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Nicola Tanno

Nicola Tanno

Turchia: curdi, giornata di arresti e di sangue

La questione dell'indipendentismo curdo continua ad impegnare la Turchia su più fronti, ben tre ad esempio in una sola giornata, quella di oggi: un fronte, doppio, è rappresentato dall'ala «metropolitana» Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, oggetto di molte decine arresti ma anche di un'inchiesta che ha fatto esplodere un conflitto fra poteri dello Stato; c'è poi uno terzo fronte, sul terreno, in cui si continua a morire nell'ambito di una guerra a bassa intensità che prosegue a fasi alterne dal 1984. Più di 100 persone, riferiscono siti turchi, sono state arrestate nelle prime ore di oggi per sospetti legami con l'Unione delle comunità curde, il Kck, considerato un'emanazione del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk). Le retate sono state condotte in 30 province, con almeno 42 arresti nella sola Istanbul e raid che hanno coinvolto anche sedi sindacali ad Ankara. Nell'est del paese, dove maggioritaria è la presenza dell'etnia curda, è stato arrestato il vicesindaco di Van, la città da quasi 350 abitanti colpita dal doppio terremoto dell'autunno scorso. Gli arresti si inquadrano in una maxi inchiesta sul Kck che dal 2009 ha generato un gran numero di arresti: le stime vanno da quelle governative di 700 (però risalenti a novembre) e quelle di ambienti curdi che oscillano fra 3.500 e 5.000. L'International crisis group, a settembre, ne aveva contati 3.000 e da allora ve ne sono stati altre centinaia fra cui quelli di intellettuali, avvocati, giornalisti che avevano fatto gridare esponenti filocurdi al «genocidio politico» (destando preoccupazione anche presso il Consiglio d'Europa).

Il premier Recep Tayyip Erdogan, da ieri di nuovo convalescente a casa per una seconda laparoscopia dopo quella di novembre, ha accusato il Kck di voler creare uno stato parallelo a quello centrale. Informazioni su un'eccessiva commistione fra agenti infiltrati e terroristi emerse durante l'inchiesta sul Kck ha però anche messo un magistrato inquirente contro i vertici dei servizi segreti presenti e passati che nei giorni scorsi erano stati clamorosamente chiamati a deporre anche attraverso mandati di arresto per ora ignorati. La stampa formula le più disparate ipotesi sulle cause profonde di questa richiesta che per ora si è risolta nella rimozione del magistrato che l'aveva formulata. Oggi alcuni come Radikal e Cumhuriyet hanno pubblicato una nuova difesa dell'operato dei servizi fatta da uno dei vicepremier il quale ha denunciato che l'inchiesta ha pericolosamente fatto scoprire («bruciandoli», come si dice in gergo) 007 che stavano facendo il loro dovere, magari compiendo illegalità per conquistare la fiducia del PKK. Sulle montagne dell'est, ai confini con l'Iraq in provincia di Sirnak, sempre oggi le forze di sicurezza turche hanno ucciso dieci miliziani del Pkk in scontri appoggiati dall'aviazione in cui sono rimasti feriti due militari.

Ciclismo: nella condanna di Contador una ragione per sperare

La condanna a due anni di sospensione del ciclista Alberto Contador ha turbato  - per l’ennesima volta – il mondo delle due ruote. Il Tribunale d’Arbitrato Sportivo con sede a Losanna ha ribaltato la sentenza della giustizia sportiva spagnola affermando che durante il Tour de France del 2010 Contador ha assunto clembuterolo, una sostanza dopante che aiuta a perdere peso e a togliere il senso di fame. Per Contador le conseguenze sono durissime: più di 2 milioni d’euro di multa e la perdita del Tour del 2010 e del Giro del 2011.

Iran, Israele pronta all’attacco. Ma la Cina si oppone

Giornate convulse sulla vicenda del nucleare iraniano. Mentre Israele sembra sempre più intenzionata ad attaccare la Repubblica Islamica, l’Iran assicura di non voler fermare i suoi programmi a scopo civile. E mentre gli Usa appaiono preoccupati per la crescita della tensione nell’area, la Cina è tornata a ribadire il suo no a sanzioni ed interventi militari.

 Il “Washington Post” ha pubblicato questa mattina una sensazionale dichiarazione del segretario alla Difesa Leon Panetta - raccolta dalla firma di punta David Ignatus - secondo il quale Israele bombarderà Iran tra “aprile, maggio o  giugno”. Secondo Panetta, gli israeliani sarebbero intenzionati ad intervenire prima che il materiale nucleare venga trasferito in un luogo più protetto e per una durata di 4 o 5 giorni, giusto prima di un’eventuale cessate il fuoco dell’Onu.  A spingere Israele verso l’intervento diretto vi è anche la difficoltà del partner storico dell’Iran, quella Siria teatro di una guerra civile e delle attenzioni internazionali.

La dichiarazione di Panetta sembra trovare diverse conferme. Giorni fa Tamir Pardo, capo del servizio segreto israeliano Mossad, è volato negli Usa per una riunione segreta sul problema iraniano. Ieri, poi, - scrive Haaretz - il Ministro della Guerra israeliano, Ehud Barak, ha dichiarato che se le sanzioni occidentali contro l’Iran falliranno nell’arresto del programma nucleare, un’azione militare contro il paese dovrà essere presa in considerazione. Secondo l’Indipendent, infine, Israele avrebbe formato una forza segreta di commandos chiamata “Depth Corps” e guidata dal Generale Shai Avital, con l’obbiettivo di effettuare attentati ed azioni di sabotaggio nel cuore dell’Iran.

Le dichiarazioni del Segretario alla Difesa sembrano manifestare la preoccupazione degli Usa per il rischio di un conflitto che difficilmente potrebbe vedere gli Usa ai margini. Sia le reazioni di Iran contro obiettivi strategici che di Mosca e Pechino sono al centro delle inquietudini di Washington. Tra l’altro la Cina è tornata a ribadire il suo no a qualsiasi intervento esterno.  Nell’incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier Wen Jiabo si è mostrato contrario alle sanzioni definite “illegali” e ha giudicato qualsiasi azione contro l’Iran inutile e dannosa per la stabilità del Medioriente.
 
Da parte sua l’Iran non fa passi indietro. La guida suprema Ali Khamenei nel suo sermone del venerdì all’università di Teheran ha annunciato che il suo Paese «non indietreggerà sul programma nucleare e le sanzioni dell’Occidente non faranno altro che portare nuovi benefici all’industria nazionale». Ali Khamenei ha poi replicato alle minacce israeliane: “Noi pensiamo di liberare Gerusalemme e le terre palestinesi”. “Se avessimo abbandonato la causa palestinese - ha aggiunto - non saremmo ora accusati di terrorismo”.

Spagna, Indignados contro le banche private

In attesa della riforma del sistema finanziario spagnolo, prevista per questa settimana, il gruppo di lavoro sull’economia del movimento degli “Indignados” si è riunito venerdì scorso a Madrid per discutere e per avanzare proposte in merito all’attività degli istituti finanziari. Al termine della discussione è stato approvato un manifesto intitolato “Per una banca pubblica” che mette al centro le critiche verso il sistema finanziario spagnolo e realizza alcune proposte per un differente sistema del credito.  

In Spagna il tema dell’intervento dello Stato nel salvataggio delle banche è particolarmente sentito e al centro delle lotte dei movimenti. Già nel 2008 il Governo presieduto dal socialista José Luìs Rodríguez Zapatero era intervenuto direttamente con fondi pubblici per salvare gli istituti finanziari. Nonostante i 128 miliardi di euro spesi nel salvataggio, le banche erano state poi rimesse in vendita e fuse con istituti più grandi. Ad oggi il nuovo Governo di stampo conservatore guidato da Mariano Rajoy non sembra, per il momento, voler cambiare la politica del suo predecessore. A inizio 2012 già 100 miliardi di euro sono stati finanziati dall’esecutivo per aiutare il sistema bancario.

“E ora toccherà alle casse di risparmio” denunciano gli “Indignados”,  accusate dal movimento di comportarsi “come banche private” e di “aver finanziato le spese megalomani di politici e imprenditori corrotti”. Nonostante il salvataggio con fondi pubblici – denunciano gli attivisti – gli istituti sono stati venduti a banche private a prezzo super scontato. Nella riunione di venerdì il movimento 15-M ha confermato le accuse verso il sistema finanziario spagnolo. Nel manifesto una dura accusa viene lanciata verso le banche, viste come “irresponsabili” e “principali responsabili” della bolla finanziaria. “Hanno effettuato prestiti al di sopra ciò che è consentito dalla legge e senza la prudenza necessaria, hanno richiesto enormi prestiti all'estero per continuare a fare affari e hanno ideato prodotti finanziari sempre più opachi e tossici solamente per arricchirsi” denuncia il movimento 15-M.

La proposta lanciata dall’assemblea di Madrid è di creare una banca pubblica che ponga a disposizione il credito per interventi di utilità sociale e che abbia un funzionamento “democratico e trasparente”. “Davanti alla cattiva gestione delle casse di risparmio” ha dichiarato la militante Carmen Rodríguez al quotidiano Público “serve una banca pubblica che aiuti le famiglie e che investa nell’economia reale”.

Brasile, azione militare per lo sfratto di 2000 famiglie.

 Un operazione di sfratto a danno di 9.000 persone è stata lanciata domenica mattina nella favela di Pinheirinho, località nello Stato di San Paolo, in Brasile. L’azione condotta dalla Polizia Militare – che nelle scorse settimane aveva già causato la morte di sette persone - è costata la vita ad almeno altri due abitanti della zona, tra cui un bambino di tre anni. Secondo fonti delle organizzazioni civili varie persone sarebbero state aggredite dentro le proprie case mentre molte altre risultano irrintracciabili.

La popolazione della favela vive da otto anni in un’area di proprietà di una impresa fallita, la Selecta –di proprietà dello speculatore finanziario Naji Nahasi – che per vent’anni era rimasta in totale abbandono. Al culmine di una battaglia che da anni vede da un lato la comunità di Pinheirinho e dall’altra le autorità dello Stato Federale di Federale di San Paolo, il Governatore dello Stato, Gerardo Alckmin, ha dispiegato 2.000 uomini della Polizia Militare accompagnati da due elicotteri, 200 veicoli, 100 cavalli e 40 cani per compiere lo sfratto di 9.000 persone. L’azione è stata autorizzata dalla giudice Marcia Loureiro, che ha decretato il possesso dell’area.

Ciò nonostante, le circa 2.000 famiglie residenti a Pinheirinho denunciano l’illegalità dello sgombero giacché non troverebbe legittimità dalla decisione adottata dai governi statale, federale e municipale di sospendere provvisoriamente lo sloggiamento. L’avvocato degli abitanti della favela, Antonio Ferreira – colpito anch’egli da un proiettile di gomma alla spalla e in altre parti del corpo – ha annunciato la presentazione di una richiesta di sospensione dell’operazione della Polizia. Al termine della giornata circa 600 residenti hanno dovuto trasferirsi in un centro di accoglienza istituito dal comune di São José dos Campos, vicino alla baraccopoli.

La lotta degli abitanti di Pinheirinho viene seguita con interesse in tutto il Brasile. Si intensificano, infatti, le iniziative di solidarietà verso le 2.000 famiglie diverse organizzazioni di lotta e sindacati si sono uniti alla protesta portando le ragioni del movimento anche fuori lo stato federale di San Paolo. Da parte sua, il movimento promette resistenza a oltranza e gli abitanti si preparano alla lotta formando barricate e armandosi con armi di legno per difendersi dal raid. “Se la polizia militare invaderà la zona, il paese correrà il rischio di assistere a una grande tragedia come quelle di Carajás nel 1996 e di Goiânia, nel 2005, quando decine di persone sono morte nel conflitto con la polizia. Noi da qua non ce ne andremo”.

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