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In “Apnea” per riprendersi il mondo [letture corsare]

apnea libro copertina amurriNello stantio panorama culturale italiano, spesso fa capolino qualche bella novità ed è il caso di Lorenzo Amurri e del suo “Apnea” (Fandango,2012). Lorenzo, figlio musicista e ribelle, di Antonio, paroliere di Mina e autore di grande successo negli anni ’70, ha un incidente mentre scia con la sua fidanzata Jhoanna. Lo copre un manto di neve, la stessa neve che quasi insonorizza la sua vita, fatta di musica, di forti passioni, di eccessi. Da quel volo su una pista di sci percorre una lunga strada fatta di dolore e riabilitazione, un mondo quello della disabilità raccontato senza stereotipi, dove trova spazio il sesso e l’approccio forte, quasi primigenio verso un corpo diverso, verso una sensualità giocata su un altro registro. 

Amurri usa bene le parole, sembra tenere bene a mente la lezione del grande John Fante, che lavorava per confondere le acque, trascinando nei suoi romanzi biografici il lettore in un esercizio quasi agiografico di discernimento tra reale ed immaginario, lo stesso esercizio che il lettore potrà fare tra le pagine di questo romanzo, perdendosi in rivoli di memorie, visioni, sensazioni. E’ un libro caldo, che serve, serve per comprendere che la lotta per la libertà passa anche da qui, che si può fare una rivoluzione puntando forte due ruote sull’asfalto per ritrovare se stessi e la propria strada. Lorenzo Amurri con una scrittura a pieni polmoni, riemerge dall’apnea, giocando e rischiando. Lo abbiamo incontrato, a latere, della presentazione milanese. 

Il libro inizia in maniera silenziosa, un volto immerso nella neve, il tuo. Il mondo senza colonna sonora. Con questo libro, ridai voce a quel silenzio, com'è stato il processo narrativo che ti ha portato a scavare sotto quella neve? 

Gaza e la rappresentazione del dolore: analisi critica della foto vincitrice del World Press Photo

worldpressphotoSono stati resi noti, ieri mattina, i risultati del World Press Photo Award relativo all’anno 2012, uno dei più prestigiosi concorsi di fotogiornalismo al mondo. La foto vincente è risultata quella di Paul Hansen, fotografo svedese collaboratore della testata Dagens Nyheter: nell’immagine scattata a Gaza, si vede un gruppo di uomini palestinesi che in corteo funebre portano le salme di due bambini rimasti uccisi sotto il crollo della loro casa, colpita da un missile israeliano.

Nasce Musicraiser, e il disco del tuo artista preferito lo finanzi anche tu

MusicraiserNasce da un'idea di Giovanni Gulino, frontman dei Marta sui Tubi e di Tania Varuni, fotografa, dj e producer, Musicraiser, il primo sito italiano di crowdfunding dedicato alla musica. L'idea è semplice: l'artista presenta allo staff del portale il proprio progetto, che può essere approvato o rigettato; in seguito, l'artista stabilisce quanti finanziamenti intende raccogliere attraverso il portale per finanziare il proprio progetto ed in quanto tempo. Qui comincia la vera sfida, quella della raccolta fondi.

Yvan Sagnet e la rivoluzione dei “pummarò”

yvan sagnetYvan Sagnet è un ragazzo camerunense innamorato dall'Italia dai tempi delle “notti magiche” cantate da Bennato e Nannini, in cui la sua Nazionale, grazie ai gol del “vecchio” capitano Roger Milla, raggiunse i quarti di finale. Era l'estate del 1990.

Inizia così Ama il tuo sogno (Fandango Libri), il diario di Yvan Sagnet, giunto in Italia dall'Africa equatoriale per studiare Ingegneria al Politecnico di Torino e costretto dalla necessità di mantenersi negli studi a cercare dei lavori part time.

Il paradosso del progresso dell'uomo: Rousseau ai tempi dell'ILVA

Jean Jacques RousseauUno dei pilastri del pensiero di Jean-Jacques Rousseau fu lo studio della condizione umana nella storia; la sua analisi si spinse fino al completo rifiuto del progresso come strumento di corruzione di un'antica genuinità e semplicità umane. Ai tempi dell'ILVA, il suo pensiero è quanto mai attuale.

L'ILVA rappresenta l'esatta dimostrazione di quanto Rousseau, uno dei massimi pensatori della storia dell'uomo, aveva teorizzato quasi tre secoli fa: l'uomo, allontanandosi dallo stato di natura, ha contribuito a creare disuguaglianza e malessere per sé e per la sua comunità.

Se Rousseau andasse a Taranto e vedesse i “frutti” del progresso dell'uomo materializzati nelle grigie e fumose bocche dell'ILVA, sarebbe ancor più convinto delle sue idee, e alla domanda se il progresso delle scienze e delle arti abbia contribuito a migliorare i costumi risponderebbe ancora una volta un lapidario “no”.

Missioni “umanitarie” e cinema di “guerra”, si consolida il mito degli "italiani brava gente"

militari italiani a Herat, AfghanistanContrariamente a quanto abitualmente avviene per l'anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle, anche quest'anno è passato in sordina quello dell'inizio della guerra in Afghanistan, una guerra “sporca” che col passare del tempo sembra vedere sempre più distante il cessate il fuoco. Il silenzio mediatico, fatte salve le occasioni in cui si debbano decantare le gesta eroiche di un soldato italiano che in questo conflitto perde la vita, sembra essere il tentativo di insabbiare gli orrori di un conflitto che ormai va avanti da undici anni, per evitare di scalfire il mito degli “italiani brava gente”, incensato da tutti i mezzi di comunicazione di massa, anche dal cinema.

Gli editori non sono tutti uguali: spunti per dibattito e azione

libreria

Pubblichiamo l'intervento di Massimiliano Coccia, scrittore e direttore editoriale di "Edizioni Ensemble". Intento di questo contributo è aprire o stimolare il dibattito tra gli addetti ai lavori e non solo su un tema complesso e spinoso come quello dell'editoria.

Mi piacerebbe iniziare questo articolo premettendo che sono molto felice di fare il mio lavoro. Sono felice perché riesco a coniugare una passione viscerale con una professione.

Faccio l’editore, vivo in mezzo ai libri, agli scrittori, scrivo anche io, quindi non c’è essere virtualmente più felice di me. Ma questa felicità viene uccisa la mattina tra il telefono che inizia a squillare e le notizie che vedono il nostro settore andare a picco. Il lessico non aiuta, sono un editore, come Giorgio Mazzella, l’editore di Sardegna 1 che dice ai lavoratori di non manifestare davanti alla sua banca perché “è una caduta di stile, un ricatto a cui non posso cedere”, o come Renato Soru che qualche mese fa sostenne di non sapere nulla dello sciopero dei suoi giornalisti, ma sono un editore anche come i tanti che aprono una piccola società, formano giovani, li pagano equamente, fanno salti mortali e a fine mese ci arrivano con i soldi necessari a non andare sotto i ponti. Ci sono editori ed editori quindi.

Ma la mia vita lavorativa non la immaginavo così, non la volevo così. Quell’universo di possibilità di cui molte volte ha scritto Marco Lodoli piano piano sfuma, tra burocrazia, mercato poco libero e signoraggio dei grandi editori. E così noi trentenni, quell’universo non lo vediamo in espansione, ma in esplosione.

Ci difendiamo, andiamo a vivere da soli, cerchiamo di lavorare, cerchiamo di stipendiarci, ma con successi alterni e l’odioso ricorso al welfare familiare e alla fine di una giornata lavorativa ci si sente come i ragazzini del dopoguerra che giravano per la città senza sosta, raccogliendo le cicche delle sigarette per ricavare qualche grammo di tabacco. Ogni giorno noi riportiamo a casa un grammo di infelicità e la teniamo ben chiusa nel cassetto perché forse un giorno sembrerà preziosa , visto che al peggio non c’è mai fine.

Fare l’editore è complicato. Farlo non a pagamento poi, ancora di più. Di solito la casa editrice che ho contribuito a fondare organizza dai 15 ai 20 eventi al mese, senza i quali non riuscirebbe a sopravvivere. Eventi significa presentazioni, reading, spettacoli, perfomance, iniziative culturalmente molto importanti, che ci consentono di mettere da parte come operose formichine i denari che serviranno a rimettere “a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.

Nonostante questo, la coperta è sempre troppo corta. Posto il fatto che se abbiamo iniziato questo lavoro un po’ visionari lo siamo, girando per fiere, presentazioni, incontri, ho percepito la matrice collettiva del problema. L’editore di solito si accompagna ad un ego smisurato, difficilmente ammetterà che il problema della sua casa editrice è uguale a quello della mia, continuerà a guardarti con estrema diffidenza, non capendo che il mercato editoriale indipendente rischia veramente tanto e che si è ormai ridotto ad un mercato di compravendita tra addetti ai lavori. Ad ogni occasione pubblica assistiamo a scene pietose di autori buttati a vendere le copie come venditori di aspirapolveri oppure colleghi editori che regalano panini e birre, che fanno i simpatici con tutti, negli ambienti più freak poi ci sono quelli che ti guardano male perché “si vede che tu non hai il distacco dal denaro”, insomma, un mondo difficile, che però va affrontato senza paure, senza posizioni dogmatiche, con le idee chiare ed una spinta sostanziale verso una rivendicazione forte del quadro professionale. Secondo il rapporto AIE (Associazione Italiana Editori) va tutto bene.

Tutto è in crescita. Le librerie vanno a gonfie vele, il commercio on-line è il traino del settore, vendiamo più diritti d’autore all’estero, i libri per ragazzi aumentano di fatturato, in Italia si legge di più, sono in calo solamente i fascicoli in edicola (ad esempio le ricette di Suor Germana), poi però se confrontiamo il rapporto dell’AIE con la situazione attuale del panorama librario e culturale italiano, le differenze sono molte. Piccole librerie chiuse, piccole case editrici chiuse, self publishing in vertiginosa espansione grazie a i grandi gruppi industriali che assorbono fette di mercato, l’editoria indipendente sempre più alle corde con un principio di concorrenza assurdo, che fa in modo che sia il distributore a decidere le sorti di una struttura e non il lettore, che solo dopo una disamina, una ricerca certosina (inadatta ai tempi in cui viviamo) può reperire un titolo, può scoprire un autore, un mondo dove è vero che si vendono molti libri, ma se si osservano i primi posti nelle classifiche troviamo biografie di sportivi, libri di cucina, narrativa da supermercato, un mondo del libro figlio della sottocultura televisiva della peggior specie. Per non parlare della mancanza di accesso al credito delle piccole imprese editoriali, del futuro incerto dell’Iva, che comunque l’editore assolve al 4% ma che inspiegabilmente paga a prezzo quasi pieno alla tipografia, l’accessibilità alle grandi fiere nazionali, che avviene in maniera arbitraria pur essendo le stesse finanziate con soldi pubblici, la mancanza di un contratto che tuteli il lavoro nell’editoria.

Occorre lanciare la sfida per spazzare via l’infelicità e la bassezza di chi vorrebbe ridurre un mestiere nobile ad un postribolo fatto di nani e ballerine, occorre strutturare una rete di iniziative che raccolgano i nuovi lavoratori della cultura e della conoscenza, perché nel corso dei mesi abbiamo visto che i problemi sono sovrapponibili, così come le soluzioni, occorre un movimento che faccia comprendere che anche “il sistema libro” è un bene comune.

Una sana editoria, un giornalismo libero da precariato, un cinema senza “impresari cani”, un teatro scevro da caste e flussi di denaro che vanno sempre a finire da decenni nelle stesse tasche, possono rendere migliore questo Paese, possono creare un volano economico enorme. Oggi è un dovere agire, perché come scriveva Pintor “azione significa uscire dalla solitudine”, azione significa ridare dignità alla parola, agli autori, ai lavoratori, azione significa non continuare a lamentarci e a delegare alle associazioni di categoria che difendono sempre i grandi gruppi editoriali che in maniera mastodontica fagocitano il mercato, per questo occorre ripensare le regole della concorrenza, che oggi appaiono superate e non capaci di evitare monopoli, non fondati sulla qualità e sulla proposta letteraria, ma esclusivamente sul potere economico della pubblicità e della creazione forzata della domanda.

Esiste un tempo migliore di questo, un tempo meraviglioso fatto non di fatue speranze, ma di costruzione di una collettività culturale, che restituisca al nostro Paese la dignità che gli spetta, oltre ogni crisi, oltre ogni Governo.

Addio a Eric Hobsbawm, lo storico che insegnava a “cambiare il mondo”

Si intitola Come cambiare il mondo l’ultimo libro con cui Eric Hobsbawm ci lascia, spegnendosi oggi all’età di 95 anni a Londra. Un vero e proprio testamento che racchiude il senso più profondo dell’opera di uno storico il cui rigore scientifico è stato un’unica cosa con la volontà di dare voce agli ultimi, gli emarginati, alle lotte sociali e politiche, le speranze e le sconfitte che hanno segnato la complessa storia del movimento contadino ed operaio, le contraddizioni e la possibilità ancora aperte nel futuro delle nostre società. Uno sguardo critico e impietoso che ha posto alcune delle colonne portanti del dibattito storiografico contemporaneo, restituendo dignità ad un approccio marxiano nell’indagine storica come attenzione all’irriducibile complessità delle relazioni tra fattori economici, rapporti di forza sociali e politici, l’antagonismo delle classi in lotta.

Nato nel 1917 ad Alessandria d’Egitto da genitori tedeschi di origine ebraica, si trasferisce con la famiglia a Vienna e nella Berlino dell’ascesa nazista abbraccia il marxismo. Costretto a fuggire in Gran Bretagna dopo la presa del potere di Hitler, studia a Cambridge e intraprende presto una brillante carriera accademica. I suoi primi studi sono dedicati alla storia del movimento operaio britannico, di cui viene indagata la nascita e lo sviluppo delle sue diversificate opzioni politiche che determineranno il carattere peculiare delle lotte sociali e sindacali in Inghilterra (Labouring Men. Studies in the History of Labour, Londra 1964). In seguito la sua attenzione si concentra sulle figure “devianti” della modernità industriale, inaugurando un approccio micro-storico sulle condizioni di produzione e riproduzione sociale del “diverso” e del “soggetto pericoloso”: sono i saggi I ribelli, I banditi e I rivoluzionari (editi in Italia da Einaudi). Ma le due opere monumentali che consacrano Hobsbawm come riferimento imprescindibile per lo studio del mondo moderno e contemporaneo sono il celebre affresco del Novecento Il secolo breve e la trilogia sulla classe borghese: Le rivoluzioni borghesi (Il Saggiatore), Il trionfo della borghesia (Laterza) e L’età degli imperi (Laterza). Il primo, l’opera di certo più conosciuta di Hobsbawm, è un’interpretazione sintetica del periodo che va dalle due guerre mondiali alla fine della guerra fredda, con il crollo dell’Urss: una chiave di lettura del nostro tempo e, insieme, una mappa delle questioni irrisolte, dei punti di attrito e delle brecce che possono essere ancora aperte alle forze di cambiamento nelle società del capitalismo avanzato.

La riflessione sul significato del lavoro storico in rapporto alle questioni di più pressante attualità, secondo quella “cioè la capacità di vedere le cose sia dal proprio punto di vista sia da quello altrui” che rappresenta “una parte importante del lavoro dello storico”, attraversa le pagine della sua biografia Anni interessanti (Rizzoli). Ma è con Come cambiare il mondo: perché riscoprire l’eredità del marxismo (Rizzoli) che Hobsbawm restituisce una visione complessiva dello sviluppo della teoria e della pratica del marxismo quale strumento ancora irrinunciabile nell’analisi del sistema economico e sociale attuale, e insieme punto di riferimento per le lotte per un diverso modello di società. Solo lo sguardo storico permette di cogliere i possibili sviluppi del sistema e i fronti sguarniti su cui concentrare l’offensiva, in particolare nella situazione della crisi attuale: o, per dirla con le sue parole, “è palese che il funzionamento del sistema economico debba essere analizzato sia storicamente, come una fase e non la fine della storia, sia realisticamente, vale a dire non in termini di un equilibrio di mercato ideale, ma di un meccanismo interno che genera crisi periodiche potenzialmente in grado di mutare il sistema. Quella attuale potrebbe essere una di queste”. Una storia come premessa per l’azione e per una strategia di cambiamento: questa la più grande eredità che la storiografia marxista di Hobsbawm ci lascia.

Ed è con le parole che concludono Il secolo breve che vogliamo ricordare un grande maestro, fare tesoro del suo insegnamento mentre, adesso senza di lui, restiamo a lottare “nel mondo grande e terribile”.
“Se l’umanità deve avere un futuro nel quale riconoscersi, non potrà averlo prolungando il passato o il presente. Se cerchiamo di costruire il terzo millennio su questa base falliremo. E il prezzo del fallimento, vale a dire l’alternativa a una società mutata, è il buio”.

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