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I giovani del Corsera e quelli del Corsaro, fra le trappole ideologiche e la dura realtà

  • Scritto da  Collettivo Corsaro
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«Voglio una nazione dove ogni imprenditore che rischia possa aspirare a diventare il nuovo Steve Jobs. E soprattutto dove i ricchi paghino più tasse, per investire di più in istruzione, sanità, ricerca. Se guadagni più di un milione di dollari l’anno non puoi pagare meno del 30% in tasse».

La citazione non è di Susanna Camusso, ma di Barack Obama. Sicuramente fa impressione leggere il discorso sullo stato della nazione pronunciato poche settimane fa dal presidente del Paese guida del capitalismo mondiale. Obama parla dei suoi primi tre anni da presidente, dell'Iraq, di Bin Laden, poi parla del futuro ed esclama che: «la questione centrale del nostro tempo (...) è fra una nazione dove un numero sempre più ristretto di persone vive davvero bene e un numero crescente di americani che a fatica ce la fa, è la restaurazione di un’economia nella quale ognuno ha una giusta opportunità». Non a caso Obama parla di restaurazione economica, di un ritorno al passato, ma in che senso?

La crisi economica ha sviluppato negli USA un dibattito molto serio, volto ad indagare le ragioni profonde di una crisi non episodica, ma sistematica ed endemica. Questo dibattito è stato notevolmente stimolato dalla mobilità sociale (esclusivamente verso il basso) che la crisi ha prodotto: abbiamo assistito al dramma dei broker e dei manager che l'anno prima avevano guadagnato milioni di dollari, e l'anno dopo hanno visto le proprie case pignorate, il loro posto di lavoro perso e il sogno americano frantumarsi sotto le macerie di un sistema speculativo pronto ad implodere.

Sono le (non) regole del mercato, le stesse a cui fanno riferimento i 19 studenti che implorano il presidente Monti di deregolamentare ancor di più il mercato del lavoro. Gli studenti liberalriformisti affermano che: «Nel sistema economico in cui operiamo, è richiesta la capacità di essere competitivi e dinamici: non abbiamo scritto noi le regole del gioco ma siamo tenuti a rispettarle per vincere la sfida della crescita». La domanda sorge spontanea: perché le regole del mercato (anche se non scritte da noi, non decise in alcun contesto democratico e palesemente truccate) vanno rispettate e, al contrario, il rispetto della dignità di chi lavora – sancito dalle regole che voi volete cambiare – può essere sacrificato? Cosa c'entra quella che voi chiamate la sfida della crescita con la capacità di essere competitivi e dinamici? Qual è la ricetta segreta che custodite e non volete rivelare? Forse è lo stesso segreto custodito con gelosia dall'agenzie di rating che stanno riscrivendo le gerarchie mondiali? Altra domanda: è a loro che deve rispondere l'operato di un governo in una fase di crisi (ma anche in tempi di pace), o sarebbe più opportuno che i governi del mondo contrapponessero alle logiche della speculazione finanziaria, la necessità di ritrovare una strada per il bene comune e il benessere dell'umanità?

I movimenti Occupy – ma in forma diversa anche l'ondata di indignazione che sta attraversando i popoli europei – hanno fatto emergere questa contraddizione; quel nesso imprescindibile tra economia e democrazia, un nodo non nuovo, che vi dovrebbe essere familiare visti gli studi qualificati che ognuno di voi sta svolgendo. Per questo ci sorprende che le ricette da voi proposte siano vecchie, superate e fallite, non da adesso, ma da almeno dieci anni. La nostra impressione è che la vostra presa di posizione sia frutto più dell'imbarbarimento ideologico di cui siete vittime, che di un attento sguardo alla realtà sociale ed economica del nostro paese. Oggi il neoliberismo, nonostante il suo fallimento, è ancora ideologia dominante e voi ne siete la dimostrazione.

Affermate con spavalderia che: «oggi imprenditore e lavoratore si muovono nella stessa direzione e condividono i medesimi obiettivi». Sapete meglio di me che questa è una bugia, e ci fa incazzare l'idea che voi ne siate perfettamente consapevoli. Se il vostro dogma fosse vero, saremmo tutti assunti a tempo indeterminato e la precarietà non esisterebbe, anzi, avremmo tutti smesso di lavorare sotto padrone e ci staremmo godendo i frutti della nostra libera cooperazione. Ma sapete bene che non è così. L'obiettivo dell'imprenditore, piccolo o grande che sia, è il profitto. Il lavoratore, tranne in pochi casi isolati, riversa nel lavoro la sua unica fonte di libertà, l'unico strumento di accesso ad un reddito e una vita dignitosa. In sostanza la libertà dell'uno (il lavoratore) è condizionata alla libertà dell'altro (l'imprenditore), vige un rapporto di subordinazione che in alcuni casi in Italia – vedi il caso Fiat – ha il sapore amaro del ricatto.

«Tutelare un po' meno chi è oggi tutelato e tutelare un po' di più chi oggi è quasi schiavo nel mercato del lavoro o proprio non riesce ad entrarci». Questa frase ci ha sempre impressionato, rientra di diritto nella sequela di falsità ideologiche su cui il capitalismo italiano prova a rigenerarsi, le altre sono ben note: «l'articolo 18 non è un tabù» e «la flessibilità non è precarietà». Siamo convinti – al contrario di quello che voi sostenete – che in Italia ci sia una grande questione generazionale aperta, ma non ci sia un conflitto generazionale. Ne siamo convinti quando ci accorgiamo che gli stessi problemi che viviamo per la crisi coinvolgono anche i nostri genitori, e ci chiediamo come fare, in futuro, a garantire ai nostri figli l'istruzione e quel misurato benessere che i nostri genitori (perché poi parlate sempre di padri, credete che non lavorino anche le madri?) ha garantito a noi.

Al contrario, invece, pensiamo che in Italia ci sia un conflitto dentro le generazioni. Ad esempio crediamo che la nostra generazione, la generazione precaria, sia piena di conflitti. Nella lettera a Monti chiedete di «Scommettere senza indugio nella flessibilità e distribuire lealmente le tutele». Dite che dal tavolo della concertazione è stata tagliata fuori «un'intera categoria di portatori di interessi: quella di noi giovani». Il nostro conflitto intragenerazionale sta tutti qui: io sono convinto, come tanti altri, che il riscatto della nostra generazione non passerà attraverso l'elemosina. Non sarà possibile, oggi, nel 2012, sperare che la nostra generazione possa ottenere, solo scrivendo una lettera sul Corriere della Sera, «le stesse garanzie che i nostri padri e i nostri nonni si vedono attribuite». Questo perchè i nostri padri e i nostri nonni non hanno chiesto l'elemosina, ma si sono messi in marcia e organizzandosi hanno conquistato quei pochi diritti che possono vantare con la lotta, e se hanno una colpa è quella di essersi accontentati di troppo poco. Riconoscere ciò non significa altro che conoscere la storia del nostro paese, significa aderire alla realtà e non mistificarla.

Noi vogliamo più diritti di quelli dei nostri genitori, non meno, perché crediamo che la storia dell'umanità sia una storia di emancipazione, di conquista della libertà, altrimenti non varrebbe la pena di farne parte. E siamo consapevoli che per conquistarli dobbiamo lottare contro le ingiustizie che la nostra generazione è costretta a subire. Voi da che parte state? In Italia siamo in marcia da anni, non abbiamo ancora vinto, ma non abbiamo alternativa. L'alternativa oggi sarebbe quella di soccombere e subire la schiavitù, assistere inermi al teatrino della politica, ma questo, evidentemente, per voi non è un problema. Per noi, invece, è un problema di democrazia, di umanità e di civiltà.

Nessun vostro precetto, a nostro modo di vedere, è indirizzato ai veri problemi che in questo momento ha il nostro paese: una più equa distribuzione della ricchezza (Obama docet), il contrasto all'illegalità economica (solo la corruzione vale 60 Miliardi, altro che crescita!), la necessaria riconversione industriale e ecologica (senza innovazione non c'è sviluppo!). Come si fa a non citare nemmeno per sbaglio l'ingiustizia di scaricare tutti i costi della crisi (in Italia come in Grecia) solo, ed esclusivamente, sul lavoro dipendente, che voi con presunzione (e forse anche un po' di disprezzo) definite garantito?

In questo senso la vostra lettera ci mette tristezza, perchè è sempre troppo facile scaricare le colpe sui più deboli. Voi vi sentite forti, credete di potercela fare da soli, senza regole, senza diritti, in guerra totale l'uno contro l'altro. Noi la pensiamo diversamente, crediamo che non esista un orizzonte di cambiamento, per la nostra generazione, che non sia collettivo e solidale. Ma del resto, noi e voi siamo diversi. Non è un caso se voi, di fronte a un governo che riforma il mercato del lavoro senza discuterne con i giovani, vi schierate proprio con quel governo. Perché a voi le riforme non servono, credete di farcela da soli, alla faccia nostra. E non è un caso, crediamo, se le vostre amicizie importanti vi portano sulla prima pagina del Corsera e il nostro impegno dal basso ci ha portato a esprimerci attraverso il Corsaro...

Ultima modifica ilLunedì, 21 Ottobre 2013 14:14
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