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Poveri noi

  • Scritto da  Gianni Belloni
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In principio c'è il diffidare. Delle parole e dei concetti di successo che sembrano spiegare il mondo. Della povertà, ad esempio. Se ne parla insistentemente, all'apparenza per denunciare una situazione che non va. Fioriscono le «inchieste» e le statistiche che ci spiegano quanti sono i poverie quante persone si stanno impoverendo. In realtà la povertà con il suo pesante carico evocativo è un concetto sfuggente, raramente ponderato. Eppure merita di essere approfondito perché promette, a condizioni economiche e sociali date, di rimanere ben presente nel nostro panorama sociale.

Il concetto di povertà si trascina un carico ideologico notevole. Dalla rivoluzione industriale in poi povero ha significato anche persona priva di moralità, da rieducare alla disciplina del lavoro e della produzione [le pagine migliori a proposito forse sono state scritte da George Orwell in «Senza un soldo a Parigi e a Londra»]. Assistiamo in questi anni ad una rinascita di questa lettura moraleggiante: comprendere quando il povero sia meritevole o meno - «e relativi dispositivi di messa alla prova, esclusione ed espulsione; all'ombra di un dilagante moralismo» sottolinea lucida la sociologa Ota de Leonardis - della nostra assistenza è l'assillo dei responsabili di un welfare sempre più rabberciato e compassionevole. Il tutto rafforzato dalla retorica, mai sopita, di un volontariato da crocerossine, del «buono» che comunque fa del «bene». Una lettura che bene si adatta al nuovo clima ideologico che stiamo vivendo [e che bene ha descritto Maurizio Lazzarato: dal godimento del consumo alla penitenza dell'indebitamento.

Siamo indotti a leggere i dati della povertà come il crescere o il diminuire della popolazione una riserva indiana, di un mondo separato. Dovremmo, invece, utilizzarli come indicatori dei cambiamenti di una società nel suo insieme. La crescita economica di questi anni alla luce di questi dati si dimostra «una modernizzazione regressiva - scrive Marco Revelli -, un processo di decostruzione di antiche risorse economiche, sociali, umane». Abbiamo raggiunto un benessere economico fuggevole da «centro commerciale», ci siamo convinti di essere diventati la settima potenza industriale e poggiavamo su un terreno scivoloso, «da linea di galleggiamento». Soffriamo di una conoscenza velata dall'ideologia che non ci ha permesso di guardare in faccia alle tante crepe della nostra coesione sociale ammonisce lo studioso torinese.

Spesso si confondono i concetti di «povertà assoluta» e di «povertà relativa». La categoria di «povertà relativa» individua i soggetti che possiedono meno di una percentuale [il 60 per cento secondo l'Eurostat] del reddito medio e mediano della popolazione di riferimento. L'aumento di questo dato rivela, in particolare, un aumento delle diseguaglianze.

La coesione sociale sembra scricchiolare pesantemente. E non tanto perché, astrattamente, «aumentano i poveri» [la povertà assoluta], ma perché le distanze tra questi e i «ricchi» aumentano. «Le nostre società si sono 'allungate' a tal punto - le distanze tra i primi e gli ultimi si sono fatte così ampie - che gli estremi sembrano appartenere ormai a mondi separati inconfrontabili tra loro - scrive Marco Revelli - Comunque irriducibili al medesimo meccanismo di regolazione».

Ed è la diseguaglianza e non il livello di ricchezza, il vero indicatore del benessere generale di una società. Lo sostengono gli studiosi anglosassoni Richard Wilkinson e Kate Pickett con uno ponderoso studio pubblicato in Italia nel 2009 in cui si dimostra come «i problemi delle società benestanti non sono causati da un livello di ricchezza troppo basso [o magari troppo alto], bensì da disparità troppo pronunciate dei tenori di vita materiali dei membri della società.

La diseguaglianza aumenta i problemi di autostima, d'insicurezza sociale ed è l'indicatore più affidabile di una società aspramente competitiva priva di garanzie e di meccanismi di redistribuzione e di tutela. Una delle conclusioni più interessanti di questo studio è che «la sperequazione dei redditi esercita un effetto comparabile su tutti i sottogruppi della popolazione tanto da paragonare la diseguaglianza ad un agente inquinante che contamina l'intera società». Una società diseguale peggiora la qualità della vita per tutti [i ghetti dorati, e militarizzati, sono una realtà nota].

Nel racconto mainstream i poveri vengono studiati, contati, raccontati e [quando va bene] vestiti e nutriti. Un dubbio: vengono mai ascoltati? Già perché anche i poveri potrebbero esprimere un loro punto di vista e dire la loro sulle politiche [o gli indegni spot, come la social card] costruite sulla loro pelle.

La studiosa Ota de Leonardis ci invita a pensare i destinatari delle politiche come soggetti e il welfare come dispositivo per redistribuire non tanto beni [che comunque l'Italia non redistribuisce destinando all'esclusione sociale 12,9 euro a persona contro i 558 dell'Olanda e i circa 130 della Francia], ma poteri [capacità, come scrive Amirtya Sen]. Potere di essere e di fare: che si esprime nelle pratiche.

Pratiche presenti nei movimenti degli abitanti degli slum di Mumbai, ad esempio, come ci racconta l'antropologo Arjun Appudarai. Gli abitanti degli slum, leggiamo nel libro dell'antropologo indiano, si mobilitano per fissare l'agenda degli interventi e stabilirne le modalità: sono loro a dire che cosa serve e farsene anche parzialmente carico. Promuovono iniziative per le ristrutturazioni degli alloggi, ad esempio, a cui partecipano con le loro competenze affinate in anni di sopravvivenza in condizioni difficili o le condizioni igieniche come i bagni pubblici.

«Una delle più gravi forme di povertà è la mancanza di risorse per dar voce alla protesta, ovvero per esprimere il proprio punto di vista riuscendo a ottenere ascolto per le proprie richieste nei dibattiti politici che si svolgono all'interno di ogni società intorno alla questione del ricchezza e del benessere - scrive Appudarai - abbiamo la necessità di rafforzare la capacità dei poveri di esprimere la loro protesta soprattutto per modificare i termini del loro riconoscimento».

Dei poveri è la voce, le storie, la rivolta - più che i numeri - ciò di cui abbiamo bisogno. Per capire e cambiare.

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:07
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