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Il consenso del M5S, tra stato e anti-stato

La vittoria elettorale del Movimento Cinque Stelle dovrebbe interrogarci seriamente, non solo sulle scelte tattiche di breve periodo, ma sui temi di fondo degli ultimi 25 anni di Seconda Repubblica. Non basta dire "la gente ha creduto alla promessa del reddito di cittadinanza", ma piuttosto bisognerebbe chiedersi cosa c'è in quella promessa e nel consenso che raccoglie. In particolare, bisognerebbe iniziare a ragionare seriamente sull'idea di governo che viene proposta, sul rapporto tra statalismo e antistatalismo nell'elettorato di questo paese e nelle forze politiche.

L'editoriale del giorno prima



Si chiude questa campagna elettorale, che è stata abbastanza strana, per il sottoscritto. Per una serie di ragioni, primariamente familiari, da ormai diversi mesi sono stato costretto a ridurre al minimo la militanza. Posso dare una mano in maniera molto limitata, partecipo a qualche iniziativa in giro, poco altro, sicuramente una situazione incompatibile con un impegno di militanza come sono abituato a intenderlo. Lo dico perché ho sempre odiato chi parla, giudica e non fa, e ora che, speriamo solo temporaneamente, mi trovo a poter fare ben poco, ho più di qualche remora a giudicare da spettatore quello che altri stanno facendo da protagonisti. Se quindi sono meno netto del solito, nell’analisi, è appunto perché mi mette tremendamente a disagio parlare, per una volta, dal divano e non dalla strada. Dico la mia ora, in anticipo, non perché voglia fare il figo e fingere di avere una sfera di cristallo, ma perché credo che alcuni dati politici siano già tali, a prescindere dal risultato elettorale. Ci sono cose che, al sottoscritto, sembra di aver capito, e che non cambieranno con un punto di percentuale in più o in meno a questa lista o a quest’altra. Le sintetizzo molto in breve per chi non ha voglia di arrivare in fondo: il centrosinistra è (quasi) morto, la sinistra non sta tanto bene, Potere al Popolo a prescindere dal risultato ha indicato almeno in parte la strada, Liberi e Uguali speriamo ci dia qualche buon parlamentare ma non credo ci possa dare tanto altro, il paese va a destra, il M5S resta la principale opposizione, organizziamoci strada per strada.

Che fare dopo il voto del 4 marzo?

La miseria di questa campagna elettorale è il palcoscenico su cui si sta esibendo, in tutta la sua drammaticità, un’insufficiente offerta elettorale “d’alternativa” alle destre e alle politiche neoliberiste. Assistiamo a processi elettorali che, al netto di candidature singole generose, sono incapaci di esprimere una giusta radicalità e discontinuità su temi, valori e pratiche, o riproducono proposte esclusivamente rivolte agli affezionati, al cerchio ristretto del “popolo” che lotta e che partecipa costantemente, da sinistra e in diverse forme, alla vita pubblica del Paese.

Nei giorni scorsi Marta Fana e Giacomo Gabbuti hanno risposto all’appello per “l’unico voto possibile” - quello al PD, nel pensiero di Francesco Costa - scrivendo, tra le altre cose: “Qui ed ora, se esiste un meno peggio, ci sembra fare di tutto perché nel parlamento ci sia un nucleo di opposizione, alla destra quanto alla riproposizione di larghe intese e governi tecnici, che sappia mettersi non a capo, ma a servizio, di un meglio che deve essere costruito giorno per giorno, dal 5 marzo, fuori da questa logica tossica del meno peggio”. Christian Raimo ha aggiunto che “giocare con il fuoco è quello che spesso non soltanto si può fare, ma quello che bisogna fare, anche se sembra pericoloso e folle”.

Pubblichiamo queste righe prima del 4 marzo proprio perché siano lette, discusse, criticate e perché possano essere la base di azioni concrete dal 5 marzo in poi, indipendentemente da ciò ognuno di noi avrà scelto di fare il giorno del voto. Non ci possiamo lasciar scoraggiare dal quadro che si delineerà in queste elezioni, perché la costruzione di un’alternativa della e per la maggioranza delle persone è materia di anni di lavoro politico e accumulo di forze. E senza una strategia di lungo periodo non può esistere un’efficace tattica sul presente.

Macerata: una lunga, lunghissima settimana. Ma è solo l'inizio

Partiamo dalla fine: da circa 72 ore, da quando sabato è scattato il coprifuoco, Macerata è una città blindata, con camionette e defender di polizia e carabinieri praticamente a ogni angolo. Chi scrive ha scelto di stabilirsi qui perché la qualità della vita è tra le migliori in Italia. Nello stesso tempo, da 72 ore sta vivendo una sensazione di disorientamento che è ben maggiore di quella vissuta dopo le scosse di agosto e di ottobre 2016. Questa premessa è fondamentale: in tanti ci chiedono perché parliamo di terrorismo commentando il gesto di Luca Traini e l'immagine di una tranquilla cittadina di provincia completamente militarizzata forse rende meglio l'idea. Ora facciamo un passo indietro.

Il discorso di Corbyn nella giornata internazionale per i diritti umani

Grazie Paul per la presentazione. Lasciatemi esprimere un ringraziamento speciale all’Istituto di ricerca per lo sviluppo sociale delle Nazioni Unite. Il vostro lavoro costituisce un’importante piattaforma per le voci marginalizzate che sfidano la classe politica invocando giustizia sociale, organizzandosi per raggiungere un cambiamento.

Accolgo le loro richieste a nome del partito laburista britannico e durante la mia leadership metterò la giustizia sociale al centro di ogni cosa che faremo. Pertanto, vi ringrazio per avermi invitato a parlare qui, nella cornice storica del Palais Des Nations di Ginevra, una città che ha offerto rifugio ai pensatori sin dai tempi di Rosseau, che è stata il quartier generale del progetto della Società delle Nazioni, fallita prima della seconda guerra mondiale, e che oggi ospita le Nazioni Unite.

È un privilegio particolare per me parlare qui oggi, perché la costituzione del nostro partito prevede un pieno impegno a supporto delle Nazioni Unite, una promessa, come ricorda lo statuto, ‘di sicurezza, pace, libertà, democrazia, sicurezza economica e protezione ambientale per tutti’.

Vorrei anche ringraziare chi mi ha preceduto in questa sessione di discussione: Arancha Gonzalez e Nikhil Seth e il Shadow Attorney General del Labour Party Shami Chakrabarti, che mi ha accompagnato qui oggi, non solo un’organizzatrice degna di nota, ma anche una grande risorsa per il movimento internazionale per i diritti umani.
E, infine, lasciatemi ringraziare voi tutti per essere qui oggi.

[traduzione di Marco Marrone]

Dal neoliberismo progressista a Trump, e oltre

Riprendiamo e traduciamo un articolo della filosofa femminista Nancy Fraser.

Chiunque parli di "crisi", oggi, rischia di essere liquidato come un parolaio, data la banalizzazione che il termine ha subito attraverso il suo uso continuo e superficiale. Ma c'è un senso preciso in cui noi oggi stiamo effettivamente affrontando una crisi. Se la caratterizziamo con precisione e identifichiamo le sue dinamiche distintive, possiamo determinare meglio cos'è necessario per risolverla. Su queste basi, inoltre, potremmo intravedere un sentiero che ci guidi oltre l'attuale impasse, attraverso il riallineamento politico e verso la trasformazione della società.

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