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Quanto tempo ci toglie l'inefficienza dei trasporti? Lo rivela Trenitardo

Più di 7 giorni di ritardo in soli 6 giorni di attività. Questo è il parziale bilancio dei ritardi dei treni nel nord est, com'è impietosamente segnalato dal sito Trenitardo – La banca del tempo perduto. Il sito, inserito nella campagna sui trasporti de Il Sindacato degli Studenti di Padova, di NeoAteneo di Udine, associazioni studentesche che fanno parte di Link – coordinamento universitario a livello nazionale, e di Zoe Lab di Venezia, in pochi giorni ha già ottenuto una visibilità enorme: la pagina Facebook ha raggiunto più di 4500 mi piace, il sito ha registrato più di 700 tweet e decine di commenti di pendolari esasperati riempiono i social network.

Il diritto alla città e le opportunità perse del federalismo demaniale

Mentre il governo Letta prepara un nuovo piano straordinario di dismissione del patrimonio immobiliare pubblico, sembra sempre più naturale la proposta di riutilizzare gli spazi pubblici abbandonati al fine di dare risposta all’emergenza abitativa, allo smantellamento del welfare studentesco, al bisogno di luoghi di aggregazione e di promozione di nuove attività lavorative per le nuove generazioni. Tra i tanti spazi pubblici abbandonati, risaltano le aree militari, lasciate all’incuria e al degrado e molto spesso destinate ad essere dismesse. Di tutto questa si parlerà martedì 26 novembre, a Roma, in un incontro dedicato al futuro delle aree militari in dismissione organizzato dal Teatro Valle Occupato e dal Comitato cittadino per l’uso pubblico delle caserme. Il momento per discutere di tali questioni è particolarmente interessante, anche considerate le opportunità che, a riguardo, la disciplina del federalismo demaniale potrebbe offrire, se solo fosse applicata in maniera strumentale a quelle esigenze sociali cui si accennava all’inizio, provando altresì a completarla  introducendo elementi di partecipazione e di iniziativa dal basso nei processi decisionali.

16 novembre: a Napoli un #fiumeinpiena contro il Biocidio

"Chello che me fa sbandà so ll'onne" cantano i 24 Grana. Onde, anomale, non di acqua ma di gente, che ieri hanno oltrepassato il Golfo e sono entrate in città senza scavalcare le scogliere e le banchine del porto. Sono scese a Piazza Garibaldi, alla stazione centrale, a via Marina, da quelle ferraglie che ci ostiniamo a chiamare treni metropolitani o Circumvesuviana, da quegli oggetti rari che sono diventati i pullman di linea. 

Dalla Terra dei Fuochi alla Terra Felice

Bisogna partire da qui: dal rapporto tra “malapolitica”, camorra e un certo tipo di imprenditoria che ha lucrato sui destini delle persone, che ha prodotto un’agghiacciante scissione tra diritti e vita, tra lavoro e salute, tra giustizia e sopraffazione. La grande questione ambientale, apertasi ormai più di 20 anni fa, testimonia l’assenza di una giustizia tanto sociale quanto ambientale in grado di tutelare vita e territorio. La questione ambientale non è solo legata ai rifiuti. In Campania abbiamo il fiume più inquinato d’Europa, il Sarno, la devastazione della costa e dei mari che non ha precedenti, l’abusivismo edilizio che ha cancellato pezzi importanti di vegetazione e inaridito terreni fertili, come quelli alle pendici del Vesuvio.

L'Italia non ha bisogno di ingegneri?

da vogliorestare.it Qualche tempo fa Lavoce.info pubblicava un articolo dal titolo “Ricette per la crescita: più ingegneri e meno filosofi” di Nicola Persico, in cui si individuava nella propensione per gli studi umanistici uno dei problemi principali della scarsa occupabilità dei laureati italiani, a partire da un confronto con i laureati di Singapore. Tralasciando il merito della discutibile questione della gerarchia tra saperi spendibili per il mercato e saperi considerati inutili, è il caso invece di cercare di capire se è vero che il nostro Paese valorizza i laureati in materie legate al settore ITC e Innovazione.

Il rapporto Ocse Education at a glance  mostra che la percentuale dei laureati italiani resta tra le più basse dell'area dei paesi più industrializzati: 15 per cento tra i 25 e i 64 anni, contro una media Ocse del 31 per cento, accompagnata da una disoccupazione che tra i laureati italiani aumenta significativamente al 5,6 per cento.  È il fenomeno della cosiddetta bolla formativa, riflesso di un sistema produttivo-industriale non in grado di occupare i lavoratori più specializzati nel settore della ricerca e dell’innovazione.

Un altro tassello è quello relativo all’ultima elaborazione dati condotta dall’Istat sull’inserimento professionale dei laureati per il 2011, a cura del professor Carlo Barone. I dati parlano chiaro: a quattro anni dalla laurea i giovani che hanno deciso di andare a lavorare all’estero percepiscono un salario medio mensile di 1783 euro, contro i 1300 di chi è rimasto in Italia: un divario di ben 500 euro mensili.

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