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La Grecia prima della Grecia. La Troika a Cipro

In questi giorni in Europa cresce e si propaga il dibattito sulla vicenda greca. Com’è noto, il nuovo governo ha deciso di ripudiare gli accordi con la Troika, che, nel 2010, ha stanziato un fondo di 110 miliardi di euro per salvare il sistema finanziario ellenico, imponendo onerose e invasive condizionalità, con gravi ricadute sul tessuto sociale produttivo del Paese. I sostenitori dell’austerità europea non hanno esitato a dichiarare assurde e miopi le rivendicazioni di Tsipras e i suoi, che, dal canto loro, non hanno alcuna intenzione di tradire la fiducia di chi ha delegato loro le proprie speranze per un futuro migliore. Il vero problema non sono né la Troika né l’austerità, sostiene l’establishment di Bruxelles, ma la storica recalcitranza dei Greci ad obbedire alle regole della comunità internazionale, all’insegna di un malcostume politico che affonda le sue radici già nel tardo Ottocento.

Poche centinaia di chilometri ad est della Grecia si trova l’isola di Cipro, legata a doppio filo alle vicende elleniche sin dall’antichità, e, suo malgrado, laboratorio delle politiche di salvataggio europee. Nel marzo del 2013, Cipro, attanagliata dal rischio di default sul debito, con la popolazione in preda alla corsa agli sportelli e spaventata dalle minacce di credit crunch, è ricorsa alle ricette di cura made in Bruxelles con esiti, come vedremo, interessanti per la vicenda greca.

Cinzia Franchini e la CNA: l'imprenditoria tra impegno antimafia e reputazione

Lunedì 16 febbraio la Commissione parlamentare antimafia è stata in Emilia Romagna per approfondire la situazione della regione ancora scossa dall'inchiesta Aemilia, che ha portato all'arresto di 117 persone a fine gennaio. Tra le varie audizioni, è stata ascoltata anche Cinzia Franchini, la Presidente nazionale della Fita, l'associazione di categoria dell'autotrasporto della Confederazione Nazionale dell'Artigianato. Com'è solita fare, Cinzia Franchini ha presentato nel dettaglio i problemi legati alle infiltrazioni mafiose nel settore dell'autotrasporto, le misure necessarie per aumentare i controlli e la trasparenza, i limiti del mondo della rappresentanza d'impresa su questi temi. Come ha raccontato a La Gazzetta di Modena: “Ho sollecitato la Commissione a fare molta attenzione ai fondi pubblici che vengono garantiti, e parliamo di circa 200 milioni di euro all’anno, all’autotrasporto. Per accedere a quei soldi bisogna raggiungere soglie elevate di fatturato e perciò in molti si consorziano. A quel punto il ministero dà i soldi ai consorzi che a loro volta li distribuiscono ai soci, anche a quelli colpiti da interdittive. Bisogna eliminare quella mediazione”.

Uomini senza lavoro, donne con bassi salari

Tratto da Sbilanciamoci.info.

La crisi economica degli ultimi anni ha riportato al centro del dibattito il ruolo del genere suscitando alcune domande chiave sull’impatto della crisi in termini di genere. Uomini e donne sono stati egualmente colpiti dalla crisi economica del 2008? Secondo un recente rapporto della Commissione europea (Bettio et al. 2012) sarebbe necessario distinguere almeno due fasi nella valutazione di genere della crisi. Durante la prima fase di natura prettamente finanziaria, gli uomini avrebbero subito le maggiori conseguenze in termini reddituali ed occupazionali. In questa prima fase, i settori produttivi “ad alta intensità maschile”, quali edilizia, manifattura pesante, ma anche finanza, hanno contratto massicciamente l’occupazione. Successivamente dopo il 2010, con l’implementazione delle misure di “austerità”, le donne avrebbero pagato le conseguenze del ridimensionamento del settore pubblico attraverso i massicci tagli alla spesa pubblica in particolare in settori chiave quali sanità, istruzione e assistenza sociale. Questa tesi dell’impatto di genere della crisi in relazione alle due fasi di recessione ed austerità della stessa si basa sull’evidenza della segregazione settoriale fra i generi, che andrebbe tuttavia a negare l’ipotesi della complementarietà dell’occupazione femminile rispetto a quella maschile all’interno dell’household. Ma è davvero così? Analizzando i dati sui trend occupazionali nel periodo 2008-2013 nell’aggregato Europa (EU27), Eurozona e GIPSI (Grecia, Irlanda, Portogallo, Spagna ed Italia) emergerebbe che in tutte le aree considerate, gli uomini sono stati maggiormente colpiti dalla crisi (-0.85% l’anno in EU27 gli uomini, -0.07% l’anno le donne)[1]. Tuttavia, guardando alla sola quota del lavoro part-time caratterizzato da una maggiore concentrazione femminile, il trend si ribalta a sfavore delle donne, e ciò diventa ancora più evidente guardando esclusivamente all’aggregato GIPSI. In quest’ultima area, l’occupazione è diminuita molto più per le donne per le attività part-time anche in settori tipicamente “female-oriented” come amministrazione pubblica, istruzione, sanità e assistenza sociale. Nel complesso, guardando agli occupati in totale, senza distinzioni per ore lavorate e settore di impiego, è l’occupazione maschile ad aver pagato le conseguenze maggiori della crisi “reale” nell’intero arco temporale 2008-2013, paradossalmente anche in settori female-dominated.

Diseguali ma non a causa dell’istruzione

Tratto da Sbilanciamoci.info.

Negli ultimi anni, una gran mole di studi ha indagato le cause dell'aumento della dispersione retributiva verificatosi in gran parte dei paesi occidentali e la causa principale è stata individuata nell'aumento dei differenziali salariali fra lavoratori ad alta e a bassa istruzione.

La crisi avanza e i ricchi crescono

Tratto da Sbilanciamoci.info.

In Italia la disuguaglianza nei redditi è alta. Lo è nel confronto con la maggioranza dei paesi occidentali, in particolare europei, e lo è in base a vari indicatori di disuguaglianza. Anche la disuguaglianza nella ricchezza accumulata – ovunque molto più accentuata di quella dei redditi – è alta sebbene in questo caso il confronto internazionale sia per noi meno sfavorevole.

Un Quantitative Easing per i mercati azionari e non per l'occupazione

Tratto da Economia e Politica

La decisione della Banca centrale europea di procedere per 19 mesi all'acquisto di un totale di 1.140 miliardi di euro in titoli privati e soprattutto di stato dell'area euro è stata presentata come una misura tesa a rilanciare l'economia e l'occupazione. Secondo il centro studi di Confindustria, in Italia la crescita del Pil, che ne deriverebbe, sarebbe dell'1,8% in due anni[1]. Si tratterebbe di una vera svolta rispetto alle tendenze precedenti, ispirate dalla Germania, contraria alle politiche espansive. Questa interpretazione, prevalente tra i media, alla luce di una analisi più approfondita risulta abbastanza lontana dalla realtà. Anche il nome, Quantitative easing (Qe), che richiama le operazioni di espansione monetaria condotte dalle Banche centrali di Usa (Fed) e Giappone, è fuorviante. Vediamo perché.

Mutualismo vs austerità: il segreto del successo di Syriza

Tratto da MicroMega

“Abbiamo vinto perché ci siamo per prima cosa occupati dei bisogni del popolo”. Mentre le misure anticrisi imposte dalla Troika distruggevano il Paese, il partito di Tsipras ha innovato le pratiche e sostenuto l'auto-organizzazione dal basso dei cittadini: ambulatori e scuole popolari, mense del mutuo soccorso, mercati senza intermediari, cooperative socio-lavorative. Entrando in rapporto e contaminandosi con i movimenti, anche i più radicali. Una “gamba sociale” che ha portato il consenso popolare decisivo per la vittoria elettorale.

La montagna in pericolo: Roşia Montană e le proteste ambientaliste in Romania

Nell’autunno del 2013 la Romania è stata attraversata da un movimento di protesta senza precedenti. Nelle principali città del Paese gruppi di giovani, studenti universitari, anziani, bambini si sono dati regolarmente appuntamento nelle piazze e spesso in decine di migliaia hanno attraversato Bucarest, Timişoara, Cluj-Napoca in marce pacifiche, spesso accompagnate da gruppi di biciclette.

È la prima volta che, dopo il crollo del regime di Ceauşescu, la società civile romena esce allo scoperto portando idee e valori nuovi. Il movimento in difesa di Roşia Montană non si limita a essere un atto di protesta contro un progetto di trivellazione aurifera pericoloso: Roşia Montană è anche un simbolo che attraversa tutta la società romena andando al di là della problematica locale e che coinvolge milioni di persone, in particolare i giovani. 

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