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European Agenda on Migration: chi ha paura del migrante?

  • Scritto da  Edoardo Baldaro
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European Agenda on Migration: chi ha paura del migrante?

L’Europa “passa all’azione” sulla questione migranti

Pare che “finalmente l’Europa (sia) pronta ad assumersi le sue responsabilità”. Lunedì 11 maggio Federica Mogherini, ex ministro degli esteri italiano e attuale alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza europea, ha parlato davanti al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite per ottenere una prima approvazione riguardo la parte “militare” della strategia che l’Unione vuole mettere in piedi per rispondere alla “emergenza migranti”. Il piano europeo, chiamato European Agenda on Migration, è stato ufficialmente presentato dalla Commissione a Bruxelles il 13 maggio. L’Agenda, che dovrebbe svilupparsi su un periodo di cinque anni (2015-2020), prevede una strategia d’azione differenziata che distingue tra le  soluzioni da adottare nel breve periodo, e le azioni di coordinamento tra gli stati membri che puntano ad essere realizzate entro il 2020. La European Agenda giunge in un momento e all’interno di un contesto ben precisi. 

Per quanto la vicenda sia di cruciale importanza, un’inadeguata diffusione delle informazioni, la spettacolarizzazione degli eventi più sensibili (sbarchi e naufragi) e lo sfruttamento dell’argomento da parte dei partiti di destra xenofoba –anche se sempre più la tematica appare sfruttata da partiti di quasi ogni famiglia politica - stanno concorrendo ad instaurare una percezione deviata, basata solo sul pericolo e sull’urgenza, della questione migranti. La stessa risposta europea sembra essersi concretizzata in forma reattiva e come conseguenza di una serie di naufragi costati la vita, nel solo mese di aprile, a circa un migliaio di persone nel Mediterraneo. Ci troviamo dunque di fronte a una risposta emergenziale (e in parte improvvisata) ad una crisi senza precedenti? O l’agenda europea sull’immigrazione rappresenta piuttosto un’iniziativa strutturata e consapevole attraverso cui gettare “basi nuove” per gestire un fenomeno che non ha nulla di temporaneo? 

Qualche dato sugli arrivi in Europa

Se si pensa alle contemporanee crisi in corso in Medio Oriente, nel Levante e in diverse regioni dell’Africa, appare evidente concludere che l’attuale flusso di migranti rappresenti un avvenimento eccezionale. In realtà, i flussi migratori sono in costante aumento dal 1990, e l’agenzia ONU per i rifugiati parla di fenomeno strutturale, descrivendo quella attuale come una situazione difficile, ma non un’emergenza. Nel caso specifico dell’Italia, tra gennaio ed aprile del 2015 sono sbarcati sulle nostre coste 300 migranti in meno rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso – 26.165 contro i 26.644 del 2014; l’aumento riguarda piuttosto i morti in mare, passati da 96 a più di 1700. In questo caso, la principale spiegazione è da trovare nella abrogazione del programma Mare Nostrum. A livello continentale, ancora una volta i dati sembrano smentire il comune sentire, considerato il fatto che gli ingressi di immigrati e rifugiati in Europa avviene ancora principalmente via terra o via aerea.

Le priorità dell’Europa popolar-liberal-socialista di Junker

I dati parlano dunque di un fenomeno complesso e di lungo periodo, mentre forze politiche di tutti gli schieramenti e nazionalità lanciano appelli e richieste che vanno dall’intervento militare umanitario (formula dalla forte carica ossimorica) nei paesi di partenza o transito dei migranti, fino alla pretesa di chiudere le frontiere e procedere a blocchi navali. La risposta della Commissione Junker, contenuta nell’Agenda, mira  a creare un quadro comune in materia di diritto d’asilo, controllo delle frontiere esterne, traffico di esseri umani e immigrazione regolare e irregolare, superando il precedente regolamento di Dublino del 2009 - che stabiliva come la richiesta di asilo fosse presentabile solo nel paese di arrivo, soluzione che ha creato evidenti disparità tra i paesi posti alle frontiere esterne dell’Unione e gli altri stati membri. Cosa ci dicono però i principali punti dell’Agenda su quest’Europa dalle larghe intese perenni, a guida Popolare (oltre a Junker, il commissario agli Affari Interni Dimitris Avramopoulos viene direttamente da Nea Demokratia) con spolverata di Liberal-Socialismo? Quale visione l’Unione sembra avere di sé, e dei popoli che la circondano?

La salvaguardia della “Fortezza Europa” e l’assorbimento di personale qualificato (secondo i canoni dell’ordinamento economico neoliberale, perpetuatosi attraverso la crisi e le ricette di austerità): queste sono le due essenziali priorità della European Agenda on Migration. Sia che si guardi alle soluzioni di breve periodo, sia che si leggano le politiche da implementare nell’arco del quinquennio 2015-2020, queste due tendenze sono facilmente decifrabili, cosi come l’ideologia politica che vi sottende. 

La risposta securitaria: il migrante come pericolo

La dimensione securitaria ondeggia tra la delega, uno sproporzionato uso della forza e un pietismo ipocrita. Delega e uso della forza avanzano di pari passo, perseguendo l’obiettivo del respingimento e dell’impedimento dell’arrivo dei migranti prima che questi diventino visibili agli occhi della popolazione europea. Aumentare i fondi destinati ai paesi di transito e partenza affinché blocchino i flussi prima degli imbarchi ricorda sinistramente la strategia già adottata da diversi stati membri – tra cui l’Italia – insieme ai regimi nordafricani prima delle Primavere arabe: il rafforzamento dei controlli alle frontiere poste nel deserto del Sahara, pagato con risorse europee, certamente arginava i flussi migratori, disinteressandosi però del destino delle persone intercettate. Negli anni diverse ONG internazionali hanno denunciato l’abbandono nel deserto e la morte di centinaia (più probabilmente migliaia) di queste persone, nell’assordante silenzio dei decisori europei. Le operazioni militari navali, aeree e forse di terra, in preparazione e riguardanti al momento la Libia, assomigliano invece molto all’applicazione di un blocco navale che ancora una volta, punta a impedire le partenze piuttosto che a garantire la sicurezza delle persone. Il 18 Maggio il Consiglio europeo congiunto dei ministri degli esteri e della difesa ha chiarito costi (pare 14 milioni di Euro) e strategie di Eunavfor Med, come dovrebbe chiamarsi la missione navale incaricata di combattere gli scafisti libici. Eunavfor - a cui l’Italia desidera partecipare attivamente, e di cui vorrebbe ottenere il comando – dovrebbe ispirarsi ad Atalanta, l’operazione navale che dal 2008 pattuglia le coste somale, scorta i mercantili diretti verso il Golfo di Aden – uno dei più importanti snodi di transito merci al mondo – e si batte contro i cosiddetti pirati somali. E in effetti l’implicito parallelismo proposto dalle istituzioni UE e dalla NATO, pronta a sostenere Eunavfor Med, tra pirati somali e scafisti libici è piuttosto rivelatore.  

Esattamente come accade nel complicatissimo contesto somalo, la lotta senza quartiere dichiarata agli scafisti serve sicuramente a dare un’interpretazione semplificata dei fatti, offre un nemico facilmente individuabile e contro cui instaurare l’efficace dinamica del “noi contro di loro”. Il problema però è che nella realtà tale nemico non esiste: non c’è una “Spectre” internazionale unificata di trafficanti-scafisti che gestisce i flussi di migranti contro cui battersi; esistono organizzazioni locali o singoli individui, di cui sicuramente si può discutere la “moralità”, ma che spesso si limitano a “fornire un servizio” a fronte di una richiesta in costante aumento: quella di attraversare le varie tappe che compongono il cammino dai paesi di partenza fino all’Europa. Eliminare i fornitori del servizio non elimina la domanda, ma si limita a rendere ancora più pericoloso il tragitto per chi in ogni caso è deciso a percorrerlo. Un’Unione Europea realmente preoccupata del destino dei migranti dovrebbe elaborare una risposta strutturale più complessa, in grado di garantire anche percorsi sicuri per le persone.

In questo quadro si inserisce infine il pietismo: accanto a vaghi accenni circa la necessità di agire sulle cause profonde delle migrazioni – crisi in Medio Oriente ed Africa, cambiamento climatico, crescita demografica, ecc.. tutti punti su cui è impensabile riuscire ad avere un impatto in tempi brevi o anche solo medi – nel breve periodo si parla del rafforzamento di Triton (e delle altre missioni navali di Frontex) e delle missioni UE in Mali e Niger (due dei principali paesi di transito per i migranti provenienti dalla Siria, dal Medio Oriente e dall’Africa occidentale e centrale). Le cifre riguardanti i morti in mare chiariscono già i limiti di Triton rispetto a Mare Nostrum: la seconda, era una missione che aveva per mandato il salvataggio di vite umane, anche fuori dalle acque territoriali italiane, mentre la prima resta una missione di controllo delle frontiere. Per la missione in Niger, si parla invece dello stabilimento di un servizio di informazione e schedatura per i migranti: l’obiettivo sarebbe di prendere fin da subito le generalità di chi si appresta ad affrontare la traversata del Sahara, per valutare la possibilità di ottenere lo status di rifugiato un volta (forse) giunto in Europa, e informare circa i pericoli del viaggio; ancora una volta, nessuna iniziativa per rendere meno pericoloso tale viaggio viene presa, né si cerca di sostituire “l’istituzione Europa” alle organizzazioni “criminali” che organizzano questi viaggi.

Da Spencer a Malthus? Il sistema delle quote per i migranti e l’ordine economico neoliberale  

Forse però è ancora più rivelatore il ritorno in pompa magna del sistema delle quote. Tutti i giornali descrivono questo come il punto più controverso del nuovo piano di azione: per ragioni che vanno dal nazionalismo xenofobo (come accade in Ungheria, e in maniera meno intensa in Slovacchia, Repubblica Ceca e Polonia) al mero opportunismo politico (si pensi al caso della Gran Bretagna e al “sorprendente” voltafaccia della Francia) diversi stati membri non vogliono saperne di dover accogliere “per forza” dei rifugiati attualmente dislocati in altri paesi dell’Unione. Junker ha sfruttato l’occasione per mettere sul tavolo una proposta che vorrebbe applicare il sistema delle quote, sia all’interno che all’ingresso, in modo da farlo valere fin da subito per i rifugiati e, in prospettiva, anche per i “migranti economici”, richiamandosi a una necessità di solidarietà europea. Ma solidarietà rispetto a cosa?

Il sistema delle quote per l’immigrazione ha avuto la sua più nota applicazione negli Stati Uniti di inizio Novecento: a fronte del grande flusso di immigrati dall’Asia e dall’Europa meridionale ed orientale, l’America decise di mettere un freno agli arrivi invocando la necessità di salvaguardare la coesione sociale minacciata da una sempre maggiore differenziazione etnica causata dai migranti. Presso le elite americane aveva trovato grande diffusione la versione razziale e razzista del darwinismo sociale, teorizzata dagli scritti di Spencer e resa popolare oltreoceano da Grant: una società pacificata ed omogenea avrebbe potuto assorbire solo un numero limitato di stranieri etnicamente differenti, senza compromettere la propria prosperità. La razza divenne strumento di governo e di controllo della società, e le ripercussioni si sarebbero avvertite nei decenni successivi anche in Europa.

Il problema è che ad essere intrinsecamente legato al darwinismo sociale è il concetto stesso del sistema di quote, in quanto si presuppone che ogni società prospera abbia una capacità d’accoglienza di individui “esterni” limitata e uno spazio circoscritto per inserirli, spazio che può  essere “scientificamente” calcolato. Negli Stati Uniti di inizio XX secolo, il calcolo era effettuato sull’origine etnica della popolazione; nell’Europa di oggi, che anche dopo - se di dopo si può parlare - la crisi rimane caratterizzata dal pensiero unico neoliberale (almeno a livello di elite), le capacità professionali e l’identità economica degli individui divengono il nuovo elemento discriminante di instaurazione delle quote. In questo caso, la precarietà e la competizione economica emergono come strumenti di governo e controllo, mentre le persone divengono uno stock da cui attingere. I criteri di ripartizione per i rifugiati – individui che teoricamente non si può non accogliere – nella proposta Junker sono basati tra gli altri su fattori quali Pil e crescita economica dei singoli paesi, e sul livello di istruzione e preparazione lavorativa del richiedente asilo. Si passa così da una visione spencierana a una malthusiana del darwinismo sociale, secondo la quale il benessere di una società dipende dal mantenimento di un giusto equilibrio numerico, in nome del quale chi non possiede o è stato sfavorito dalle condizioni di partenza è sacrificabile. Oltre ad essere aberrante, il darwinismo sociale manca totalmente di scientificità, anche nella sua versione economica: non esiste una “funzione di capacità di assorbimento” di una società, anzi in termini economici questo limite potenzialmente non esiste, in quanto ogni nuovo arrivo crea nuovi bisogni e conseguentemente nuove attività. 

Un’Europa spaventata che dà risposte sbagliate

La solidarietà che invoca Junker non sembra alla fine essere così diversa, rispetto agli appelli all’unità e alla resistenza lanciati dai bianchi americani, nei confronti di afroamericani, asiatici, italiani, polacchi ed altri popoli ancora all’inizio del Novecento.

La European Agenda on Migration ci parla di un’Europa dominata da un pensiero unico e spaventata. Questa Europa difficilmente sarà in grado di garantire maggiore sicurezza ai migranti nel breve periodo, e maggiori capacità di integrazione in futuro. L’Europa che guarda con paura a chi sbarca dai barconi o scavalca i muri posti alle proprie frontiere, è la stessa Europa che vede aumentare sempre di più le diseguaglianze al proprio interno e non riesce a ritrovare una crescita giusta e sostenibile: in entrambi i casi, il rischio è di continuare ad avvitarsi intorno a soluzioni sbagliate, destinate a peggiorare ulteriormente la situazione.

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