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Vecchie malattie per nuovi razzisti: Salvini, migranti e tubercolosi

  • Scritto da  Lorenzo Paglione
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Vecchie malattie per nuovi razzisti: Salvini, migranti e tubercolosi

È di questi giorni la notizia della nuova esternazione razzista del segretario della Lega Nord Matteo Salvini, secondo cui i migranti sarebbero vettori di malattie ormai scomparse nelle nostre civilizzate latitudini, come la tubercolosi o la scabbia.

Ci troviamo di fronte alla solita mezza verità, a quel pensiero strisciante e subdolo che spesso non viene nemmeno percepito come razzista, proprio in virtù di una sua presunta obiettività, del tutto basata su quel “sentito dire” che sempre più spesso porta tutti a parlare di tutto, semplificando ideologicamente la realtà e generando mostri di enormi proporzioni. Ma di neutrale, anche stavolta, non c'è proprio niente, e le radici di questo pensiero contorto vanno molto in profondità. Smascherarle però si rende necessario, per non incorrere nuovamente nell'immotivata paura di presunti untori che si aggirerebbero tra noi per trasmettere vecchie e nuove malattie. E stavolta uno spunto ce lo offre Salvini stesso, proprio agitando lo spauracchio della tubercolosi.

Tra le tante malattie che nei millenni hanno segnato la storia dell'essere umano, sicuramente la tubercolosi ha infatti un ruolo di primo piano. La TBC, e non solo “grazie” alla sua alta incidenza, è sempre stata caricata di significati altri, che travalicavano, e travalicano ancora oggi, la gravità della malattia stessa. Il suo manifestarsi nel tempo, il suo legame con le classi più povere o con la prostituzione ha sempre comportato quindi un immediato collegamento tra la patologia e la marginalità sociale, tanto da farle assumere, proprio in concomitanza con la prima rivoluzione industriale inglese, quel significato negativo che era spettato precedentemente alla lebbra e che spetterà, anche se con altre caratteristiche, alle malattie mentali. Il legame odierno tra la TBC conclamata (e quindi contagiosa) e l'infezione da HIV, specialmente nella sua fase finale di AIDS, non ha fatto altro che rafforzare questo comune sentire.

Ma torniamo al nostro Mycobacterium tuberculosis. Si tratta sicuramente di un batterio molto strano. Una volta che una persona viene infettata, infatti, anche se nella gran parte dei casi risolve autonomamente l'infezione semplicemente grazie al sistema immunitario, può accadere che alcuni batteri sopravvivano proprio in quelle stesse cellule che dovevano distruggerli, dando vita a quello che viene chiamato granuloma tubercolare, che con il tempo può accrescersi fino a scavare una cavità polmonare detta “caverna”.

In questa struttura il micobatterio aspetta, ed è capace di aspettare anche decenni finchè ad un certo punto della vita del suo ospite succede qualcosa, come uno stress, una immunodeficienza anche transitoria, o definitiva come nel caso dell'AIDS da virus HIV, un ricovero in condizioni un po' più complesse ma anche il semplice invecchiamento fisiologico, che abbassa la forza delle difese immunitarie, permettendo a quel punto al batterio di riprodursi, sfuggire definitivamente al controllo immunitario e dare inizio alla fase di malattia conclamata, con tutti i segni che hanno reso famoso “il mal sottile”, quali l'emoftoe o l'emottisi, e che tra l'altro rendono conto della contagiosità aerea della malattia.

Ma la TBC può anche non manifestarsi affatto, e questo proprio nel caso in cui la persona mantenga uno stato di salute accettabile, tale per cui la colonizzazione viene efficacemente tenuta sotto controllo. È evidente quindi come lo sviluppo della malattia sia strettamente legato a quelli che in sanità pubblica vengono definiti come “determinanti sociali di salute”, quell'insieme di condizioni materiali (ambiente di vita e lavoro salubri, accesso alle risorse) e immateriali (livello d'istruzione, capacità di autodeterminarsi, ma anche stabilità politica e coesione sociale del paese) che appunto, a vari livelli, rendono conto dello stato di salute o di malattia di una persona. E mai come nel caso della tubercolosi questo è vero: sono le condizioni di vita a fare in modo che la malattia si manifesti in tutta la sua gravità, sono le condizioni di vita a fare in modo che essa possa trasmettersi da uomo a uomo, è la possibilità di accedere tempestivamente alle cure a fare la differenza tra la vita e la morte del malato.

È quindi sicuramente vero che la tubercolosi sia una “malattia dei poveri”, e il problema non è stato il capire questa cosa (già Virchow, il fondatore della patologia moderna, era arrivato a conclusioni paragonabili nel 1848, durante una epidemia di febbre petecchiale tra i minatori della Slesia), ma il farne un metro di giudizio morale, per cui la malattia veniva (e viene, viste appunto le ultime esternazioni di Salvini), vista quasi come una punizione per le proprie debolezze, i propri peccati, la propria condizione, o semplicemente per il proprio essere costretti a scappare da guerre e miseria, come uno stigma sociale indelebile. E nessuna malattia come la tubercolosi, oggi, si presta ad un tale uso, visto anche il suo legame con l'odierna pandemia di HIV, altra malattia caricata di enormi risvolti morali. Ma quindi cosa ha senso fare per combattere l'infezione? Marginalizzare ulteriormente i malati, caricarli di una presunta colpa morale, impedire loro l'accesso alle cure, ghettizzarli in moderni “sanatori”, oppure contrastare la malattia fin dalla sua fase asintomatica, agendo sui determinanti di salute? Casi recenti come quello della ragazza nigeriana, clandestina, morta a Bari nel 2009 per paura di essere denunciata accedendo al pronto soccorso, dimostrano che i costi economici e sociali dell'esclusione sono altissimi, sicuramente più alti dei costi della prevenzione. L'unica risposta possibile, senza invocare fantasmi o paure ataviche e scadere nel più sterile razzismo, è affrontare il problema con politiche fatte di diritti ed inclusione, magari basando le scelte legislative sull'evidenza, invece che sulle dicerie.

P.S. Tutti gli indicatori (incidenza, prevalenza e mortalità) riguardanti la tubercolosi sono in diminuzione costante, nonostante la pandemia di HIV (Global Tuberculosis Report – WHO 2012). La positività al test di Mantoux, quella cioè riscontrata negli operatori di soccorso ai migranti nel canale di Sicilia, dimostra semplicemente che si è venuti in contatto con il batterio e che il sistema immunitario l'ha riconosciuto come tale e magari l'ha già sconfitto, non significa essere malati, non significa essere contagiosi. In Italia, al 2008, il tasso standardizzato di incidenza era di 7.66 nuovi casi su 100.000 persone all'anno, in discesa del 2.4% rispetto al 2007 (La Tubercolosi in Italia, Rapporto 2008 – Ministero della Salute), con poco più di 4000 nuovi casi su tutto il territorio. Onestamente restiamo più spaventati dagli incidenti stradali (264.716 feriti e 3653 morti nel 2012).

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