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Missioni “umanitarie” e cinema di “guerra”, si consolida il mito degli "italiani brava gente"

militari italiani a Herat, AfghanistanContrariamente a quanto abitualmente avviene per l'anniversario dell'attentato alle Torri Gemelle, anche quest'anno è passato in sordina quello dell'inizio della guerra in Afghanistan, una guerra “sporca” che col passare del tempo sembra vedere sempre più distante il cessate il fuoco. Il silenzio mediatico, fatte salve le occasioni in cui si debbano decantare le gesta eroiche di un soldato italiano che in questo conflitto perde la vita, sembra essere il tentativo di insabbiare gli orrori di un conflitto che ormai va avanti da undici anni, per evitare di scalfire il mito degli “italiani brava gente”, incensato da tutti i mezzi di comunicazione di massa, anche dal cinema.

Dalla saga di “Sturmtruppen” di Salvatore Samperi a “Mediterraneo” di Gabriele Salvatores, per finire con "Missione di pace" di Francesco Lagi, il mito degli italiani brava gente, vittime manipolate dei tedeschi nella seconda guerra mondiale e, più di recente, destinati dalla NATO ad innocui compiti di ricostruzione fianco a fianco con i civili, trova la sponda ideale in cineasti che, pur provando a manifestare il proprio impegno antimilitarista, comunque sorvolano nei loro film sull'orrore delle guerre.

Quello delle missioni di pace, alle quali l'esercito italiano partecipa senza colpo ferire, salvo poi essere vittima di attentati dinamitardi da parte di sempre non meglio identificati guerriglieri e miliziani, è un mito che si perpetua sin dal nostro ingresso nella guerra del Golfo del 1991, e che trova nell'industria cinematografica un veicolo comunicativo efficace.

A fine agosto, quello che è divenuto l'evento estivo per eccellenza, “La Notte della Taranta”, si è in qualche modo piegato alla logica del buonismo patriottico, facendo intervenire in diretta televisiva, entusiasti soldati pugliesi di stanza ad Herat.

Pur apparendo sempre più chiari i contorni del “nostro” ruolo nei territori di conflitto, dagli spari contro i civili iracheni nella cosiddetta "battaglia dei Ponti" dell'agosto 2004, fino alla notizia, diffusa in Italia soltanto da pochi media, secondo la quale i cacciabombardieri dell'esercito dispiegati a Herat stanno bombardando a tappeto il nemico talebano, negli anni i nostri registi, in particolar modo quelli che lavorano per la televisione, hanno spesso banalizzato film potenzialmente di impegno civile.

È merce rara nella produzione cinematografica italiana un film che riesca a descrivere in senso critico le missioni che dal 1999 ad oggi ci hanno visti direttamente coinvolti, dal Kosovo al Libano. Tra questi rarissimi casi troviamo “Venti sigarette” di Aureliano Amadei, l'unico civile sopravvissuto alla strage di Nassiriya. "Venti sigarette" racconta la strage senza cercare il facile buonismo che ha contraddistinto invece alcune fiction, mettendo anzi in luce le contraddizioni e l'estremismo interni all'esercito, tanto da guadagnarsi, a detta del regista, il tentativo di censura da parte del ministero della Difesa. La vicenda del film di Amadei ricorda, in qualche modo, quella di “Uomini contro” di Francesco Rosi, ambientato negli anni della prima guerra mondiale e per il quale il regista venne denunciato per vilipendio dell'esercito, subendo peraltro dure critiche per lo smaccato spirito pacifista.

La realtà è che in Italia, contrariamente a quanto è accaduto negli Stati Uniti dopo la guerra del Vietnam, non c'è spazio per la descrizione degli orrori della guerra e per la narrazione dell'apocalisse. In Italia non abbiamo avuto la possibilità di andare al cinema a vedere un film sulle nostre scorribande a Kabul o Mogadiscio, sentendo nelle narici il fastidio che provoca il pensiero di corpi straziati dal napalm o dal fosforo bianco.

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