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Il lavoro è il terreno di scontro. Piccolo elogio del conflitto

Dopo aver usato i precari come scudi umani, o meglio ancora come teste d'ariete per spazzare via diritti e tutele, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi lancia un nuovo mantra. Da qualche giorno, infatti, il boy scout va dicendo in giro: "il lavoro non sia il terreno di scontro". L'ultima eco di questo pensiero è rimbombata nel nuovo stabilimento di Piaggio Aerospace, dove il premier sfugge alle domande dei giornalisti, cui dice "qui c'è il futuro e voi parlate di legge elettorale".

Peccato solo che ciò di cui parla Renzi sia un passato che nel frattempo è andato in giro per l'Europa e per il mondo per poi fare ritorno ridimensionato, e spacciato per 'futuro', nel nostro Paese. Questo perché il nostro Paese è stato all'avanguardia nel settore dell'aerospazio e della produzione di aerei più in generale. Ma nel tritacarne delle dismissioni pubbliche, delle privatizzazioni e dei processi di deindustrializzazione prodotti dall'assenza di politiche industriali programmate e lungimiranti c'è finito l'intero settore dell'aerospazio, che negli anni ha visto chiudere Fiat Avio, spolpare Alitalia attraverso pratiche clientelari e depotenziare Alenia mortificando le competenze e le specializzazioni di un sistema innovativo. Oltre il danno anche la beffa, perché una volta dismesso e depauperato il patrimonio di competenze ed alta tecnologia per l'aviazione civile, resta solo la produzione, proprio quella di Piaggio Aerospace, di matrice militare.

Manganelli e Taser nell'era Renzi: la repressione è il loro vaccino

Mercoledì scorso, le cariche delle forze di polizia nei confronti degli operai dell'Ast di Terni, anzi – per essere più precisi – nei confronti del gruppo di contatto composto da quei leader sindacali che in questa battaglia hanno voluto metterci la faccia, rischiando la testa. Da qualsiasi punto di vista lo si voglia vedere, il violento attacco ai lavoratori non ha nessuna giustificazione: legittimare una risposta di questo genere perché qualcuno tra i manifestanti avrebbe detto “Stazione Termini” è un insulto all'intelligenza, tant'è che nell'opinione pubblica si è levato un coro di indignazione quasi unanime con il premier Renzi rimasto invece in un'imbarazzante astinenza da tweet. Passa una settimana e la maggioranza di governo, supportata dal soccorso 'azzurro' di Forza Italia, salva Alfano dalla mozione di sfiducia firmata M5S-Sel, con il Pd (compreso Gennaro Migliore ed escluso Pippo Civati) che – parole di Dario Ginefra su Twitter – arriva a trasformarlo in “una fiducia al governo di Matteo Renzi”.

Jobs Act, uno sciopero sociale contro il bluff di Renzi

Tra pochi giorni sarà votata la fidu­cia alla Camera sulla legge delega del Governo sul lavoro. Eppure – dal nostro punto di vista – la par­tita è appena ini­ziata, nel Paese prima ancora che nelle aule del Parlamento.

Par­tita che dob­biamo attrez­zarci a gio­care sul piano tec­nico – e ovvia­mente sostan­ziale e fon­da­men­tale – della ridu­zione delle tipo­lo­gie con­trat­tuali, degli ammor­tiz­za­tori sociali, dell’ulteriore restrin­gi­mento di garan­zie e tutele: dovremo essere in grado, decreto attua­tivo dopo decreto, di sman­tel­lare il pro­getto di pro­gres­siva libe­ra­liz­za­zione del mer­cato del lavoro del Pre­si­dente del Con­si­glio. Al tempo stesso, la par­tita più impor­tante dob­biamo gio­carla sul piano del dibat­tito media­tico e poli­tico. Il grande bluff di Renzi, che usa i pre­cari come arma reto­rica ma non pro­duce alcun avan­za­mento, né in ter­mini di ridu­zione delle forme con­trat­tuali né di red­dito minimo garan­tito, va sma­sche­rato. A par­tire da que­sta con­trad­di­zione pos­siamo e dob­biamo impe­gnarci per costruire con­senso intorno alla pro­po­sta alter­na­tiva di un modello di svi­luppo fon­dato su prin­cipi di egua­glianza e redi­stri­bu­zione, soste­ni­bi­lità ambien­tale e inno­va­zione, coo­pe­ra­zione e solidarietà.

Una (quasi) lettera di un giovane papà al presidente del consiglio

È difficile scrivere l’incipit di una (quasi) lettera da indirizzare al Presidente del Consiglio. Iniziare con Egregio Dott. lo ritengo troppo formale, poi con tutte le cariche che ha Renzi si trasformerebbe in un intro di fantozziana memoria “Dott. Ing. Lup. Man. President. Natural. Prestanom. Om. Di Pagl. Gran. Test. Di Caz”; con un semplice “Caro” non mi sembra appropriato, con un saluto iniziale come buongiorno – mentre in Italia sembra essere notte fonda – sarebbe inopportuno. Per questo motivo, quella che segue è una (quasi) lettera e io entro direttamente nel merito.

Perché il movimento studentesco può essere rivoluzionario?

L'autore è il coordinatore nazionale dell'Unione degli Studenti.

"è in questo che il movimento studentesco è rivoluzionario [...]. Esso non rifiuta le riforme (la sua azione le provoca) ma tenta, al di là delle soddisfazioni immediate, di elaborare una strategia che permetta il cambiamento radicale della società."

Nanterre: l'esplosione del Maggio, Daniel Cohn-Bendit

Il 10 ottobre: la scintilla per un nuovo ciclo di mobilitazione

Gli studenti sono tornati in piazza, con numeri inaspettati. Capire la sfida del nascente movimento studentesco è quanto mai necessario per non cadere in facili banalizzazioni sulle rivendicazioni e sulla portata che potrebbe assumere. In queste ultime due settimane si sono susseguite centinaia di assemblee da nord al sud del Paese, che stanno aprendo un ampio fronte di opposizione a La buona scuola di Renzi, leggendo tra le righe del progetto di riforma complessiva un appiattimento dei luoghi delle formazione alle esigenze delle imprese del Paese, una torsione autoritaria della governance scolastica, un soffocamento del protagonismo studentesco, una privatizzazione sostanziale con l’ingresso dei capitali privati e delle loro logiche che andranno a permeare sempre più i modus operandi interni alle scuole, una valutazione quantitativa e punitiva che maschera la sua vera natura di dispositivo di controllo, una finanziarizzazione inaccettabile dei mezzi per combattere la dispersione scolastica. Di analisi critiche sulla Buona Scuola se ne potrebbero fare a bizzeffe, ma occorre guardare – non tanto per onor di cronaca, ma per riconoscere le vere sfide che hanno lanciato gli studenti a partire dal 10 ottobre verso il 14 novembre e oltre – a quali sono i ragionamenti che stanno iniziando a emergere e a concentrarsi su di essi.

Gli 80 euro? Ammazzano il diritto allo studio.

Gli 80 €? I soldi vengono anche dai tagli, pesantissimi al diritto allo studio. Lo denuncia LINK - Coordinamento Universitario che spiega "il piano definitivo di smantellamento del Diritto allo Studio" ad opera del governo Renzi e svela "un terribile filo rosso che lega il cosiddetto decreto 80 euro (conosciuto anche come decreto IRPEF) alla futura diminuzione delle borse di studio per migliaia e migliaia di studenti.
 

"Decreto 80 euro": il cappio al collo delle Regioni

 
L'art. 46 del Decreto IRPEF ha previsto che le Regioni italiane dovessero mettere a disposizione dello Stato 500 milioni euro per l'anno 2014, da far rientrare nel Patto di Stabilità Interno (PSI).
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