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Nicola Tanno

Nicola Tanno

Barcellona: ventimila studenti in piazza contro l'austerity

Continuano le manifestazioni in Spagna contro l'austerità. Ieri, 28 febbraio, oltre 20 mila studenti hanno manifestato nelle vie di Barcellona e altre migliaia in altre città in occasione della due giorni di sciopero generale dell'universitá. Un blocco delle attività che si è rivelato un pieno successo: tanto i sindacati degli studenti come fonti interne all'Università hanno ammesso che le attività didattiche sono state interrotte pressoché ovunque. Lo sciopero è stato indetto dalla Piattaforma Unitaria in Difesa dell'Università Pubblica, che protesta contro tagli delle borse di studio, l'innalzamento delle tasse e i massicci tagli imposti dal Governo spagnolo.

Catalogna: istituita una commissione parlamentare sugli abusi dei Mossos

Ordine pubblico e democrazia, un binomio che nella maggioranza dei casi è fonte di tensione. La polizia spesso agisce sulla base del monopolio della violenza, ma a sua volta tale potere necessita di essere controllato. La contraddizione si sviscera nel momento in cui sono le stesse forze dell’ordine a stabilire quali armi utilizzare, lasciando al Parlamento la sola responsabilità della copertura finanziaria.

Un primo segnale di cambiamento si è dato ieri in Catalogna. A Barcellona, infatti, il Parlamento locale ha istituito una commissione di studio sull’operato della polizia locale, i Mossos d’Esquadra, e in particolare sulla gestione dell’ordine pubblico in presenza di manifestazioni di massa. Ciò che la commissione sarà chiamata a compiere sarà lo studio dei diversi modelli di attuazione e finanche del materiale usato dalle forze dell’ordine. In particolare al centro dell’attenzione dei deputati vi sarà il dibattito sulle alternative all’uso dei proiettili di gomma. È infatti sulla scia della richiesta dei movimenti antirepressivi in favore della proibizione di quest’arma che si è arrivati alla costituzione di questa commissione.

L'Islanda, il debito e la finanza: come è andata veramente

Lo scorso 28 gennaio, appena spente le luci del circo di Davos, l’Islanda iniziava la settimana con il piede giusto. Proprio al World Economic Forum, tenutosi la settimana precedente, come da tradizione, nella nota località svizzera, il Presidente Olafur Ragnar Grimsson – definito dall’inviato di Al-Jazeera “l’unica voce di speranza” per un continente in recessione profonda - aveva rilasciato un’intervista al canale satellitare arabo, scatenando un certo interesse ed eco in rete. Il breve intervento, infatti, colpisce per la risposta - retorica ma non troppo - con cui il presidente islandese argomenta le politiche “non eterodosse” del suo Paese: why do we consider banks to be like holy churches? Perché – si chiede Grimsson - consideriamo le banche diverse da altre imprese “tradizionali”, come le compagnie aeree o di telecomunicazioni, e non dovremmo permettere loro di fallire? Perché, soprattutto, dovremmo invece lasciar fallire le persone, introducendo nuove tasse e misure di austerità, e non proprio le banche, che hanno già beneficiato dei proventi di quelle stesse attività rischiose all’origine della crisi?

Elezioni in Euskadi e Galizia: lo scenario “greco” del PSOE

Alfredo Pérez Rubalcaba, PSOE

La crisi della socialdemocrazia spagnola non si arresta. È questo il dato più evidente della giornata di voto che si è svolta ieri in Spagna. Nelle elezioni tenutesi nei Paesi Baschi e in Galizia per il rinnovo dei Parlamenti locali, il Psoe ha perso migliaia di voti e una dozzina di seggi. Per i socialisti, che già alle elezioni generali dello scorso anno avevano ottenuto il peggior risultato della loro storia, si prospetta ora il rischio della marginalità política.

PNV in Euskadi, popolari in Galizia

Gran parte dei riflettori erano puntati sulle votazioni nei Paesi Baschi, le prime dopo l’abbandono della lotta armata da parte dell’ETA. In Euskadi a vincere è stato il moderato Partito Nazionalista Basco (PNV) il quale, pur vedendo calare sia il numero di voti che di scranni parlamentari, è risultato la forza più votata con il 35%. Negative sono state le prestazioni delle forze politiche nazionali: il Partito Socialista (PSOE), che governa nella regione dal 2009, ha subito un crollo elettorale senza precedenti pasando dal 30% al 19%. Anche il Partito Popolare (PP), che ha dato in questi anni il suo appoggio esterno all’esecutivo socialista, ha subito una sconfitta, perdendo 4 punti percentuali e attestandosi al 10%. La vera sorpresa del giorno è comunque rappresentata da Eh-Bildu, la coalizione della sinistra independentista che comprende gruppi un tempo simpatizzanti per l’ETA. Bildu ha ottenuto il 25% dei consensi e anuncia una rivoluzione nella lettura della questione basca. Il suo successo è la spia di un consenso verso la scelta dell’abbandono della lotta armata, ma indica anche che con essa non sono decadute le istanze dell’indipendentismo di sinistra.

Spagna, una crisi che viene da lontano

Che cosa succede in Spagna? Da giorni giungono resoconti di un paese in un stato confusionale. Si manifesta per il lavoro, si rivendica l'indipendenza, si viene picchiati per esprimere la propria opinione. Il sangue colante dai corpi in lotta di Madrid dice molto di più di ogni cronaca. La Spagna vive i suoi giorni più agitati dal 1981, da quel tentativo di colpo di stato il cui fallimento è stato acclamato come simbolo della salute delle istituzioni. 30 anni dopo la Spagna è un paese allo stremo, dove si amalgano assieme le illusioni del passato, gli errori della classe politica e rancori mai sopiti.

Decine di migliaia circondano il Parlamento dopo essere stati amabilmente tacciati di “nazisti” da politici e mezzi di informazione. Davanti a loro 1400 agenti carichi come cani rabbiosi si scatenano mandandone all'ospedale a decine, sparando all'impazzata dentro la stazione, picchiando passanti. Nel mezzo della caccia all'uomo sbuca l'eroe: la foto del cameriere che da solo impedisce agli agenti di entrare nel proprio bar proteggendo i manifestanti in fuga è l'immagine della giornata, il simbolo di un'umanità semplice di cui sembra di avere disperato bisogno.

Pochi giorni prima, a Barcellona, 1 milione e mezzo di persone chiedono a gran voce l'indipendenza della Catalogna. Una manifestazione di 1 milione e mezzo di catalani vale quanto una di 16 milioni a Roma: una scena mai vista prima. Nella protesta si uniscono realtà opposte tra loro: il governo catalano – che ha amabilmente tagliato come pochi su sanità e scuole e che ha votato la politica economica dell'esecutivo spagnolo – e i movimenti indignati che invocano “indipendenza e socialismo”. La demagogia prende piede tra le legittime rivendicazioni catalane: il Presidente Artur Mas fa dimenticare i tagli vive una fase di adorazione. “Dalla crisi usciremo con l'indipendenza” dicono in molti.

Intanto il Paese Basco vive la sua ribellione sia in piazza che nelle urne: oggi lo sciopero generale, a ottobre le elezioni. Si attende un clamoroso successo di EH Bildu, la lista che eredita il patrimonio politico dell'ETA e che invoca l'autodeterminazione. I popolari, che hanno fatto di tutto per impedire la candidatura della sinistra aberzale, guardano con sconcerto l'avanzata elettorale di un movimento messo alle corde dagli arresti e dalle sentenze della magistratura.

Crisi sociale, crisi economica, crisi nazionale: la Spagna vive la sua “tempesta perfetta”. Tutti i conti che la Spagna pensava di aver chiuso con mosse furbette riemergono oggi con interessi pensantissimi. La Spagna costruita nella Transizione – quel periodo tra la morte di Francisco Franco e le prime elezioni democratiche – si contrae per le sue contraddizioni: lo scontro tra Barcellona e Madrid, la crescita finta a botte di edilizia e finanza degli anni '90 e 2000, il terribile e sottovalutato “deficit sociale” denunciato più volte da Vincenç Navarro e che vede il paese ancora in fondo nelle classifiche OCSE per spesa per scuola e sanità. In tutto ciò, a peggiorare la situazione, vi è il controllo politico della destra, che ha costruito queste stesse contraddizioni e che oggi controlla il dissenso con un discorso demagogico e paternalista da un lato, e con una repressione violenta dei movimenti sociali dall'altro. Proprio Vincenç Navarro – un intellettuale tra i più lucidi e anticonformisti – ha nei giorni scorsi suggerito la proposta di una Seconda Transizione, di una fase in cui si superi l'attuale assetto costituzionale riconoscendo il carattere plurinazionale della Spagna e superando l'impianto conservatore post-franchista.

Quella Costituzione, così come in Italia, vive di un “culto” quasi indiscutibile. La destra ne fa la bandiera della stabilità rappresentata dal Re e dal sistema bipartitico, la sinistra come simbolo della nuova Spagna democratica. Curiosamente, giorni fa è morto Santiago Carillo, segretario del Partito Comunista Spagnolo nel 1978. Carillo,per quella Costituzione, accettò tutto: la monarchia, l'indebolimento dei sindacati, l'oblio della memoria di 40 anni di dittatura. La crisi spagnola di oggi parte anche da lì, dalla resa delle sinistre che con realismo “togliattiano” credevano di costruire istituzioni nuove e democratiche e che invece rinunciarono a superare per davvero le eredità del franchismo. 

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