l'essersi posto sulla scena pubblica con un profilo più decoroso del predecessore (sfida non così ardua) e l’aver onorato con dedizione l’altare dei mercati, calmandone le ire, lo hanno reso semplice esecutore, per scelta o per necessità, di quella volontà così poco democratica e per nulla sociale del “finanzcapitalismo”.

La differenza si gioca tutta su questo piano: perché un conto è riconoscere a Monti questo sua funzione tecnocratica , altro è farne un elemento di vanto da rivendicare e proteggere con la linea della continuità, rinunciando al diritto di critica. Un atteggiamento predominante tra gli ex-comunisti, ex-diesse, ora “democratici” che, però, non può essere condiviso.

Il fare politica a sinistra dovrebbe passare proprio dal mettere in discussione questa volontà non democratica, che risponde agli interessi più o meno occulti di un'economia capitalista rapace e suicida, la quale rende necessaria, in questa fase storica, l’apposizione di veti. Perché va bene essere più realisti del Re – e si può provare ad esserlo – ma altro discorso è smettere di provarci ed accettare questa realtà così com'è, rinunciando a lavorare per ottenere qualunque cambiamento.

Infatti, a ben vedere, il problema del Polo della Speranza o, per meglio dire, della scelta di Vendola non è soltanto l’adesione ad un cartello deludente, ma la modalità con cui si è arrivati a formulare questo progetto.

Vendola ha perso di vista la sua stessa narrazione. La sua migliore intuizione durante le campagne elettorali della Regione Puglia era stata proprio questa: aver fatto immaginare una reale prospettiva di cambiamento, attraverso un linguaggio più alto di quello del politico medio, una campagna di comunicazione essenziale ma di grande efficacia, una vera capacità di coinvolgere. Una narrazione che in Puglia ha funzionato, e che ha portato Vendola ad ottenere due vittorie elettorali, di cui soprattutto la prima non era per nulla scontata.

Sarebbe facile, in questo scenario, cadere nella tentazione di lanciarsi in una fuga verso rassicuranti scorciatoie manichee, schierandosi nettamente contro ogni forma di alleanza, gioco tattico, compromesso, o impegnandosi per qualificarsi come i “migliori perdenti”. Crediamo invece che la questione sia molto più complessa ed articolata, e che sia necessario mettere sotto processo le modalità, l'opportunità, l'efficacia e l'intelligenza strategica di alcune scelte. Più che un dibattito tutto su “alleanza si o alleanza no” ci piacerebbe aprire un confronto sul cambiamento: temi, modalità, linguaggi. Viene da chiedersi quale possa essere lo spazio effettivo di incidenza per una sinistra “anti-liberista” in un perimetro già definito, bloccato, che non si può mettere in discussione, e in un contesto in cui la sinistra non sembra capace di trarre forza da un'autonomia progettuale reale, un disegno chiaro, un'alterità culturale. A questo proposito dovrebbe far riflettere la lezione della Rifondazione di epoca prodiana, anche perché allora erano altre le condizioni ed altri i potenziali rapporti di forza. Nel 2006 c'era un “popolo”, e parte dei movimenti stessi, che chiedevano alla sinistra radicale di costruire un fronte post-Berlusconi, oggi questo non c'è. Si viveva ancora l'onda lunga di Genova 2001 e si credeva nella possibilità, illusoria?, di poter influenzare le scelte politiche con una strategia posta nel guado tra Palazzo e Piazza. Inoltre la quotidiana altalena dello spread, e tutto ciò che comporta, sembra render vano qualunque sforzo. In questo senso, vien da pensare, cambiando l'ordine degli addendi (rispetto al 2006), il risultato non cambi e per la sinistra sia assicurata l'ennesima débâcle.

Quale finale?

Crediamo quindi che la risposta al che fare possa trovarsi nella ricostruzione di un percorso che recuperi la buona politica, dove i temi e le proposte prevalgano sulle forme, perché quello che serve, prima ancora che un risultato, è una strada da percorrere. Non demonizziamo il partito né le forme della rappresentanza, ma abbiamo bisogno di recuperare una progettualità di lungo respiro, che non resti schiacciata dall’ambizione del “tutto e subito”.

Per fare questo, è necessario recuperare percorsi ed energie, con la consapevolezza che “turarsi il naso” nella cabina elettorale non basterà, perché questa volta più che mai scegliere il voto utile (ammesso che esista) è un boccone faticoso da mandare giù. E neppure astenersi dal voto e andare al mare. Anche perché, detto tra noi, chi ce li ha i soldi per andarci, al mare?

Ultima modifica ilMercoledì, 08 Agosto 2012 15:06
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