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Nicola Tanno

Nicola Tanno

La Spagna sull'orlo del precipizio

 

L'incubo della bancarotta non abbandona la Spagna. Nonostante il piano di salvataggio finanziato dalla Banca Centrale Europea dal valore di 100 miliardi di euro, né i mercati né gli osservatori più accreditati sembrano voler credere che il paese iberico sia fuori pericolo. Anzi, con uno spread che ha chiuso giovedì a 543 punti e i tassi di interessi al 7%, sono in molti a pensare che sia inevitabile un'altra iniezione di denaro da parte delle istituzioni internazionali. A differenza del primo finanziamento, tuttavia, una nuova ricapitalizzazione delle banche spagnole comporterebbe il controllo delle finanze pubbliche da parte dei funzionari della BCE (e forse dell'FMI), sul modello di quanto già accade oggi in Grecia, Portogallo e Irlanda. In pratica si tratterebbe di una cessione parziale della sovranità.

 

Solo una linea di credito”

Mariano Rajoy e gli esponenti del Partito Popolare hanno fatto di tutto per ridimensionare l'importanza del finanziamento ricevuto dell'Europa. “Non si tratta di un salvataggio, ma dell'apertura di una linea di credito”, ha voluto sottolineare il Ministro dell'Economia Luís De Guindós generando per lo più l'ilarità dei commentatori. Di fatto, la destra iberica si trova in una fase di enorme difficoltà. Dopo aver vinto a mani basse le elezioni nel passato novembre sotto lo slogan “spread vuol dire Zapatero”, i popolari devono ora fare i conti con gli stessi problemi affrontati dal loro predecessore: l'elevato debito pubblico, la mancanza di liquidità nelle banche, la crisi del settore industriale, l'incessante crescita della disoccupazione. A questi si aggiunge lo spettro sempre più reale della bancarotta.

In questo contesto il finanziamento ricevuto dall'Europa non è affatto una fonte di tranquillità per la Spagna e per il suo governo. I soldi andranno al Fondo di ristrutturazione bancaria (Frob), aumentando il debito pubblico, e gli interessi si caricheranno sul deficit: cento miliardi di debito, la cifra ritenuta attendibile dalla maggior parte degli analisti, e tre miliardi l’anno di maggior deficit (al 3% di interessi). Inoltre i fondi non andranno in supporto dell'economia reale, ma solo a tappare i buchi aperti dal sistema finanziario.

L'austerità, mantra utilizzato dal PP e dalla destra catalana come salvezza dei mali del paese, continuerà ad essere la principale linea di politica economica pur non avendo generato alcun effetto benefico. Il deficit statale non è calato suscitando la preoccupazione dei parner europei. L'impressione è, dunque, che Rajoy potrebbe spingere per un'ulteriore crescita delle tasse. In un documento firmato dalla Commissione Europea, tra le misure suggerite al Governo conservatore vi sono l'innalzamento dell'IVA, delle imposte sull'energia, un'accelerazione della riforma delle pensioni avviata lo scorso anno e una nuova, durissima, riforma del lavoro. Rajoy potrebbe non saper dire di no all'Europa in cambio dei crediti necessari ma senza avere alcuna garanzia sull'efficacia di queste misure.

 

Una commissione per conoscere la verità

La critica alle decisioni del Governo va ben oltre le posizioni dei socialisti e di Izquierda Unida. Anche negli ambienti imprenditoriali, infatti, forti sono le accuse verso l'operato del Governo spagnolo, imputato di aver gestito molto male il fallimento di Bankia. La sinistra parlamentare e i movimenti, intanto, continuano le mobilitazioni. Tra le iniziative messe in atto da Izquierda Unida vi è la proposta di costituire una commissione di inchiesta parlamentare per appurare le responsabilità politiche e amministrative nella gestione delle entità finanziarie e degli organismi di controllo. Ciò nonostante, la proposta non sembra aver trovato un forte sostegno da parte delle altre forze politiche. Niente di strano: sia il PSOE che il PP – senza dimenticare la destra catalana – sono le forze politiche che hanno lasciato per un decennio mani libere alla finanza. Non è passato che qualche anno da quando cantavano vittoria, ma oggi temono il giudizio su di loro per il fallimento della Spagna.

Chiesa e Monarchia, l'austerità diseguale della Spagna

 

I tagli non valgono per tutti, neanche in Spagna. In un solo giorno il Parlamento iberico è stato teatro di due votazioni dal valore simbolico notevole. Nell'epoca del più grande disinvestimento in scuola e sanitá degli ultimi 35 anni, la Spagna ha riaffermato la sua volontà di preservare i benefici goduti dalle due istituzioni tradizionali più autorevoli: la Monarchia e la Chiesa. Nonostante le decine di migliaia di tagli al bilancio pubblico, le forze della destra spagnola – e non solo – hanno confermato l'appoggio totale a due forze decisive per gli equilibri politici del Paese.

Il Parlamento ha dapprima discusso e bocciato la proposta del deputato di Izquierda Unida Juan Josep Nuet, il quale proponeva di ideare un calendario durante il quale la Chiesa fosse capace di coprire autonomamente e progressivamente sempre più spese, ad oggi garantite dallo Stato spagnolo. In particolare l'obiettivo del deputato era quello di eliminare il cospicuo finanziamento diretto da parte del Governo e i benefici nel pagamento dell'imposta sui beni immobili. Qualora fosse stata approvata, la Chiesa sarerebbe stata di fatto omologata ad altri enti religiosi. La proposta è stata bocciata non solo dagli esponenti del Partito Popolare, ma anche del centrodestra catalano nonché dei centristi nazionalisti di Unione Democrazia e Progresso. Alla base del loro diniego, come spesso accade, non vi sono ragioni economiche bensì elementi di opportunità politica: come è stato dichiarato dagli esponenti popolari, il finanziamento alla Chiesa Cattolica è frutto del "patto costituzionale" del 1978 e non vi sono ragioni per modificarlo.

Stesso copione rispetto ad un'altra proposta. Il deputato della Sinistra Repubblica Catalana Joan Tardà ha proposto di parificare il finanziamento che riceve il Re a quello concesso al Presidente del Governo. Secondo il deputato catalano "è una vergogna che in un giorno Juan Carlos guadagni quanto un giovane precario in un anno". Tra gli emendamenti presentati dal membro di ERC ve ne sono stati anche alcuni in favore di una maggiore trasparenza del finanziamento e dell'attività della Casa Reale. Anche in questo caso ha prevalso la difesa imperterrita di una istituzione che perde consensi nella società spagnola ma non nella classe politica. A votare contro gli emendamenti si sono aggiunti anche i membri del Partito Socialista.

Il dibattito e le decisioni assunte dal Parlamento spagnolo fanno da contraltare al crescente scontro sociale che sta investendo il paese. Da settimane le piazze antistanti i principali istituti finanziari sono occupate da migliaia di manifestanti e solo ieri vi è stato l'ultimo, ennesimo, sciopero dei docenti. Nonostante il dissenso crescente il Parlamento conferma il patto di ferro che esiste tra i poteri forti. Le immunità in favore dei banchieri votate da Zapatero, l'impossibilità di mettere in discussione la Monarchia e la crescente repressione dei movimenti sociali sono tutte facce di una stessa medaglia, quella che dagli anni '70 vede le istituzioni spagnole dotate di un potere immune a qualsiasi cambiamento, che governino socialisti o popolari.

Spagna, un anno dopo ancora più indignati

 

Un anno è passato dalle proteste che nella primavera del 2011 investirono tutta la Spagna. Al governo vi erano i socialisti di Luís Rodríguez Zapatero, la disoccupazione aumentava vertiginosamente e sempre piú famiglie si ritrovavano senza una casa. Un anno dopo alcune cose sono cambiate – il colore politico dell’esecutivo – altre no. Il numero dei disoccupati si avvia verso la cifra record dei 6 milioni e anche dagli altri Paesi e da Bruxelles vi è preoccupazione per un deficit che, al netto delle riforme, non riesce proprio a calare.

Ribaltone in Romania, al governo vanno i socialdemocratici

 

La crisi del Governo rumeno si è conclusa con un sensazionale colpo di scena. Il Governo presieduto dall’ex direttore dei servizi segreti Mihai Razvan Ungureanu è caduto a inizio settimana a seguito di un voto di sfiducia da parte delle opposizioni. Ungureanu era diventato Primo Ministro solo due mesi fa dopo le dimissioni del suo predecessore, il conservatore Emili Boc, a seguito delle proteste contro le dure politiche sociali che avevano causato un forte aumento della disoccupazione e un netto abbassamento degli stipendi. L’oggetto del contendere questa volta è stato il progetto di privatizzazione di varie imprese energetiche, il quale è stato rifiutato non solo dall’opposizione socialdemocratica ma finanche dai membri della maggioranza di destra.

 

Il ribaltone 

Il voto di sfiducia ha di fatto costruito una nuova maggioranza parlamentare. Il Presidente della Repubblica Traian Basescu, accusato per i suoi metodi autoritari e anticostituzionali, ha affidato al leader del Partito Socialdemocratico Victor Ponta il compito di formare un nuovo esecutivo che abbia i voti necessari per governare. Impresa apparentemente difficile per i socialdemocratici – sconfitti alle ultime elezioni – ma che, grazie all’appoggio di forze esterne all’Unione Social Liberale, potrebbe riuscire.

Per la destra la sconfitta è cocente. Dopo aver vinto le elezioni del 2008 il Partito Democratico Liberale aveva attuato tutte le misure imposte dall’FMI e dall’Unione Europea per poter accedere ad aiuti economici in supporto della sua economia. Le enormi proteste a seguito dell’abbassamento degli stipendi dei dipendenti pubblici e dei tentativi di privatizzare alcuni dipartimenti della sanità avevano portato alle dimissioni del leader del PDL Emil Boc. Mihai Razvan Ungureanu ha provato a portare avanti la politica del suo predecessore, ma le divisioni interne alla maggioranza e le proteste del popolo rumeno al piano di austerità lo hanno portato alla caduta.

 

Il centrosinistra al Governo 

A pochi mesi dalle elezioni politiche i socialdemocratici provano ora la carta del Governo. Una mossa quantomeno azzardata: Victor Ponta dovrà vedersela ora con i funzionari del Fondo Monetario Internazionale, che ha bloccato l’aiuto previsto di 5 miliardi di euro in attesa di confrontarsi con il nuovo esecutivo. Di certo, il rifiuto del Parlamento nel procedere a nuove privatizzazioni non può essere ben visto da Bruxelles e da Washington e resta dunque da vedere come potrà il nuovo Governo non esaudire i desideri dei mercati. Se dovessero fallire, i socialdemocratici metterebbero in discussione una vittoria che tutti davano per certa.

Nuovi tagli e nuove lotte. In Spagna cresce il conflitto sociale

 

L’austerità è la la via maestra di Mariano Rajoy e nessuna protesta è destinata a cambiare i suoi piani. Questo è quanto emerge da una settimana di scontro sociale in Spagna, dove il Governo conservatore ha annunciato, tra le proteste generali, i tagli a sanitá e educazione piú grandi dal 1975. Vista la mancata diminuzione del deficit pubblico, i Ministri spagnoli hanno annunciato il taglio di 20 milioni di euro nonchè una riforma sanitaria che obblighera migliaia di persone a pagare di tasca propria le spese per la salute. Non è tutto: tra la sorpresa di molti, il Ministro dell’Economia Luís de Guindós ha annunciato l’aumento dell’Iva e dell’IRPEF, nonostante che il PP avesse promesso in campagna elettorale che non avrebbe mai alzato le tasse. Le proteste sono notevoli in tutto il Paese, ma secondo Rajoy siamo solo all’“inizio dell’inizio”.

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