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La guerra di Taranto

taranto, cimitero 587 410 90L'uscita per Taranto, in realtà, è segnalata due volte. Tamburi, avverte il cartello. Sotto, rosa, un altro: cimitero. Nei giorni di vento, l'aria si fa ruvida di polveri. Danzano argentee nella sera, i bambini le chiamano brillantine e allungano le mani incantati, li vedi rincorrerle come farfalle immaginarie. Sono le lucciole di Taranto. Arrivano dall'Ilva, cento passi da qui. Negli anni, hanno pennellato tutto di una sfumatura inconfondibile, tra la ruggine e il mattone. Perché sembrano granito rosso, le lapidi del cimitero: era marmo bianco. Ed era pietra, era colore del grano, e ora invece si confonde con il tramonto alle sue spalle, l'acquedotto romano a cui i Tamburi, quartiere operaio, pagina di Dickens, devono il nome. Sono i più anziani, a ricordarlo; i ragazzi ti dicono tamburi non come il tambureggiare di un torrente che scorre, ma i martelli, le fiamme le lame, la presa rovente dell'Ilva. Lo chiamano familiarmente "il minerale". Asetticamente, parole come un'anestesia. Perché è denso, invece, di parole dense di paura - è l'agente rosa, come in Vietnam. Benzoapirene, diossina arsenico, piombo. Policlorobifenili. Respirare, a Taranto, è un'eutanasia.

Movimento dei Forconi in Puglia? Risponde Forza Nuova

Movimento ForconiSono molte le polemiche e i dibattiti su Facebook su chi si nasconde dietro il Movimento dei Forconi. Sappiamo che in piazza c'è tanta gente comune, determinata, mossa da giusti intenti, sappiamo che si tratta anche di una risposta alla crisi, e che vi stanno prendendo parte anche realtà e movimenti antifascisti. Su questo scriveremo a breve sul Corsaro in maniera più approfondita. Non si tratta quindi un attacco generale e generico a quel che sta succedendo in Sicilia, ma ci sembra opportuno, senza semplificazioni, vigilare su quel che accade e approfondire anche i singoli fatti e personaggi coinvolti.

[Letture corsare] Una città in polvere. Taranto e ILVA secondo Leogrande

Nei giorni in cui riesplode il “caso ILVA” esce nelle librerie Fumo sulla città (Fandango libri), l’ultimo lavoro di Alessandro Leogrande, giornalista e scrittore tarantino, dedicato proprio al capoluogo jonico e alle sue stridenti contraddizioni. Nella prima e nella seconda parte il libro rielabora reportage già editi (Un mare nascosto, L’ancora del Mediterraneo, 2000 e L’eterno ritorno di Giancarlo Cito, in Il corpo e il sangue d’Italia, Minimum fax, 2007), mentre la terza è uno “zibaldone” sulle vicende dell’ultimo anno. Questa struttura conferisce al testo il carattere di un “diario ragionato”, attraverso il quale l’autore prova a venire a capo delle cause che hanno condotto alla crisi in atto. Tale operazione consente a Leogrande di cogliere elementi di analisi strutturale quasi del tutto assenti nell’ampia letteratura prodotta di recente sul rapporto fra Taranto e l’ILVA.

Fra l’acciaio e il Midwest: la grande industrializzazione in riva allo Jonio

La tesi forte del libro potrebbe essere riassunta nella seguente espressione: l’inquinamento atmosferico è la conseguenza di un inquinamento profondo dei rapporti sociali interni ed esterni alla fabbrica. Alla base di tutto c’è il modo peculiare in cui si è manifestata la seconda grande fase di industrializzazione – la prima era consistita nell’insediamento dell’Arsenale militare e dei Cantieri navali, a cavallo fra ‘800 e ‘900 – in quell’angolo di Mezzogiorno.  La nascita del siderurgico ha esiti contraddittori sulla realtà locale.

L’altro Primo Maggio di Taranto, in campo per i diritti tanti artisti e lavoratori dello spettacolo

Primo Maggio tarantinoA Taranto, il Comitato spontaneo e apartitico “Cittadini e Lavoratori Liberi e Pensanti” organizza un Primo Maggio “di confronto, politica dal basso e di musica cui sono invitate tutte le strutture e/o singole/i dei “sud” di questo paese che lottano dal basso ed in modo autorganizzato per l’ambiente, la salute, il lavoro, il reddito, la cultura e la riappropriazione di tutti i diritti negati”.

Così il comunicato che lancia l’evento, nel quale ci si chiede inoltre: “Ma quante ‘Taranto’ ci sono in questo Paese? Quanti territori sono violentati e colonizzati al pari del nostro? Ed in quanti ci si è autorganizzati per rispondere adeguatamente?”.

Il paradosso del progresso dell'uomo: Rousseau ai tempi dell'ILVA

Jean Jacques RousseauUno dei pilastri del pensiero di Jean-Jacques Rousseau fu lo studio della condizione umana nella storia; la sua analisi si spinse fino al completo rifiuto del progresso come strumento di corruzione di un'antica genuinità e semplicità umane. Ai tempi dell'ILVA, il suo pensiero è quanto mai attuale.

L'ILVA rappresenta l'esatta dimostrazione di quanto Rousseau, uno dei massimi pensatori della storia dell'uomo, aveva teorizzato quasi tre secoli fa: l'uomo, allontanandosi dallo stato di natura, ha contribuito a creare disuguaglianza e malessere per sé e per la sua comunità.

Se Rousseau andasse a Taranto e vedesse i “frutti” del progresso dell'uomo materializzati nelle grigie e fumose bocche dell'ILVA, sarebbe ancor più convinto delle sue idee, e alla domanda se il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi risponderebbe ancora una volta un lapidario “no”.

Taranto, tra film e realtà

Dopo la decisione del gip di Taranto di porre sotto sequestro parte delle acciaierie dell'Ilva, una delle questioni che più è risaltata è la pressoché totale disinformazione rispetto a quella che è un'emergenza pluridecennale, creatasi anche attraverso un meccanismo di corruzione e omertà messo in piedi, secondo i giudici, dai vertici dell'azienda. Ciò ha spinto anche l'Ordine dei Giornalisti della Puglia a richiedere alla Procura di Taranto l'invio degli atti, per valutare eventuali provvedimenti disciplinari.
In questi contesti, un contributo alla verità viene spesso da pochi giornalisti coraggiosi, dalla satira e dalle varie arti visive, compreso il cinema. Fondamentale è stato, quindi, il contributo apportato all'argomento da parte del cinema documentario e di finzione dell'ultimo decennio.

Il documentario La svolta – Donne contro l'Ilva di Valentina D'Amico mette in evidenza la lotta femminista nel capoluogo ionico, coniugando i tanti aspetti della vicenda, dal mobbing in fabbrica all'inquinamento elevato in diversi quartieri. Le intenzioni della regista sono chiare: “Grazie all’Ilva un terzo della popolazione adulta ha trovato lavoro. Ma l’Ilva è anche il condensato del cinismo imprenditoriale, della negatività di un sistema che antepone i profitti alla stessa vita umana. L’Ilva vanta il primato delle morti sul lavoro in Italia  e il primato italiano di inquinamento da diossina. Miopi – operai e famiglie per necessità, politici e amministratori di turno per opportunità – si risvegliano oggi in una città di morti che camminano e che piangono i morti ammazzati nello stabilimento”. Attraverso i racconti delle donne che convivono con la fabbrica, emergono gli aspetti più spietati della situazione, dalla condanna per mobbing a carico dell'ingegner Riva, patron dell'Ilva, reo di aver fatto rinchiudere 70 operai in una palazzina isolata adiacente allo stabilimento, alla drammatica storia di Margherita Pillinini, costretta all'isolamento e licenziata a causa di false accuse lanciate da un altro operaio, con l'avallo di un delegato della Uilm.

 

La controversa storia dell'Ilva di Taranto è raccontata anche in Arrivederci a Taranto di Roberto Paolini e Paola Podenzani, produzione che, come per La svolta, ha avuto la capacità di affrontare la questione in maniera complessa, scuotendo le coscienze dello spettatore durante presentazioni, festival e cineforum sparsi in tutta Italia.

 

Ma Taranto e l'Ilva fanno da sfondo a diversi film, in cui i colori “malati” della città divengono metafora dell'inquietudine e della precarietà dei cittadini comuni e dei lavoratori della fabbrica. Nel 2003, esce Il miracolo del regista salentino Edoardo Winspeare, una favola amara in cui il volto della Taranto tanto suggestiva, quanto vittima delle ciminiere viene raffigurato dalla fotografia di Paolo Carnera. È invece del 2009 Marpiccolo di Alessandro Di Robilant, ambientato in una Taranto definita dal regista stesso “una città dimenticata, profondamente ferita, con una realtà lavorativa drammatica”, ed interpretato da un inedito Michele Riondino.

 

Da segnalare anche Fireworks, cortometraggio incentrato proprio sull'Ilva del giovane regista tarantino Giacomo Abbruzzese: uscito nel 2011, ha attirato subito l'attenzione della critica ed è già apparso in numerosi festival internazionali. Per Daniele Gaglianone, invece, che ha girato a Taranto parte di Ruggine, il quartiere Paolo VI “mi ha fatto pensare ad un posto di confine, oltre il quale non c’è più nulla come fosse appena costruito”. 

Sabbia sahariana a Taranto? Bondi smentito da un video

Tratto da il tacco d'Italia - Il neo commissario dell'Ilva Enrico Bondi, lo scorso 19 giugno, ha dichiarato alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive che picchi del periodo gennaio - maggio, al di sopra dei limiti, di polveri sottili (Pm10) che si sono registrati nel quartiere Tamburi sarebbero in gran parte riconducibili alla sabbia sahariana.

Affermazione che gli attivisti di PeaceLink non hanno affatto digerito. Per verificarne la fondatezza infatti sono andati al quartiere Tamburi, a casa del signor Peppino Corisi, deceduto di cancro, che ha fatto affiggere sotto la finestra di casa sua una coraggiosissima targa con la scritta "Ennesimo decesso per neoplasia polmonare".

A smentire Bondi è bastata una semplice calamita. Infatti se le polveri del Tamburi fossero solo sabbia del deserto non sarebbero nere e non reagirebbero al campo magnetico della calamita. 

Economie meridiane: Salento, occasione perduta per tutto il Paese

"Questo è come l'oro del Sudafrica, il carbone della Russia, il petrolio del Texas.

150 singole, 100 doppie, 50 appartamenti, darsena, porticciolo, vela, escursioni, sci d'acqua, piscine, campi da tennis, campi sportivi, saune, mini-zoo, mini-safari".

Si apre così, più o meno con queste parole, un film di Alberto Lattuada del 1974 dal titolo “Le farò da padre”. Il paesaggio è quello di Porto Miggiano, vicino Santa Cesarea, nel Salento. Nessuno avrebbe mai potuto immaginare quanto lungo avrebbe potuto vederci il regista con questo film.

Perché è esattamente questo che sta accadendo in questo territorio, il cemento che prende lentamente il posto della terra e del verde, del mare e delle coste.    

Per anni il Salento si è raccontato come un territorio legato a doppio filo con la sua storia e la sua cultura, ha scelto di capitalizzare la propria essenza Meridiana costruendo una nuova economia aperta ad un turismo “sostenibile” attratto da muretti a secco, masserie, agriturismi immersi nell'arida terra rossa del Capo di Leuca. Un modello che faceva della sua “lentezza” un punto di forza, con tutti i limiti e le disfunzioni che sicuramente necessitano di ricostruzioni e miglioramenti. E poi l'agricoltura che riemerge grazie anche a tanti giovani che si riappropriano delle terre abbandonate al nulla o, ancora peggio, allo sfruttamento senza regole del fotovoltaico.

Nasceva l'idea del Salento come un “parco” costituito da una fitta rete di piccole arterie stradali e da una capillare infrastruttura ferroviaria locale costituita dalle ferrovie del Sud-Est che, con le migliorie di cui si diceva poco fa, avrebbe permesso di poter attraversare il territorio in lungo e in largo entrando in una connessione di sensi, colori e odori con ogni singola pietra, ogni singolo albero. Un modello che stava iniziando a dare i suoi frutti e sembrava funzionare.

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