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Dalla Norvegia uno studio su Taranto: ‘Disastro'

Articolo pubblicato per gentile concessione di Il Tacco d'Italia.

Ad ottobre e dicembre scorso, il Ministero della Salute prima e l'Arpa Puglia poi, hanno reso noto quello che accade negli ultimi anni alla salute dei cittadini tarantini e pugliesi. Infatti, sono stati pubblicati i dati che mostrano il grave aumento delle incidenze, alcune delle quali ricollegabili direttamente all'inquinamento industriale, e delle morti per neoplasie di vario tipo tra gli abitanti delle province di Taranto, Brindisi e Lecce. (Una scheda che fotografa questa triste realtà si può leggere qui).

Bruna De Marchi, del Centro delle scienze e discipline umanistiche dell'Università di Bergen (in Norvegia), ha recentemente pubblicato sulla rivista "Epidemiologia & Prevenzione" uno studio che si interroga criticamente sulle necessità di ricerca e prevenzione epidemiologica che dovrebbero partire da subito a Taranto e che, viste le cifre che riportiamo puntualmente nella scheda, potrebbero essere utili anche nel leccese e nel brindisino. Dato che il ritardo nell'uso di questi strumenti si è ormai consolidato, è ora cruciale capire come farli partire.

Marescotti, PeaceLink: ‘Taranto è una città compromessa'

Quartiere Tamburi - Taranto

Continuiamo con la pubblicazione di un'approfondita inchiesta sull'Ilva del nostro collaboratore Gabriele Caforio, per gentile concessione di Il Tacco d'Italia.

Il 2013 porta nuove preoccupazioni al territorio tarantino e al Salento. L'anno appena trascorso ha gettato la città dei due Mari e i suoi abitanti in un vortice di avvenimenti che scuote tuttora Taranto e il suo siderurgico. Tra Magistratura, decreti, cassa integrazione e una lunga contesa tra Ilva e Procura sui prodotti finiti sequestrati, cerchiamo oggi di fare chiarezza su alcuni fatti e scenari futuri insieme ad Alessandro Marescotti, presidente dell'associazione PeaceLink, in prima linea nella lotta all'inquinamento.

Ilva, dentro i cancelli: intervista a Francesco Bardinella (Fiom Taranto)

Pubblichiamo la prima parte di un'approfondita inchiesta sull'Ilva del nostro collaboratore Gabriele Caforio, per gentile concessione di Il Tacco d'Italia.

Il Gruppo Riva, tra tutti i suoi stabilimenti, impiega ben 21.711 lavoratori (al 2011). Di questi circa 12.000 lavorano nel solo stabilimento tarantino. Se i lavoratori di Taranto si fermano, quindi, l'effetto domino si propaga velocemente a tutto il resto del sistema produttivo dei Riva. Il 18 gennaio c'è stato un vertice straordinario a Palazzo Chigi tra il Presidente del Consiglio dei Ministri, il Ministro dell'Interno, il Ministro dell'Ambiente, il Sottosegretario di Stato presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri, il Vice-Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, il Sottosegretario di Stato presso il Ministero dello Sviluppo economico, il Presidente della Regione Puglia, i rappresentanti del Comune e della Provincia di Taranto, i Segretari confederali della CGIL, CISL, UIL e UGL, i rappresentanti della Confindustria e il Presidente dell'ILVA di Taranto. 
"Tutte le parti hanno dichiarato il convincimento che, nell'assoluto rispetto della Magistratura e nell'intento comune prioritario di tutelare l'ambiente e la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto, ed in attesa del giudizio di costituzionalità in corso, debba essere applicata integralmente e immediatamente la legge (decreto-legge 3 dicembre 2012 n. 207 convertito in legge 24 dicembre 2012 n. 231) da parte di tutti i soggetti interessati, così da innescare il circolo virtuoso risanamento ambientale/tutela della salute/tutela dell'occupazione che deve risolvere il problema ILVA di Taranto". "In quest'ottica le parti affermano che la legge, pur in pendenza del giudizio della Corte costituzionale, deve essere applicata dalle istituzioni e dall'azienda. L'azienda conferma il proprio impegno al rispetto delle prescrizioni dell'AIA e alla tutela dell'occupazione, sotto la vigilanza del Garante nominato dal Consiglio dei Ministri l'11 gennaio 2013, assicurando il regolare pagamento delle retribuzioni a tutti i lavoratori". 
Il convincimento della necessaria applicazione della legge è stato ribadito nuovamente il 23 gennaio dallo stesso Ministro Clini, in una Taranto "blindata" dalle forze dell'ordine per la sua presenza. 
Secondo il Ministro la piena applicazione della legge prevede che l'azienda rientri nella piena disponibilità dei prodotti finiti sequestrati per la loro commercializzazione. 
Ma il braccio di ferro sui prodotti va avanti, Vendola aveva proposto la costituzione di un "lodo" (giuridicamente una soluzione di arbitri, extragiudiziale, che acquista efficacia di sentenza giudiziale) chiedendo all'azienda di presentare "subito istanza di dissequestro dei materiali finiti vincolando i ricavi della vendita al pagamento delle retribuzioni e all'avvio degli interventi di ambientalizzazione". Istanza presentata dall'azienda il 22 gennaio e rifiutata dalla Procura. 

Intanto, i lavoratori chiedono chiarezza e garanzie di lungo termine. Non vogliono essere abbandonati. 
Tra ricorsi alla cassa integrazione e cali della produzione dovuti alla crisi, ai sequestri e ai fermi degli impianti la situazione è sempre più delicata ed incandescente. E ad allarmarsi è tutto l'indotto produttivo che lavora attorno all'Ilva, un appalto complessivo di circa 2.000 lavoratori a tempo indeterminato a cui vanno sommate alcune centinaia di lavoratori con contratti più brevi, alcuni durano anche solo pochi giorni. Questo è l'appalto di primo livello, quello delle aziende radicate sul territorio, poi si aggiungono altri due livelli di indotto. Il secondo è costituto dai siti della stessa Ilva che lavorano il prodotto tarantino, come ad esempio Genova dove ci sono circa altri 2.000 lavoratori. Poi infine, l'ultimo livello, più elastico, è costituito dalle innumerevoli imprese che rifiniscono, per conto terzi, il prodotto tarantino. Un esempio vicino a noi è la Lasim Spa di Lecce che ha 270 dipendenti ed effettua lavorazioni sussidiarie per le industrie meccaniche. 

La cassa integrazione guadagni (cig) è un istituto economico erogato dall'Inps. Può essere ordinaria, per contrazioni o sospensioni dell'attività produttiva per situazioni aziendali o eventi non imputabili all'imprenditore, o straordinaria, prevista invece per crisi economiche settoriali o locali, per ristrutturazioni, riorganizzazione o riconversioni aziendali. Esiste poi quella cosiddetta "in deroga" destinata a tutti quei lavoratori che non rientrano nelle altre tipologie di cassa, quindi a tutti i lavoratori subordinati, compresi apprendisti, lavoratori con contratto di somministrazione e lavoranti a domicilio, dipendenti di aziende che operino in determinati settori produttivi o specifiche aree regionali. 

Abbiamo chiesto a Francesco Bardinella, RSU Fiom di Taranto ed esecutivo di fabbrica all'Ilva, qualche chiarimento sullo stato dell'arte dentro i cancelli del colosso tarantino e sulle loro aspettative future. 

Francesco, qual è, oggi, la situazione sulla cassa integrazione in Ilva? 
Al momento, come cassa integrazione, c'è aperta una procedura per cig ordinaria per ‘crisi di mercato'; l'azienda l'ha richiesta per 13 settimane ai primi di novembre e dovrebbe esaurirsi ai primi di marzo. All'epoca, però, non c'è stato accordo sindacale, l'azienda ha proceduto unilateralmente. In seguito ne è stata aperta un'altra di procedura ordinaria, per ‘calamità naturale', dopo il tornado del 28 novembre scorso, ma questa è in via di esaurimento, sono infatti già rientrati quasi tutti i lavoratori degli impianti danneggiati dal tornado. Infine, ne è stata richiesta una terza ‘in deroga'. Su questa, noi come Fiom, non sottoscriviamo un verbale d'intesa con l'azienda, a differenza di Film e Uilm; questa richiesta, infatti, è stata bocciata sia dal Ministero del lavoro che dalla Regione Puglia, quindi di fatto è l'azienda che dovrà farsi carico di tutti quei lavoratori. In totale a casa ci sono oggi circa 2.500 lavoratori, sono tutti lavoratori dell'area a freddo, area che è praticamente ferma, in quel settore è in marcia solo il treno nastri 2. 

Quali previsioni ci sono per i prossimi mesi? 
L'azienda, tramite il direttore dello stabilimento Adolfo Boffo, ci ha comunicato che con l'attuale produzione, al netto di scioperi, che è di 3 altoforni in marcia (su 5), probabilmente già per i primi di febbraio ci sono spiragli per la ripartenza di altri impianti come tubificio e laminatoio a freddo, con il conseguente rientro di alcune unità di lavoratori. 

Dopo il riesame dell'AIA dello scorso ottobre l'azienda ha fermato l'Altoforno 1; gli adempimenti strutturali previsti sugli impianti sono partiti? 
Hanno fermato anche le batterie 5 e 6. Sono poi in corso delle attività propedeutiche ad altri interventi strutturali e sono iniziate le attività di copertura dei nastri trasportatori. Nei prossimi mesi l'azienda deve presentare un progetto per la realizzazione della copertura dei parchi minerali, parliamo di 67 ettari di copertura, che dovrà farsi a breve ma ci vorrà un po' di tempo. 

Che cosa vi aspettate dal prossimo piano industriale? 
Il piano industriale non è solamente l'applicazione dell'AIA, dovrà essere corredato da tutto il piano di investimenti, dovranno dirci se i soldi li hanno oppure no. E di conseguenza, aspettiamo il piano di gestione del personale perché è evidente che, dovendo fare tutti gli interventi previsti dall'AIA e che sono emersi anche in seguito all'inchiesta della Magistratura, nei prossimi due anni si andrà incontro a cali di produzione anche maggiori rispetto a quelli che ci sono già oggi, legati alla crisi. Ci sarà da gestire tutto il personale di questi impianti quindi probabilmente ci sarà un sacrificio dei lavoratori rispetto a nuove procedure di cassa integrazione. È un sacrificio, tuttavia, che lì dove ci saranno prospettive e garanzie per il futuro dello stabilimento, sarà affrontato dai lavoratori con un approccio più costruttivo e sereno di quello odierno. Tutto dipende dall'Ilva, se presenta un piano industriale degno di questo nome, che garantisca prospettive per il futuro, allora si potrà uscire da questa situazione di emergenza che dura ormai da 6 mesi. È chiaro che dal giorno del sequestro dell'area caldo, il 26 luglio, l'azienda passi in avanti non ne ha fatti. 

Acciaio. Che cosa si potrebbe fare all’Ilva di Taranto

Dietro la questione ambientale dell’Ilva a Taranto, quali sono le condizioni economiche e finanziarie del gruppo Riva Fire Ilva, che prospettive ha l’azienda? Un’anticipazione dello studio sull’Ilva realizzato da Sbilanciamoci! per la Fiom nazionale

Il caso Ilva è in genere presentato dai media come la contrapposizione tra le ragioni dell’occupazione – sono in ballo decine di migliaia di posti di lavoro tra dipendenti diretti e indiretti – e quelle della tutela ambientale. Abbiamo così assistito allo spettacolo di alcuni sindacati che sono arrivati a scioperare contro la magistratura e a continue manovre di disturbo da parte dell’azienda e dello stesso governo nei confronti dei magistrati. In realtà quello della Riva Fire-Ilva è un caso abbastanza esemplare dell’incapacità delle nostre classi dirigenti, a livello economico come a quello politico, ad adattarsi a un mondo in profondo mutamento.

La situazione del gruppo

La società Ilva fa parte del gruppo Riva Fire, di cui costituisce la principale realtà industriale: il fatturato della società di Taranto si aggira più o meno sul 60% di quello totale del gruppo. L’insieme è controllato dal punto di vista azionario dalla famiglia Riva attraverso alcune finanziarie per lo più collocate in Lussemburgo e in Olanda.
La Riva Fire è tra le principali realtà dell’acciaio europeo, potendo essere collocata al terzo-quarto posto come dimensioni del fatturato tra le società del continente, mentre essa è solo al ventitreesimo posto nel settore a livello mondiale, rappresentando quindi, alla fine, una realtà trascurabile in un mercato dominato dalla Cina, che produce attualmente circa il 45% di tutto l’acciaio mondiale e comunque dai grandi gruppi asiatici.
Il fatturato del gruppo, che è crollato nel 2009 in seguito alla crisi, per poi riprendersi negli anni successivi senza raggiungere peraltro più i livelli precedenti, appare molto concentrato sull’Italia (più del 67% del totale) e inesistente al di fuori del continente europeo. Sempre in relazione alla crisi, gli investimenti del gruppo sono fortemente diminuiti negli ultimi anni. Lo stesso gruppo ha negli anni recenti subito diversi procedimenti giudiziari sia per quanto riguarda la gestione della manodopera che i problemi ambientali.
L’industria siderurgica mondiale si trova oggi stretta tra l’eccesso di offerta, che comprime i prezzi di vendita, e l’estrema volatilità dei prezzi delle materie prime. I grandi gruppi, ma non la Riva Fire, hanno reagito a tale situazione avviando strategie di integrazione verticale, di diversificazione geografica, di riduzione dei costi. La situazione del mercato è particolarmente critica in Europa, dove tutti i principali produttori tendono in questo momento a mostrare perdite più o meno consistenti. L’industria italiana, di cui la Riva Fire costituisce la principale realtà, appare particolarmente debole, tanto è vero che continuano a crescere le importazioni e il gruppo in particolare sta perdendo quote di mercato, mentre più in generale la sua situazione strategica, organizzativa, economica, finanziaria, appare molto fragile.
L’andamento economico della società registrava profitti importanti sino al 2007-2008, poi le cose peggiorano fortemente e dal 2009 si manifestano perdite più o meno rilevanti a livello della gestione, mentre anche le prospettive per il 2013, per l’Ilva come per le altre realtà italiane, appaiono ancora negative.
All’interno di tale quadro un’analisi della sola Ilva mostra in genere risultati sia economici che finanziari della società peggiori di quelli medi del gruppo.

Che cosa bisognerebbe fare

Il problema ambientale è di fondamentale importanza, ma occorre tener presente che l’impianto richiederebbe un totale rinnovo, in quanto molte sue parti ( come la cokeria e due dei quattro alto forni) hanno superato da tempo la vita tecnica utile. L’intervento della magistratura ha anticipato e concentrato un investimento che andava comunque fatto se si voleva dare all’Ilva di Taranto una prospettiva di medio/lungo termine. Non è vero che si deve investire solo per l’ambiente, così come è falso il luogo comune che gli impianti siderurgici siano per forza inquinanti. Sono già oggi disponibili tecnologie ormai mature, adottate da impianti concorrenti, che permettono di ridurre in modo significativo i livelli di inquinamento.
Gli investimenti richiesti dall’adeguamento degli impianti di Taranto possono essere stimati, sia pure in maniera grossolana, intorno ai 3-3,5 miliardi di euro, distribuiti nell’arco di alcuni anni. Di questi solo una parte è esclusivamente di tipo ambientale, in quanto la quota più rilevante (come il rifacimento della cokeria e degli altiforni) permetterebbe anche di migliorare la competitività complessiva dello stabilimento, assicurandogli una prospettiva di lungo periodo.
Il problema di Ilva non è solo impiantistico e ambientale. L’analisi del posizionamento rivela un’azienda fragile sotto il profilo organizzativo e commerciale, se comparata con i grandi gruppi concorrenti. Mancano inoltre le risorse finanziarie. La capacità di copertura finanziaria interna al gruppo di tali investimenti, in assenza di aumenti di capitale, può essere stimata in effetti, sempre grossolanamente, intorno a poco più di 1 miliardo di euro nell’arco di quattro anni. Questo senza tenere conto di possibili e plausibili ulteriori cattive notizie sul fronte della gestione economica, sia in relazione alla crisi del settore che ai problemi tecnici della ristrutturazione.
Sembra a questo punto evidente che, data la difficoltà di reperire risorse finanziarie adeguate e l’apparente scarsa capacità di affrontare da soli un mercato sempre più competitivo, sia necessario l’ingresso nel gruppo di nuovi azionisti, contemplando anche la possibilità di utilizzare il Fondo Strategico della Cassa Depositi e Prestiti.
Il recente documento del Ministero dell’Ambiente del 12 ottobre 2012, anche se non collima perfettamente con la posizione della magistratura, è una buona base di partenza per un piano di risanamento ambientale, ma è indispensabile che il governo non dia spazio a ulteriori slittamenti da parte dell’azienda, rigettando duramente anche eventuali ricatti di carattere occupazionale. Ma senza un piano sviluppo più complessivo, che ridefinisca l’assetto organizzativo e societario di Ilva Taranto così come indichi le fonti di finanziamento per sostenere gli investimenti, è difficile pensare di uscire dall’attuale situazione. Al Gruppo Riva Fire toccherebbe predisporre questo piano di sviluppo, ma, se non lo facesse, lo faccia senza indugio il governo, non delegando al Ministero dell’Ambiente un ruolo che deve essere svolto in prima persona dal Presidente del Consiglio e dal Ministero dello Sviluppo Economico. Non bisogna nascondersi dietro alle questioni ambientali e non si può essere latitanti di fronte a questioni che riguardano il futuro del settore siderurgico italiano e del territorio tarantino.

 

Articolo pubblicato da: http://sbilanciamoci.info/Sezioni/alter/Acciaio.-Che-cosa-si-potrebbe-fare-all-Ilva-di-Taranto-15395

La questione 'capitale' di Taranto

ilva vista dal lungomare

La questione della chiusura dello stabilimento dell'Ilva di Taranto è emblematica dei tempi in cui viviamo al pari del dibattito che a partire da essa è scaturito.

Ilva di Taranto, il gip decide per il sequestro

ilva-taranto

Sotto sequestro senza facoltà d'uso le cockerie e i parchi minerari: è questa la decisione del gip Patrizia Todisco a seguito dell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. Lo ha riferito a Reuters una fonte a conoscenza del dossier, precisando che cinque tra dirigenti ed ex dirigenti dell'Ilva sarebbero stati posti agli arresti domiciliari.

Mesagne: incendio distrugge 6 ettari di grano affidati alla Coop di Libera Terra Puglia

Un incendio verificatosi nella giornata di ieri ha distrutto sette ettari di grano in Contrada Canali a Mesagne in provincia di Brindisi, confiscati alla Sacra Corona Unita e affidati alla Cooperativa Terre di Puglia Libera Terra. I giovani della cooperativa, dopo il sopralluogo tecnico, hanno presentato una denuncia contro ignoti alla locale compagnia dei Carabinieri. I terreni seminati a grano affidati alla cooperativa Libera Terra Puglia sono due: il primo di circa sei ettari e il secondo di circa quattro ettari. A prendere fuoco è stato il primo appezzamento, quello più grande, dove erano stati stimati non meno di 200 quintali di grano che doveva esser trebbiato tra qualche giorno per produrre i i taralli a marchio "Libera Terra". Adiacente a questi terreni c'è una masseria confiscata e che sarà ristrutturata a breve grazie a un progetto finanziato dal Pon Sicurezza per la realizzazione di una masseria didattica. Già nel passato più volte la cooperativa Terre di Puglia Libera Terra è stata oggetti di numerosi atti intimidatorio e incendi che hanno distrutto vigneti ed ettari di grano.

Non si può morire entrando a scuola - appello alla mobilitazione

brindisi

Contro la violenza e il terrorismo gli studenti invitano a reagire con un appello alla mobilitazione sottoscritto da numerosissime realtà del sociale, dal sindacato, a Libera, passando per l'Arci. Pubblichiamo l'appello. Qui l'elenco delle mobilitazioni di oggi.

La violenza cieca e criminale del terrorismo ha colpito ancora. Colpisce vittime innocenti, ragazzi, studenti nella loro scuola, presidio di legalità e spazio di giustizie e libertà, luogo in cui dovrebbe nascere la speranza di un futuro migliore, e che invece oggi è stato teatro di una orribile tragedia.

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